La vita istruzioni per l'uso - vita e altre zuppe

il blog di ubu

Il tema è: vita e altre zuppe

Oceano e silenzio.

14. ottobre 2008, 08:26

Medüsa

Macubu  -    - Commenti [1]

E' che nella vita di ognuno di noi ci son delle scene che starebbero anche bene in un film

23. settembre 2008, 01:29

ESTERNO GIORNO: la piazzola di sosta di un’Autogrill come tanti, da qualche parte fra Toscana e Piemonte. E’ una giornata di fine estate: c‘è caldo, e un vento nervoso fa mulinare le foglie nel piazzale d’asfalto. Sullo sfondo, dietro un guardrail e una sottile siepe di oleandri, passano a intervalli irregolari e a forte velocità camion e auto.

La Volvo blu scura di una ditta di pompe funebri entra nell’inquadratura e parcheggia. La vediamo da dietro: a bordo c‘è una cassa di legno chiaro, e tre uomini in divisa. L’autista spegne il motore mentre arriva l’auto di famiglia.

STACCO SU: interno dell’auto di famiglia, vista da davanti. PAPA’ spegne il motore dell’auto e apre la portiera: a fianco al guidatore c‘è NONNO, dietro vediamo UBU e la NONNA.
Il nonno apre dalla sua parte e comincia a scendere faticosamente.

PAPA’ (rivolto alla nonna, mentre scende)
Ma’, ci prendiamo un caffè, vieni?

NONNA (vede UBU scendere e sembra scuotersi da un torpore… si guarda intorno con apprensione, un fazzoletto stropicciato nella mano.)
Dove andate?

PAPA
Facciamo una pausa, prendiamo un caffè e poi ripartiamo.

UBU
Ci mettiamo solo un attimo nonna. Vieni, dai.

STACCO, PRIMO PIANO DI:

NONNA (guarda oltre il finestrino, la cassa di legno nell’auto proprio a fianco a lei, dove sappiamo essere il corpo di sua sorella la PROZIA, a cui NONNA è sempre stata legatissima.)
Ma… ma come? La lasciamo qui? La lasciate da sola?

PAPA’ (in off)
Beh… Ma solo per un attimo, ripartiamo subito.

NONNA (distoglie lo sguardo dalla cassa e da papà, con un’aria seria anche se sommessa, e guarda avanti: ha preso la sua decisione)
No, no, andate. Andate, andate. Io resto qui.

STACCO SU: parcheggio autogrill, le auto affiancate, riprese da dietro.
Il NONNO che s’era fermato un momento, chiude la portiera e si allontana. PAPA’ e UBU restano un momento imbarazzati sul da farsi, poi entrambi chiudono le loro portiere e vengono verso la camera, diretti all’autogrill. La mdp li segue mentre si uniscono ai becchini in divisa, che chiacchierano fra di loro. La loro naturalezza contrasta con la vaga tensione che sembra essersi impadronita dei familiari. Uno dei becchini si ferma sulla soglia con le chiavi in mano e si volta verso le auto.

STACCO SU: campo più stretto sul retro della VOLVO e dell’auto di famiglia.
Le quattro frecce della VOLVO si accendono con il tipico BLIIP! dell’antifurto attivato dal telecomando.

Il perfetto ovale della testa dai capelli grigi della nonna resta dritto e fermo. Guarda davanti a sé, immobile come la cassa da morto nell’auto al suo fianco.
Sullo sfondo, indifferenti, passano grandi TIR con le loro scritte pubblicitarie sui fianchi.

SFUMA SU NERO.

Macubu  -    - Commenti [3]

Ginostra è una macchina per tramonti perfetti.

1. settembre 2008, 14:07

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

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Tutto lì?

