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Marie Smith | Economist.com

8. febbraio 2008, 17:53

Marie Smith | Economist.com Splendido necrologio per la morte di Marie Smith, 89enne ultima persona al mondo a parlare l’Eyak, la lingua di una tribù indiana dell’Alaska. E’ un articolo commovente. Vediamo un sacco di film sui mostri che distruggono il mondo, ma è questa la fine del mondo: l’inimmaginabile scomparsa di tutti i nomi delle cose che conosciamo e amiamo, la fine delle parole che danno un nome al mondo. Brividi.

  1. feb 10, 22:34
     

    Si, ma è sbagliato il presupposto: le parole non danno un nome al mondo, le parole sono state inventate per nasconderlo, il mondo.

    Le parole possono comunicare emozioni, ma in genere le usiamo per dissimularle.

    E le tante lingue che esistono, e gli innumerevoli dialetti, non servono a facilitare la comunicazione, ma ad ostacolarla.

    Come nasce, una nuova lingua? Pensiamo proprio alle tribù algonchine che popolano l’Alaska, il Klondike e lo Yukon: tutte discendono da uno stesso ceppo linguistico, ma dopo secoli d’isolamento reciproco, finiscono per non capirsi, perché hanno modificato la pronuncia o la struttura di un gran numero di vocaboli e la stessa sintassi e morfologia verbale.

    Una cosa che ho osservato anche nei paesini del Meilogu, del Goceano, della Gallura e del Logudoro, in Sardegna: variazioni linguistiche significative tra posti distanti magari meno di 10 km, bastanti a designare l’altro come “istranzu”, straniero, e quindi diverso, qualcuno di cui diffidare.

    La diversità linguistica non è un arricchimento culturale ma il sintomo di una volontà di distinguersi, di codificare nel linguaggio, nella sua struttura, e in tal modo perpetuare, l’unicità della propria cultura, naturalmente l’unica giusta. E questo vale tanto per le lingue “alte” e ricche in letteratura e storia che per i dialetti semisconosciuti di remote parti del mondo.

    In tante lingue delle tribù amazzoniche (e in quasi tutte quelle dei nativi nordamericani) la parola per designare il proprio gruppo, il proprio clan o stirpe, tradotta significa semplicemente “gli uomini” mentre quella usata per designare altre tribù tradotta ha spesso connotazioni negative (ad esempio i Sioux chiamavano se stessi Lakota, e quel termine significa “vipere” nella lingua Pawnee, loro storici nemici, stessa cosa per Apache, deriva dal termine Apacu, nemico in lingua Pueblo).

    Certo, può dispiacere che una lingua muoia con l’ultima persona in grado di parlarla, ma il mondo rimane; scompare solo una delle sue tante interpretazioni, dei tanti modi di definirne l’inventario.

  2. feb 11, 11:11
     

    Gilgamesh, non capisco bene il tuo punto: che le parole servano in genere a nascondere le emozioni è tutto da dimostrare (e io non lo credo), che le parole servano a nascondere il mondo invece che a dargli un nome non è vero, e che le parole servano a ostacolare la comunicazione è un controsenso: le parole comunicano a prescindere, sono un mezzo neutro. Come il telefono, puoi usarle per dire cose buone, o cose cattive. Comunque sia sono una qualità appunto distintiva dei popoli. Un mondo che parli solo l’inglese non sarà più unito o in pace di un mondo in cui convivono centinaia di lingue l’una all’altra straniera.
    La volontà di distinguersi secondo me, ribaltando la tua frase, E’ PROPRIO l’arricchimento culturale: la diversità culturale come quella biologica crea nuovi incroci, nuove idee, nuove strade. Pazienza se all’origine della lingua c‘è una volontà di separazione: è naturale e giusta, e ben venga! Mi sembra che siamo già abbastanza massificati. E se avessi un figlio preferirei cercasse di distinguersi anche inventandosi un linguaggio in codice con gli amici, piuttosto che crescere un clone dei personaggi della tv…
    E la morte dell’ultima persona in grado di parlare un linguaggio, dal suo punto di vista è proprio la fine del mondo. Dal nostro punto di vista, l’inizio di un mondo un pochino meno ricco.

  3. feb 11, 17:23
     

    Provo a spiegarmi meglio, allora.

    Che le parole servano a dissimulare le emozioni più che a comunicarle lo dimostra l’analisi delle forme di comunicazione non-verbale, molto usate sia dai comportamentalisti che negli interrogatori dei sospettati :)

    Poi non ho scritto che LE PAROLE ostacolino la comunicazione, il soggetto era la diversità linguistica, se rileggi con attenzione.

    Poi c‘è un equivoco di fondo, tra il conformismo e l’anticonformismo che sono il soggetto della tua frase, e l’isolamento culturale, che non è volontà di distinguersi ma la radice della “disamistade”.

    Ben venga il paragone con la biodiversità: il fatto che una specie di estingua è un fatto naturale, ed il motore stesso dell’evoluzione. Anzi, la storia della vita su questo pianeta è costellata da periodi di estinzioni di massa, a cadenze abbastanza irregolari ma significative (1 milardo cira di anni fa, 340 milioni di anni fa, 65 milioni di anni fa, le più note).

    La volontà di separazione la definiresti ancora naturale e giusta se la riconoscessi come la ragione adottata per la pulizia etnica, i pogrom, le deportazioni di massa? Perché così è stato, nella storia di questo disgraziato pianeta: in certe occasioni è stata determinante una caratteristica come il colore degli occhi, nemmeno della pelle.

    Essere massificati? Credo tu pensi alla globalizzazione, intesa come omologazione degli standard e dei riferimenti culturali, in contrapposizione alle rivendicazioni di chi omologato non vuol essere, e anche qui parliamo di due cose diverse, ma tutto sta ad intendersi :)

    Io una figlia ce l’ho, molto piccola, e in effetti se penso all’eventualità che cresca con modelli come le Winx e le Bratz o con l’aspirazione a diventare velina mi vengono i brividi, quindi in questo sono d’accordo con te, meglio che si inventi un suo linguaggio, basta che non sia l’unica a parlarlo come il protagonista del romanzo di Leavitt, “The Secret Language of the Cranes” (peraltro molto bello).

    Romanticamente e idealmente, sarei d’accordo con te anche sul fatto che la morte dell’ultimo dei Mohicani significhi un mondo meno ricco per chi resta, realisticamente mi sento di dire che la sopravvivenza di una lingua assomiglia a quella di una specie, fatte le debite distinzioni: sopravvive il più adatto, non necessariamente il migliore.