Bysantium
71 giorni fa
Quando sarò fantasma viaggerò nel tempo.
Libero dai vincoli del corpo volerò a Istanbul, a palazzo Topkapı, sulla terrazza della quarta corte, raggiungerò il sultano. Invisibile, non disturberò il suo riposo mentre leggerà tranquillo sdraiato su morbidi cuscini e tappeti, e gli sussurrerò le mie parole.
Sei circondato di ricchezze, ammantato di misterioso splendore, investito di potere divino. Esagera! Non sprecare il tempo, vivilo, questo splendore! Godine ogni minuto! Anche se le responsabilità dell’impero ti gravano sulle spalle, guardati intorno! Guarda questi tappeti, godi della raffinatezza di ogni piastrella, di ogni intaglio di madreperla, di ogni disegno nel marmo.
Gli passerò una mano sugli occhi, e il sultano avrà una visione.
Vedrà il suo palazzo spogliarsi di arredi e tappeti, di arazzi e gioielli, svuotarsi di servi ed eunuchi, di donne, matrone e fanciulle. Niente più giannizzeri, niente servitori, consiglieri, ministri, questuanti. Passerà un vento che porterà via tutto, dal gran visir all’indovino cieco seduto sui suoi stracci alla porta più lontana del palazzo.
E allora, da ogni dove, da ogni porta lasciata aperta, il sultano vedrà entrare questo popolo meschino, queste grette insignificanti creature. Quest’orda immane, lercia, orribilmente pigra, oscenamente curiosa. Gente che viene da ogni parte del mondo, tetragona a ogni luce di grandezza, entrerà ovunque a spiare le stanze più segrete, ipnotizzata dagli schermi luminosi delle sue ottuse macchine. Verrano a toccare, a guardare, a ficcanasare ovunque, a fotografare, a videoriprendere, sentendosi a casa, ciechi di fronte a qualsiasi barlume di bellezza, insensibili alla maestosità del tempo, moltiplicandosi inarrestabili, come un’infezione, premendo da ogni lato, gridando, ridendo sguaiatamente, scherzando.
Come una maledizione, come una perdizione, come un incubo. Un incubo che siamo noi.
…
Mi fermo per un momento, fuori dalle stanze più strette dove il flusso dei visitatori mi schiaccia contro le pareti nelle stanze più piccole dell’harem, cercando qualche distanza dal vociare costante, dalla cacofonia delle lingue diverse. Stringo gli occhi, tormentato dal mal di testa.
Stèrmina loro e me, sultano. Appari ancora una volta a riportarci il senso del segreto, del non visto, dell’immensa grandezza che si può solo presagire dietro porte pesanti.
Dacci ancora il senso dell’inattingibile, dell’irraggiungibile.
Il senso del sublime, che abbiamo perso per sempre.