5. agosto 2008, 15:41

‘Somma che ieri per ragioni misteriose mi trovavo a Londra. Andata e ritorno in giornata: una di quelle cose comode che fanno bene alla digestione e al sonno. Assolti gli impegni di lavoro, mi restava una mezz’ora per fare un giro nel centro prima di scapicollarmi all’aeroporto e prendere l’aereo. Che fare?
L’ultima volta che ci son stato era l’82. Avevo dodici anni: in testa restava solo un’immagine di Piccadilly Circus e una dei leoni di Nelson in Trafalgar Square, su cui m’ero arrampicato.
Siccome ero lì vicino, ho fatto un giro fino a Piccadilly per prendere poi la metro da un’altra parte. Almeno potevo dire di esserci stato di nuovo, dopo tanti anni.
Così scopro l’acqua calda: che Londra è una città architettonicamente stupenda, che probabilmente deve parte della sua bellezza al non aver mai subito le distruzioni delle guerre napoleoniche che da noi fecero tanti danni, e dall’esser stata distrutta dalla seconda guerra mondiale meno di altre città europee (anche di Milano, mi sa.)
Arrivo a Piccadilly Circus e mi stupisco: non c‘è la statua! Guardo e riguardo ma non c‘è traccia dell’altissimo angelo alato che mi ricordavo. Poi un autobus si sposta e mi accorgo che stavo guardando dieci metri troppo in alto. La statuetta è alta come una fontana. E la piazza è piccola e affollata di traffico.
Era da tempo che non mi capitava di prendere in mano le polaroid della memoria di bambino, e di trovarle ridicolmente sovradimensionate rispetto alla realtà. Avevo ovviamente in testa una piazza vista da 60cm più giù.
Durante il viaggio di ritorno alzo improvvisamente gli occhi dal libro e vedo un’enorme città sotto l’aereo. E’ Parigi: riconosco perfettamente l’arco di trionfo e la solita incongrua tour Eiffel. Due monumenti da cartolina in un solo giorno. Non male, come bilancio.

Macubu  -    - Commenti [1]

Polaroid di un matrimonio

14. luglio 2008, 19:17

Al centro della foto ci sarei io, in completo grigio scuro e cravatta lilla, sdraiato su un prato perfettamente rasato che degrada verso una piscina. E’ notte. Contro lo sfondo luminescente dell’acqua illuminata dalle luci sommerse si stagliano sguazzando le sagome degli ospiti: alcuni sono vestiti di tutto punto, altri a metà, altri in mutande. Qualcuno è volato in acqua con l’asciugamano ancora in vita, qualcuno c‘è stato spinto vestito. Li vedi nelle pose più strane perché stanno ballando. La foto non comunica il basso ritmato e assordante intorno alla piscina, ma se guardi oltre la vasca, oltre il gruppo di invitati lungo il bordo vedrai il gazebo dove un dj esagitato mixa i suoi dischi. Più in su, sulla terrazza in alto, sventolano gli ombrelloni bianchi sotto i quali, qualche ora prima, al sole, abbiamo preso l’aperitivo.

Sulla mia faccia è dipinta un’espressione sorpresa, divertita. Ma prima di seguire il mio sguardo e scoprire il motivo di quel divertimento, non puoi non notare il panorama oltre il parapetto della fascia di terreno: è una grande valle che si apre sul corso dell’Arno, pozzanghera scura e indistinta sul fondo. Sulla destra, appena dietro il crinale che chiude la valle, si intravede, leggermente illuminato, il cupolone di Santa Maria del Fiore coi suoi costoloni bianchi. E’ una vista che affascina, volenti o nolenti.

In basso, proprio dove c‘è il trampolino, si svolge la scenetta che diverte tutti noi, sdraiati vicino al bar con un bicchiere in mano: c‘è una ragazza in volo. E’ un’invitata straniera, forse tedesca, o magari anche più nordica, comunque esotica nel suo biondeggiare sano e rubizzo. Indossa un abito leggero rosso fuoco e tacchi appuntiti. Gli stessi tacchi con cui s‘è arrampicata brilla e instabile sul trampolino, s‘è data lo slancio un paio di volte e s‘è gettata verso l’acqua. Questa polaroid fotografa perfettamente il matrimonio e soprattutto questa festa che comincia giusto ora a degenerare. Il vestitino rosso sventola per un momento nel suo volo, i tacchi puntati verso l’alto sembrano due antenne in cima alle drittissime gambe, le mani protese in avanti sfiorano già la superficie. Fra un attimo sparirà sott’acqua, con un leggero pluf! che la musica assordante ci lascerà solo immaginare.

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Tutti al mareeee, a mostrar etc.

