La vita istruzioni per l'uso - vita e altre zuppe

il blog di ubu

Il tema è: vita e altre zuppe

Bysantium

8 gennaio 2010, 22:49

Quando sarò fantasma viaggerò nel tempo.
Libero dai vincoli del corpo volerò a Istanbul, a palazzo Topkapı, sulla terrazza della quarta corte, raggiungerò il sultano. Invisibile, non disturberò il suo riposo mentre leggerà tranquillo sdraiato su morbidi cuscini e tappeti, e gli sussurrerò le mie parole.

Sei circondato di ricchezze, ammantato di misterioso splendore, investito di potere divino. Esagera! Non sprecare il tempo, vivilo, questo splendore! Godine ogni minuto! Anche se le responsabilità dell’impero ti gravano sulle spalle, guardati intorno! Guarda questi tappeti, godi della raffinatezza di ogni piastrella, di ogni intaglio di madreperla, di ogni disegno nel marmo.

Gli passerò una mano sugli occhi, e il sultano avrà una visione.
Vedrà il suo palazzo spogliarsi di arredi e tappeti, di arazzi e gioielli, svuotarsi di servi ed eunuchi, di donne, matrone e fanciulle. Niente più giannizzeri, niente servitori, consiglieri, ministri, questuanti. Passerà un vento che porterà via tutto, dal gran visir all’indovino cieco seduto sui suoi stracci alla porta più lontana del palazzo.

E allora, da ogni dove, da ogni porta lasciata aperta, il sultano vedrà entrare questo popolo meschino, queste grette insignificanti creature. Quest’orda immane, lercia, orribilmente pigra, oscenamente curiosa. Gente che viene da ogni parte del mondo, tetragona a ogni luce di grandezza, entrerà ovunque a spiare le stanze più segrete, ipnotizzata dagli schermi luminosi delle sue ottuse macchine. Verrano a toccare, a guardare, a ficcanasare ovunque, a fotografare, a videoriprendere, sentendosi a casa, ciechi di fronte a qualsiasi barlume di bellezza, insensibili alla maestosità del tempo, moltiplicandosi inarrestabili, come un’infezione, premendo da ogni lato, gridando, ridendo sguaiatamente, scherzando.
Come una maledizione, come una perdizione, come un incubo. Un incubo che siamo noi.

Mi fermo per un momento, fuori dalle stanze più strette dove il flusso dei visitatori mi schiaccia contro le pareti nelle stanze più piccole dell’harem, cercando qualche distanza dal vociare costante, dalla cacofonia delle lingue diverse. Stringo gli occhi, tormentato dal mal di testa.

Stèrmina loro e me, sultano. Appari ancora una volta a riportarci il senso del segreto, del non visto, dell’immensa grandezza che si può solo presagire dietro porte pesanti.

Dacci ancora il senso dell’inattingibile, dell’irraggiungibile.
Il senso del sublime, che abbiamo perso per sempre.

Macubu  -    - Commenti [4]

Treni tedeschi in Italia. FS zitte e mute.

22 dicembre 2009, 00:45

Ieri sera ho ospitato due amici trentini che partivano per un bel viaggio in India, beati loro. Nel raccontarmi le loro peripezie per raggiungere Milano in una serata di neve e disastri ferroviari, accennano al fantomatico treno tedesco che fa concorrenza alle ferrovie dello stato e che non risulta da nessuna parte. I biglietti non si possono comprare alle macchinette, nelle guide ufficiali delle FS non compare alcun accenno a questi treni, e se chiedi allo sportello informazioni, l’addetta, così dicono loro, strilla: “Non posso dire niente, non posso dire niente!”

La storia mi sembra così inverosimile che ho pensato di indagare. E in effetti ecco qui un articolo che racconta sostanzialmente la stessa storia. La linea è stata inaugurata il 13 dicembre (ma gli altri giornali ne hanno parlato?) e va da Monaco di Baviera a Milano (porta Garibaldi: si vede che non gli han dato il permesso per la Centrale), passando ovviamente per Verona e Bologna, i vagoni sono tedeschi (DB) e il locomotore è ÖBB, austriaco. Qui si dice che i treni sono puliti, in orario, personale gentile… (Beh, è un po’ la storia dell’erba dei vicini.)

Quello che a me sembra incredibile è l’atteggiamento delle Ferrovie dello Stato: è inammissibile che in un regime di libero trasferimento di merci, persone e capitali, l’azienda di stato metta così i bastoni fra le ruote a un concorrente. Non esiste.

