Credo che tutte le persone abbiano di sé un’immagine preferita: quella da usare come copertina del librone dei ricordi. Una sola immagine che riassuma se non tutta la vita, che non è possibile, almeno le emozioni più forti. Mia nonna ne aveva una che ogni tanto ricordava, anche quando i suoi pensieri avevano cominciato a perdere relazione con la realtà e si agitavano in un eterno e incomprensibile presente. Socchiudeva gli occhi, guardava lontano e con le mani accarezzava nell’aria gli spigoli di un tavolo che non c’era più: “Io avevo la mia cattedra. E tutta la classe davanti che mi stava a sentire… Ero severa, ma mi rispettavano, eccome!” Una rivendicazione di severità che mi colpiva, in una donna mite com’era lei.
La nonna si riconosceva in quella immagine e in quel momento. Nonostante tutta la sua storia e suo marito e la famiglia e i suoi figli, lei era quella cosa lì: professoressa di latino e greco al ginnasio, ed era in quella veste che si era sentita viva e utile e importante.
La nonna paterna m‘è venuta in mente mentre cercavo nella mia testa un’immagine ideale da scegliere come copertina della microtournée siciliana da cui sono appena tornato.
Il panorama della finestra d’albergo sullo stretto di Messina col suo incessante via vai di traghetti poteva essere spettacolare abbastanza, soprattutto nella luce accecante della mattina.
Un’altra, e spettacolare in modo quasi esattamente contrario, sarebbe stata la visione delle stradine deserte di un’Erice notturna completamente abbandonata, fredda e battuta dal vento. Un posto la cui magia sembra entrarti sotto la pelle proprio come il gelo.
Oppure avrei potuto scegliere i volti di tante persone che ci hanno salutato e ringraziato alla fine dei concerti. O le nostre facce stanche dopo le prove, o le stanze d’albergo buie in pieno giorno, chiuse per poterci dormire un po’ e riposarsi prima della sera.
Nessuna però regge il confronto con l’immagine, banale e vista già mille volte, di noi dietro le quinte o dietro il sipario, un attimo prima di entrare in scena.
Quel momento di silenzio, concentrazione e magari paura in cui senti il pubblico respirare e farsi silenzioso mentre le luci si abbassano e qualcuno ti dice: ok, potete cominciare.
Quell’attimo che assomiglia all’attimo in cui il paracadutista si spinge oltre il portellone, o il calciatore si avvia a tirare il calcio di rigore, il momento prima che tutto cominci, e da cui non c‘è ritorno.
E’ lì che ti senti vivo. E’ nel compiere il balzo. Prima è solo attesa e preparazione. Durante è concentrazione: non si pensa a niente. Dopo è stanchezza.
Ma in quel momento, come in tutti i momenti in cui si dà l’avvio a una cosa nuova, dentro di te non puoi non pensare: vorrei che fosse questa, la mia vita.