14. giugno 2008, 01:28

Non so voi ma qui domani si prende una macchina in affitto e si va a Cannes, a vedere quella roba là piena di gentaccia che guadagna più di me. Mi riconoscerete dal mutandone ascellare, dall’abbronzatura proletaria e dagli occhiali da sole clamorosamente fané. E poi chiederò a tutti: Scusi, mi assume, s’il vous plâit?
Mi aggirerò in quel famoso Palais invidiando tutto e tutti. Ma intanto sarò lontano per qualche giorno dalla palude milanese.
Au revoir, sciocchini, ci si cosa al Martinez!

Temperature

23. maggio 2008, 01:14

Adesso io sono un po’ nuovo dell’ambiente, questo si era capito.
Sono anche assai inesperto della materia, avendola vissuta finora solo dal punto di vista puramente turistico-teorico. C’era sì una battuta di Harry ti presento Sally che un’avvisaglia la dava, ma non l’avevo presa sul serio.
La domanda che mi faccio, e che faccio al mondo intero è:
ma come cazzo è possibile che le ragazze abbiano sempre freddo?!? C‘è una differenza di cablaggio interno? Una coibentazione totalmente diversa fra maschi e femmine? Sarà mica una cosa psicologica? Un inconscio bisogno di pelliccia di visone?
Come caspita è possibile che di notte io mi debba svegliare boccheggiando sudato come un camallo nel sahara a mezzogiorno e vedermi a fianco lei avvoltolata nel piumone, beato involtino dormente?
Forse viviamo in due universi distinti. In quello maschile, il riscaldamento globale è una calamità in atto. In quello femminile un’allettante prospettiva che vi darebbe giusto la scusa per tirar fuori quel top estivo, e magari prendere quelle ballerine leggere così carine… (etc.)

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Un giorno magari

7. aprile 2008, 01:00

Un giorno magari vi racconterò di questa assurda settimana lavorativa in cui sembro essere passato dalle stelle alle stalle, in cui ho lavorato (?) 18 ore al giorno, in cui non ho concluso nulla, in cui la mia (auto)stima sembra essere precipitata, in cui l’assurdo meccanismo d’azienda ha complicato, stritolato e incasinato ciò che avrebbe potuto essere semplice e lineare. Compresa la mia testa.
Mi perdo dentro le mie stesse idee. Non ho la stoffa del leader, ma nemmeno del leather. Forse non ero mica fatto per questo mondo. Magari per quello del giardinaggio?

Ora però devo scappare: domani (lunedì) ho la presentazione al mega capo alle otto di mattina. E farò di nuovo notte. Oh, e tanti auguri a me.

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I 32 secondi di celebrità

3. marzo 2008, 00:51

Al piano terra non lo trovo, salgo su dai libri, vago per il settore psicologia, frugo nello scaffale ma non c‘è. Allora chiedo ai commessi, un po’ seccato perché insomma è un libro famoso e io l’ho già letto mica mi prenderanno per uno che l’ha scoperto adesso, che figura ci faccio. Però lo voglio regalare e quindi insomma, mi tocca: “Scusa, ma L’uomo che scambiò suo moglie per un cappello non c‘è? Non si trova…”
Lui non ha dubbi, va e guarda sulle pile in mezzo alla stanza: non solo c‘è, ma ce ne sono due milioni di copie in bella mostra. Ehm. “Grazie…”
“Scusa… posso farti una domanda?” mi chiede lui. La sua collega ascolta un po’ complice…
“Ma tu sei per caso… —dentro di me parte il nastro: non–ci–posso–cre–de–re— …macubu?”
Gulp.
A me quelle due-tre volte che m‘è successo nella vita mi prende sempre la vergogna: m’hanno beccato. Dico di sì, mi scuso, sguscio via. Però alla domanda ‘e tu chi sei?’ lui nega un link, si definisce solo ‘un blogger’.
Beh, ragazzo mio, adesso fatti sotto: commenta, fatti vedere. E conferma che non mi avresti MAI preso per uno che non ha ancora letto L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.