A Bolzano nemmeno il cartello. O si sa tutto prima di arrivare o non si capisce nulla. Allo sportello ti rispondono boccheggiando. Un solo bigliettaio, stimolato a dovere, ammette: «Ci hanno ordinato di non dire niente, nemmeno qual è l’agenzia che vende biglietti. È la concorrenza». Insomma, la privatizzazione all’italiana. Formalmente esiste, perché la vuole l’Ue, ma funziona così: se posso ti metto i bastoni fra le ruote. Ecco degli esempi. Chi entra in stazione legge sul tabellone che alla tal ora c’è un Ec per Monaco o Bologna. Ma nessuno spiega dove si acquisti il biglietto. Le emettitrici automatiche, fra le opzioni di acquisto, non contemplano Ec. Nemmeno uno, nonostante ne viaggino cinque al giorno verso nord e altrettanti verso sud. Alla biglietteria non emettono i biglietti. Allo sportello informazioni non forniscono informazioni. Addirittura, nell’atrio compare un annuncio beffardo: “I nuovi orari non sono disponibili”. Solo in Italia funziona così, spiegano i controllori a bordo dell’Ec “tedesco”. «In Austria e Germania – dicono – i “nostri” biglietti e le “nostre” informazioni si ottengono senza problemi. Ovunque. Solo qui non è ancora stato possibile accordarsi con Trenitalia».

Scandaloso. Allora, visti i disservizi di questi giorni, vediamo di far circolare il più possibile queste informazioni. I biglietti si possono comprare sul treno, anche con carte di credito (e già questo sembra un lusso incredibile.) Sul treno costano un po’ di più che a comprarli online e sono comunque mediamente più cari di Trenitalia.
Tutte le info sono sul sito della Deutsche Bahn o su quello delle ferrovie austriache. Ed ecco l’orario.
Ditelo a tutti, please.

Macubu  -    - Commenti [66]

Lettera da San Francisco

29 giugno 2009, 22:18

In questo dannato appartamento d’angolo c‘è così freddo che scrivo con la coperta sulle gambe, e il riscaldamento a tutta forza.
È tutto elettrico, qui dentro e, una volta accese, le resistenze mandano un odore di piastra da ferro da stiro e l’aria diventa così secca che sembra che ti sfrizzino i capelli, da tanta elettricità statica accumuli.
Da qui le mie finestre danno sull’incrocio di Franklin con Clay e quando la nebbia lo permette si vedono spiragli della baia. Forse addirittura un angolino di Alcatraz Island ma non sono sicuro, potrebbe essere un’altra cosa qualunque. Sicché decido che è Alcatraz.

Appena esci da San Francisco, c‘è il sole. Ma qui in città da qualche giorno tutto è grigio e freddo, il vento non cessa mai ma dico mai di soffiarti addosso ed entrarti nelle ossa e improvvisamente tutta questa gente agitata e sbandata che parla da sola e impreca ai muri delle case a ogni angolo di strada sembra avere una buona ragione per farlo. Il vento dà alla testa. Chissà se è un’altra delle ragioni, dopo il clima solitamente mite, per cui gli homeless di ogni tipo ed età sembrano amare questo posto.

Se ne vedono tantissimi. E francamente in uno stato di tale povertà, con degli stracci e delle facce talmente a pezzi e disperate che sembrano quasi grotteschi. A me, che ho lontani ricordi di un anno di servizio civile in un centro d’ascolto della Caritas, sembrano messi molto, ma molto peggio dei nostri barboni. Urlano o parlano fra sé spingendo come indemoniati i loro carrelli del supermercato grondanti stracci e cartoni, coperte, cuscini strappati. Moltissime sono donne, ancora una cosa piuttosto rara da noi (credo.)
Li trovi raggomitolati nelle coperte ovunque, davanti alle porte dei negozi quando sono chiusi, sotto gli alberi di un’aiuola a fianco alla stazione di servizio, dentro le pensiline degli autobus. Ma non c‘è posto dove il vento dia davvero tregua.
Fanno impressione: è un’umanità numerosissima e davvero disperata, l’altra faccia di un paese dove se hai la determinazione giusta puoi fare qualunque cosa, compresa diventare il primo Presidente nero, e sarà stato tutto merito tuo, senza l’aiuto di famiglie o amici o conoscenze.
E se invece non ce la fai, sarà solo demerito tuo, e nessuno ti darà una mano, non la famiglia, non gli amici o le conoscenze. E resterai lì solo tu a darti la colpa dei tuoi fallimenti e a gridare in faccia ai turisti, o al tuo riflesso nelle vetrine. L’incontro con i senza dimora è un’altra delle esperienze che segnano chi visita la città, come la vista del Golden Gate quando le torri si perdono nella nebbia.

