Anche io posso dire la mia sulla La mala educaciòn, adesso.
O meglio, potrei se non fossi stato distratto per tutto il film dagli occhi di Gael, dal pacco di Gael, dalla mascella di Gael, dalla schiena di Gael, dalle gambe di Gael, eccetera eccetera eccetera. E’ un’abbuffata di primi piani e di immagini dichiaratamente volte a esasperare il fascino di quell’uomo. E ci riesce, direi, accidenti.
E’ poi c’è quella scena con lo splendido Alberto Ferreiro, che non trova le chiavi della sua moto, e la disponibile Zahara gli dà una mano a cercarle che ha incasinato la mia concentrazione per una buona decina di minuti.
Insomma, non è un film che ti cambia la vita e soprattutto ha il difetto di voler dire molte cose senza però scoprirsi troppo, come è giusto, ma alla fine esci dal cinema chiedendoti se valeva poi la pena di fare tutti questi mascheramenti, questi strambi ghirigori un po’ barocchi per raccontare una “cattiva educazione”.
Poi fai altri dieci passi verso la macchina, sperando che non ti abbiano dato la multa e nel frattempo hai cambiato idea e ti chiedi invece se questa cattiva educazione non sia un pretesto per raccontare semplicemente il processo creativo che sta dietro la nascita di un film.
E mentre cerchi parcheggio sotto casa ti sfiora alla fine il vero dubbio: no, forse Almodòvar voleva sì raccontare un’infanzia che potrebbe essere stata la sua, o che assomiglia molto alla sua, ma per non essere troppo personale e diretto ha cercato di intorbidire le acque e si è nascosto dietro mille maschere finendo però per diluire il carattere e la storia principale del film e lasciando che l’artificio prevalga sulla natura.
Ma nel frattempo sei già a letto e quando spegni la luce ti riavvolgi nella coperta e mormori: “oh, beh, alla fine ho passato una bella serata e mi sono divertito. Del resto chissenefrega…” e lasci che ogni altro pensiero si stemperi nel sonno.
Ma il post però non finisce qui, perché io lo stesso giorno ho visto un altro film. E questo film, ragazzi sarà strano, ma mi ha entusiasmato: è Punch Drunk Love (sorry è il sito francese, quello USA è già in vendita…), orrendamente tradotto da noi come Ubriaco d’amore.
Una storia strana, stramba, zoppicante qua e là e iper accelerata in altri momenti, ma sempre con una coerenza psicologica che ho trovato fantastica: Adam Sandler è un ragazzo cresciuto, unico maschio, fra sette sorelle invasive, ossessive, ingombranti. Una colonna sonora che non smette mai di martellare e di farti stare in tensione ti fa sentire la stessa pressione fra le tempie che sembra attanagliare lui, il buffo e simpatico personaggio sempre vestito di blu che si comporta in modo incoerente, impulsivo e irruente senza sapere quel che fa né perché lo fa, assordato, affogato dal giudizio, dall’ossessività delle sorelle.
Finché, prevedibilmente (ma mica troppo) non verrà l’amore a fargli dire tutti i NO! che teneva chiusi dentro per diventare un uomo.
Mi ha letteralmente esaltato: uno dei pochi film in cui amo davvero tutto, dal primo all’ultimo frame.
[Ehm. Ok, poi magari lo riguardo, per rivedere un po’ questo giudizio esaltato…]