Macubu  -    - Commenti [9]

Testa e coda

3. febbraio 2008, 21:22

Sono le diciassette e venti di sabato, sono nella corsia centrale della Serravalle Scrivia diretto a Milano e viaggio a centotrenta. Non ho macchine intorno, le prime sono un bel po’ dietro di me.
Improvvisamente, qualche centinaio di metri più avanti, due auto impazziscono. Una familiare grigia in corsia centrale svirgola di colpo verso destra e urta un SUV blu, che sbanda senza perdere il controllo.
La familiare rimbalza in mezzo alla carreggiata, e comincia a ruotare su sé stessa scivolando sull’asfalto, attraversa tutte le corsie verso sinistra, colpisce il guard-rail, schizza a razzo di nuovo verso destra centrando ancora una volta il SUV blu che stava rallentando, spingendolo contro il guard-rail. Dopodiché si ferma, con il muso in avanti, nella carreggiata centrale. Il SUV rallenta e si ferma in corsia di emergenza. La familiare lo raggiunge e anch’io, con le gambe che mi tremano, faccio lo stesso.
Intorno le auto danno un’occhiata curiosa e poi continuano come niente fosse.
Nei pochi secondi in cui tutto questo è successo io sono stato incredibilmente freddissimo: pedale del freno a tavoletta, 4 frecce, mano sul cambio e giù di marce, il più veloce possibile.

Quando siamo fermi spengo la radio, un po’ scosso. Scendo, il tipo della familiare mi viene incontro: ha l’aria colpevole, sulla faccia una smorfia di paura, di scuse, di shock. “S‘è fatto male?” Invece di rispondergli gli chiedo: “Ma che è stato, colpo di sonno?”… “No, mi sono distratto un attimo, non ho capito…”
Poi guardo dentro la familiare: davanti c‘è seduta la moglie che guarda avanti, evidentemente scombussolata. Dietro, legati ai loro seggioloni, ci sono due bimbi che mi guardano curiosi succhiando tranquilli il loro ciuccio.
Quando li vedo mi sale una specie di stranguglione alla gola, porto le mani alla faccia e aggredisco il tipo: “Ma lei ha due bimbi in auto?! Due bimbi? QUALUNQUE cosa lei stesse facendo, beh questo le serva di lezione!! Lei non si rende conto: io la stavo dando per morto, lei e quell’altro! Morti! Potevate essere morti, adesso!” Mi allontano verso la mia macchina per prendere il giubbotto fosforescente e dei biglietti da visita da lasciare: sono l’unico che ha visto tutto.
Quando mi avvicino al tipo del SUV, lui sta uscendo dalla macchina: è un quasi cinquantenne milanesotto dall’aria concreta, con gli occhiali che scendono sul naso: “Ah, lei ha visto tutto? Bravo, perché io non ho capito un cazzo!”
Quando il padre di famiglia arriva con i fogli blu, l’adrenalina gli scende e di colpo si mette a singhiozzare… si appoggia al guard-rail e per un attimo si copre gli occhi con la mano. Intanto io e quell’altro compiliamo il foglio, poi il milanesotto mi fa spostare dietro l’auto: “Mettiamoci qua: il presidente e il direttore commerciale della mia azienda son morti così sotto un tir, mentre facevano ‘sta roba.” Lo racconta con lo stesso tono con cui tu diresti “io il caffè lo prendo macchiato”. Meno male che non c‘è da discutere, né molto da dire. Lascio i miei biglietti da visita, e risalgo in macchina.

Ripartendo, nella testa si scatenano i se:
se fossi stato più vicino
se avesse urtato me
se invece di schizzare verso destra metti che fosse partita indietro, verso di me..
Se, se, se.
Poteva essere una strage. Come al solito, su questa maledetta A7.

Macubu  -    - Commenti [8]

Natale in bianco e nero

20. dicembre 2007, 13:35

A. mi ha scritto dicendomi: ma che ti è preso? Hai aperto il rubinetto dell’anima? Stai vomitando tutto quello che hai dentro?
In effetti forse si trattava di un post un po’ troppo personale: son le cose che ti vien da scrivere alle due di notte, qualche ora prima di una scadenza. Comunque sia, visto che per ora qui si va in vacanza, ho deciso di buttare anche questa spatafiata nel calderone del blog, che ne ha già viste tante.
Per leggerlo, basta cliccare qui sotto.

(more...)

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Business Desperate Case

23. ottobre 2007, 01:53

Nell’immenso calderone disordinato e ribollente di disparate cose che non so più mettere insieme, che sfugge al mio controllo e che ribolle alla mia voglia di sapere e di cambiare (e meno di fare) oggi s‘è aggiunto un pezzettino in più. Potenzialmente devastante, temo.

Non contento d’aver fatto ieri sera le prove col gruppo e d’essere quindi tornato a milano stamattina all’alba, oggi con una collega siamo fuggiti su un taxi alle sei meno dieci per precipitarci al corso di Project Management sponsorizzato dalla Regione. Durata prevista: quattro ore, cioè fino alle 22.30 (inserire verso ansimante alla Fantozzi.)