Ma non è stato sempre così freddo. Il primo sabato mi son trovato coinvolto in quella gigantesca follia organizzata (anche detta lo Straight Pride) che si chiama Bay to breakers.
Una gara di corsa dalla Baia all’Oceano che appena passati i corridori professionisti si trasforma in una gigantesca parata di cazzari mezzo ubriachi, vestiti o svestiti nei modi più impensati, che si snoda attraverso tutta la città, accompagnata da musica dal vivo o DJ set a tutto volume appostati lungo il percorso. Centinaia di migliaia di persone che camminano sotto un sole cocente e che sembrano non avere niente in testa se non fare casino e divertirsi.

Per ore ho seguito la carnevalata fino dentro al Golden Gate Park, praticamente fino all’Oceano, e ne ho viste di ogni. Con il sole a picco e l’aria rovente tutta questa gente caciarona, fondamentalmente di buonumore e divertita, ironica, sbevazzona e pronta a pigliarsi per il culo m‘è sembrata avere un che delle tribù di indiani che abitavano la penisola prima dell’arrivo degli spagnoli. Se non ho capito male, gli indiani di qui non avevano niente dell’aggressività degli indiani delle pianure. Avevano a disposizione una natura potente e generosa e invece di cacciare si limitavano a raccogliere i frutti che trovavano. Là in mezzo all’enorme prato del Golden Gate Park fra gente che ballava vestita da pirati somali o maiali con la febbre (c‘è un premio per il miglior costume a tema attuale) o nuda del tutto, ho pensato che ci dev’essere qualcosa nell’aria di qui che ti spinge a non pensare a niente e goderti la vita.

Salvo naturalmente l’arrivo di un weekend di vento e nebbia che ti fa cambiare idea.

Insomma non so, questa città, che pure è un reticolo di nastri perfettamente in bolla che intersecano a 90° in su e giù le sue colline, riesce sempre a disorientarmi, a farmi perdere il filo, a sembrarmi tutto e il suo contrario. Così comincio un discorso per dire una cosa e finisco subito per raccontarne un’altra.

[maggio 2009, San Francisco.]

Macubu  -    - Commenti [3]

As time flies by

23 aprile 2009, 22:34

Sono stato lì ai piedi della scala di legno che porta al terzo piano per un attimo quasi sotto choc. Non ci credo che lo sto facendo davvero, ho pensato.
Poi una volta su nell’ufficio le parole sono uscite da sé: do le dimissioni.

E così, dopo undici anni di onesto (?) lavoro in agenzie di pubblicità, sono uscito dal giro per prendere al volo un treno che potrebbe portarmi in capo al mondo, o lasciarmi a piedi dietro l’angolo. Mollo un contratto a tempo indeterminato per un contratto di un anno da freelance per un’azienda. E lavorerò da casa.

Ho lasciato l’agenzia. Ho una fidanzata. Stiamo cercando casa insieme.
Penso sempre a me stesso come a un essere abitudinario, che fa sempre le stesse cose, eppure improvvisamente mi sembra che la mia vita abbia subito un’accelerata. E mi sembra di far tutto a una velocità che non è la mia, e che forse non so controllare e che forse invece è semplicemente la vita.

Oggi sono andato a vedere un appartamento e il padron di casa vedendomi un po’ titubante m’ha detto che devo pur decidere cosa fare della mia vita. Gli ho riso in faccia.
Della mia vita non so cosa farò ma lunedì, a Londra, ne comincio un capitolo nuovo. Incrociate le dita per me.

Macubu  -    - Commenti [17]