Che uno magari dice: è cos‘è il Project Management? E soprattutto, perché tutti dicono manàgement, che invece si dice mànagement? Vabbè.
Succede che tempo fa il capo mi grugnisce: —Lvuoifàre csodProjectMànagmnt? Io, come sempre —Eh?
Poi mi faccio spiegare e capisco che mah, son corsi della regione guarda un po’ se interessano. Mi interesso e mi sembra un’accozzaglia di cose. C‘è l’inglese (che va a ruba fra i colleghi) e poi una serie di altre cose tipo la Programmazione Neurocosa, quella roba lì che fanno i venditori porta a porta per capire cosa pensi se guardi a sinistra mentre cercano di venderti un aspirapolvere, e io dico no, dai, francamente magari un’altra volta. E insomma che alla fine mi dico senti, proviamo ‘sto project mànagement anche se di diventare manager di alcunché non rientra nel mio project, enonèvero.

Somma che la regione dice che mi han preso e io chiamo per iscrivermi e già son dolori: —Ma guardi che il corso non si fa, sa? Poi invece no, si fa. Poi stasera vado e in sto posto che sembra un appartamento incasinato c‘è pieno di gente e tutto sommato l’atmosfera non è neanche male se non fossero quelle placche della Microsoft che si complimenta per aver implemented le skills e helped a diffondere il Verbo e il competitive advantage e sailcàzzo grazie ai corsi sui loro software. Sono ovunque, ‘ste placche: le prossime le mettono sul soffitto.

Però al nostro corso stasera c’eravamo solo io e la mia collega. Gli altri? —Loro l’hanno già fatta, questa è una lezione di recupero per voi. Cioè scusa cosa vuoi dire? Ho appena messo piede dentro e sono già ripetente?

Il tipo che insegna si irrita perché non ha da scrivere, che scrivere gli serve a scaricare la tensione, e sarebbe anche simpatico se non che ogni due secondi ci chiede se sta andando troppo veloce. Sarà un tic, penso io alla 427 volta che ce lo chiede. Siamo in due, cazzo, se non capisco ti chiedo, no? Poi sembra confuso, spiega seguendo le orride slide (comic sans con sfumatura azzurrina al centro) ma ogni tanto perde il filo e sembra voler facilitare tutto: —Ecco questa slide… no beh no dai questa non la facciamo, tanto non serve. Passiamo a questa dove vi faccio vedere, gli stakeholders… che sarebbero i partecipanti eccetera eccetera, ma anche qui magari ora è un po’ difficile andiamo avanti. Questa… ecco sì questa va bene.
Ci ha preso per minorati? Mi osservo con discrezione la felpa: magari ho scelto quella coi disegnini idioti (no, avevo quella sobria da snowboarder sedicenne). Ogni tanto ci guardiamo noi due studenti e cerchiamo di non metterci a ridere.

Poi lei esce prima con una scusa implausibile che non le sarà perdonata in aeternum e io resto prigioniero. Eccomi qui, in quest’aula assurda dall’altra parte della città a un corso che sembra il contrario esatto di quel che vado cercando di questi tempi. Rifletto sull’energia confusa e ingarbugliata che quest’uomo sembra emanare e penso a che meridiani gli tratterei se ce l’avessi sul futon, ma non ho tempo di darmi una risposta perché ho da elaborare il mio primo Bìsness Chèis Document, e mi chiedo fondamentalmente cosa CAZZO ci faccio qui.

Ma è un qui generale, un qui così enorme, universale e cosmico che lascio perdere, che non è mica il momento per le seghe esistenziali che qui preme il fare, testina c‘è il lavoro che aspetta! C‘è una Project Description da definire, c’e da scrivere il Current State e il Future State e il Background e i Benefits e i Needs e la Technology, i Costs e soprattutto le Alternatives e là in fondo al cervello la senti o no la vocina che se lo chiede anche lei, e da un po’, come l’eco: e a me? Scusa ma non me la trovi anche a me per favore una bella Alternative? Eh? Per favore!

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Nun ve ne po' frega' dde meno, ma.

9. ottobre 2007, 18:42

Recentemente ho una vita al contrario.

Passo le settimane in tranquilla trance abitudinaria casa-bici-lavoro-bici-casa, mi annoio il giusto, lavoro quanto basta e talvolta anche meno, torno a casa alla mia serena solitudine o alla mia destabilizzante convivenza e tutto sommato tengo un basso profilo.

Ma nel weekend ho un sacco di cose da fare: mi precipito a Genova per fiondarmi alle prove di quartetto: lo scorso fine settimana le abbiamo fatte venerdì sera, sabato tutto il giorno e domenica mattina —cantiamo anche otto ore al giorno, dovendo. E poi la sera via di nuovo fino a tardi a incontrare amici, girare per il centro storico e ubriacarmi di pigato.
Ma può andare anche peggio: il programma del prossimo weekend prevede: corso di shiatsu per otto ore il venerdì e il sabato, domenica altre ore di corso, poi al pomeriggio viaggio fino a Genova per una prova generale serale, e ritorno a Milano in nottata.
Meno male che poi lunedì si lavora. Almeno mi riposo.

Oh, se poi per caso giovedì prossimo siete a Bologna, fate un fischio.

Macubu  -    - Commenti [3]

Silenzi

20. settembre 2007, 12:44

Mi chiedono quando darò il colpo di grazia a questo blog che dai tempi in cui aprì (era il 2002) ha perso gran parte del ritmo e dello smalto, se mai ne ha avuto.
Un po’ ci sto pensando davvero, un po’ credo che non lo farò mai perché ci sono affezionato, perché ormai è una strana –talvolta inquietante– parte di me.

E poi non è che sono morto. E’ che sto cambiando.
In casa succedono strane cose: spazi che vengono improvvisamente condivisi, oggetti non miei che compaiono intorno al lavandino, sul piano della cucina, sulle sedie della camera. Sono cose normalissime per il 90% dell’umanità, ma a casa mia sono una sorta di evento, un cataclisma epocale. Tutto molto strano.

Sul lavoro la voglia di cambiare mi spinge a mandare cv a google, ad altre agenzie, a fissare colloqui con cacciatori di teste o consulenti di vario tipo. Sbuffo, ma anche qui sento che qualcosa sta cambiando o cambierà prima o poi.

Blog e internet passano insomma, misericordiosamente, in secondo piano.

Macubu  -    - Commenti [9]

Provinciali a Milano

28. agosto 2007, 02:17

Non ha niente a che fare con me. Non mi rappresenta, non l’ho scelta io. Insieme a lei mi sento finto, incongruo, decisamente ridicolo. Si vede bene che siamo una coppia mal assortita: lei è molto più alta di me. E anche molto più grossa. Eppure da oggi l’ho pagata 1 euro e ne sono diventato il padrone.
Sto parlando di una Honda CR-V di color beige metallizzato che ho parcheggiato qui sotto casa e che spero non mi venga rubata già stanotte.
Cos‘è successo? Che tornando dalle vacanze ho scoperto che sotto casa mia l’esilarante comune di Milano ha pensato bene di tracciare ovunque le strisce gialle e blu, alternandole in simpatica colorata armonia. Sono andato subito in panico: io non sono residente!
Vado sul sito e scopro che il pass lo danno anche ai domiciliati, purché abbiano un contratto registrato. Io ce l’ho.
Risolto? Maffigurati: la mia vecchia Yaris era comunque intestata a mio padre, serve quindi il passaggio di proprietà.
Così discuto con mio padre e lui insiste: la Cr-v è stato un acquisto un po’ affrettato e poco riflettuto, la macchinona langue ferma da mesi per la strada a Genova. Tanto vale la usi tu, dice mio padre, che almeno vai spesso su e giù da e per Milano.
Io per qualche tempo (pochi minuti) resisto e dico che non la parcheggerò mai, che è troppo grossa. Poi però penso che è meglio tener ferma la Yaris che ha addosso 85000 km che non questa nuova bestiona. E così il mio povero buon papà ha sborsato per me oltre 600 euro di passaggio di proprietà: un milone e venti di vecchie lire buttate via, anzi per carità: versate giustamente alle casse dello stato.
Così oggi tranquillamente sono venuto su a Milano col SUV, uè figa. Ho anche guidato in circonvalla col gomito fuori.
Mi faccio un po’ schifo e sono un bieco figlio di papà, ma temo di essermici già abituato.

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