Realizzazioni

26 novembre 2008, 23:02

Realizzo che fra tre anni mi scade l’affitto qui.
Realizzo che per allora gli anni passati saranno otto.
Realizzo che abito in una casa minuscola da otto anni.
Realizzo che l’affitto, alla scadenza, probabilmente raddoppierà.
Realizzo che alla scadenza non è detto che guadagnerò di più.
Realizzo che è possibile che io non possa più permettermi questa casa.
Realizzo che quindi dovrei cercarne una che costa meno.
Realizzo che è triste non esser tanto bravo a fare – molti – più soldi.
Realizzo che questo è un problema vero da vita vera.
Realizzo che così finisco a far parte delle statistiche del paese.
Realizzo che è finita l’epoca dei problemi che tanto poi si risolvono da sé.
Realizzo che sono solo io che ha questo genere di pensiero magico-fatalista.
Realizzo che questo è uno (solo) dei miei problemi.
Realizzo che da queste realizzazioni dovrebbe risultarne una scarica di adrenalina e volitiva determinazione.
Realizzo che invece ho voglia di uno yogurt. Senza zucchero.
Realizzo che questa potrebbe essere la fine. Ma pazienza.
Realizzo che comunque vada, troverò sempre un coperchio di yogurt in alluminio da leccare fino in fondo prima di affondare il cucchiaino nella crema.
Realizzo che ho scritto il post più deprimente del dopoguerra. E che mi piace così. Fanculo.

Macubu  -    - Commenti [6]

Oceano e silenzio.

14 ottobre 2008, 07:26

Medüsa

Macubu  -    - Commenti [1]

E' che nella vita di ognuno di noi ci son delle scene che starebbero anche bene in un film

23 settembre 2008, 00:29

ESTERNO GIORNO: la piazzola di sosta di un’Autogrill come tanti, da qualche parte fra Toscana e Piemonte. E’ una giornata di fine estate: c‘è caldo, e un vento nervoso fa mulinare le foglie nel piazzale d’asfalto. Sullo sfondo, dietro un guardrail e una sottile siepe di oleandri, passano a intervalli irregolari e a forte velocità camion e auto.

La Volvo blu scura di una ditta di pompe funebri entra nell’inquadratura e parcheggia. La vediamo da dietro: a bordo c‘è una cassa di legno chiaro, e tre uomini in divisa. L’autista spegne il motore mentre arriva l’auto di famiglia.

STACCO SU: interno dell’auto di famiglia, vista da davanti. PAPA’ spegne il motore dell’auto e apre la portiera: a fianco al guidatore c‘è NONNO, dietro vediamo UBU e la NONNA.
Il nonno apre dalla sua parte e comincia a scendere faticosamente.

PAPA’ (rivolto alla nonna, mentre scende)
Ma’, ci prendiamo un caffè, vieni?

NONNA (vede UBU scendere e sembra scuotersi da un torpore… si guarda intorno con apprensione, un fazzoletto stropicciato nella mano.)
Dove andate?

PAPA
Facciamo una pausa, prendiamo un caffè e poi ripartiamo.

UBU
Ci mettiamo solo un attimo nonna. Vieni, dai.

STACCO, PRIMO PIANO DI:

NONNA (guarda oltre il finestrino, la cassa di legno nell’auto proprio a fianco a lei, dove sappiamo essere il corpo di sua sorella la PROZIA, a cui NONNA è sempre stata legatissima.)
Ma… ma come? La lasciamo qui? La lasciate da sola?

PAPA’ (in off)
Beh… Ma solo per un attimo, ripartiamo subito.

NONNA (distoglie lo sguardo dalla cassa e da papà, con un’aria seria anche se sommessa, e guarda avanti: ha preso la sua decisione)
No, no, andate. Andate, andate. Io resto qui.

STACCO SU: parcheggio autogrill, le auto affiancate, riprese da dietro.
Il NONNO che s’era fermato un momento, chiude la portiera e si allontana. PAPA’ e UBU restano un momento imbarazzati sul da farsi, poi entrambi chiudono le loro portiere e vengono verso la camera, diretti all’autogrill. La mdp li segue mentre si uniscono ai becchini in divisa, che chiacchierano fra di loro. La loro naturalezza contrasta con la vaga tensione che sembra essersi impadronita dei familiari. Uno dei becchini si ferma sulla soglia con le chiavi in mano e si volta verso le auto.

STACCO SU: campo più stretto sul retro della VOLVO e dell’auto di famiglia.
Le quattro frecce della VOLVO si accendono con il tipico BLIIP! dell’antifurto attivato dal telecomando.

Il perfetto ovale della testa dai capelli grigi della nonna resta dritto e fermo. Guarda davanti a sé, immobile come la cassa da morto nell’auto al suo fianco.
Sullo sfondo, indifferenti, passano grandi TIR con le loro scritte pubblicitarie sui fianchi.

SFUMA SU NERO.

Macubu  -    - Commenti [3]

Ginostra è una macchina per tramonti perfetti.

1 settembre 2008, 13:07

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Sunset

Macubu  -    - Commenti [2]

Tutto lì?

5 agosto 2008, 14:41

‘Somma che ieri per ragioni misteriose mi trovavo a Londra. Andata e ritorno in giornata: una di quelle cose comode che fanno bene alla digestione e al sonno. Assolti gli impegni di lavoro, mi restava una mezz’ora per fare un giro nel centro prima di scapicollarmi all’aeroporto e prendere l’aereo. Che fare?
L’ultima volta che ci son stato era l’82. Avevo dodici anni: in testa restava solo un’immagine di Piccadilly Circus e una dei leoni di Nelson in Trafalgar Square, su cui m’ero arrampicato.
Siccome ero lì vicino, ho fatto un giro fino a Piccadilly per prendere poi la metro da un’altra parte. Almeno potevo dire di esserci stato di nuovo, dopo tanti anni.
Così scopro l’acqua calda: che Londra è una città architettonicamente stupenda, che probabilmente deve parte della sua bellezza al non aver mai subito le distruzioni delle guerre napoleoniche che da noi fecero tanti danni, e dall’esser stata distrutta dalla seconda guerra mondiale meno di altre città europee (anche di Milano, mi sa.)
Arrivo a Piccadilly Circus e mi stupisco: non c‘è la statua! Guardo e riguardo ma non c‘è traccia dell’altissimo angelo alato che mi ricordavo. Poi un autobus si sposta e mi accorgo che stavo guardando dieci metri troppo in alto. La statuetta è alta come una fontana. E la piazza è piccola e affollata di traffico.
Era da tempo che non mi capitava di prendere in mano le polaroid della memoria di bambino, e di trovarle ridicolmente sovradimensionate rispetto alla realtà. Avevo ovviamente in testa una piazza vista da 60cm più giù.
Durante il viaggio di ritorno alzo improvvisamente gli occhi dal libro e vedo un’enorme città sotto l’aereo. E’ Parigi: riconosco perfettamente l’arco di trionfo e la solita incongrua tour Eiffel. Due monumenti da cartolina in un solo giorno. Non male, come bilancio.

Macubu  -    - Commenti [1]

Polaroid di un matrimonio

14 luglio 2008, 18:17

Al centro della foto ci sarei io, in completo grigio scuro e cravatta lilla, sdraiato su un prato perfettamente rasato che degrada verso una piscina. E’ notte. Contro lo sfondo luminescente dell’acqua illuminata dalle luci sommerse si stagliano sguazzando le sagome degli ospiti: alcuni sono vestiti di tutto punto, altri a metà, altri in mutande. Qualcuno è volato in acqua con l’asciugamano ancora in vita, qualcuno c‘è stato spinto vestito. Li vedi nelle pose più strane perché stanno ballando. La foto non comunica il basso ritmato e assordante intorno alla piscina, ma se guardi oltre la vasca, oltre il gruppo di invitati lungo il bordo vedrai il gazebo dove un dj esagitato mixa i suoi dischi. Più in su, sulla terrazza in alto, sventolano gli ombrelloni bianchi sotto i quali, qualche ora prima, al sole, abbiamo preso l’aperitivo.

Sulla mia faccia è dipinta un’espressione sorpresa, divertita. Ma prima di seguire il mio sguardo e scoprire il motivo di quel divertimento, non puoi non notare il panorama oltre il parapetto della fascia di terreno: è una grande valle che si apre sul corso dell’Arno, pozzanghera scura e indistinta sul fondo. Sulla destra, appena dietro il crinale che chiude la valle, si intravede, leggermente illuminato, il cupolone di Santa Maria del Fiore coi suoi costoloni bianchi. E’ una vista che affascina, volenti o nolenti.

In basso, proprio dove c‘è il trampolino, si svolge la scenetta che diverte tutti noi, sdraiati vicino al bar con un bicchiere in mano: c‘è una ragazza in volo. E’ un’invitata straniera, forse tedesca, o magari anche più nordica, comunque esotica nel suo biondeggiare sano e rubizzo. Indossa un abito leggero rosso fuoco e tacchi appuntiti. Gli stessi tacchi con cui s‘è arrampicata brilla e instabile sul trampolino, s‘è data lo slancio un paio di volte e s‘è gettata verso l’acqua. Questa polaroid fotografa perfettamente il matrimonio e soprattutto questa festa che comincia giusto ora a degenerare. Il vestitino rosso sventola per un momento nel suo volo, i tacchi puntati verso l’alto sembrano due antenne in cima alle drittissime gambe, le mani protese in avanti sfiorano già la superficie. Fra un attimo sparirà sott’acqua, con un leggero pluf! che la musica assordante ci lascerà solo immaginare.

Macubu  -    - Commenti [6]