La vita istruzioni per l'uso - libri e altre carte

il blog di ubu

Il tema è: libri e altre carte

Biblioteca galleggiante

9. settembre 2008, 15:34

Come ogni estate, anche questa s‘è portata dietro il suo buon carretto di libri.
Il primo e più formidabile è stato Il sogno della camera rossa: il classico mattone che fa venir voglia ai miei amici di schiaffeggiarmi quando me lo vedono in mano.

Image of Il sogno della camera rossa

Sono mille pagine di romanzo classico cinese: su ibs.it c‘è la recensione:

Un libro che nella Cina del 1765 riuscì a raccontare l’amore tra gli adolescenti; un libro che mise in scena idee che fondono pietre per riparare la volta celeste, fiori che promettono di restituire in forma di lacrime l’acqua con la quale sono stati coltivati, bambini che nascono con in bocca una giada. Questo libro, considerato uno dei massimi capolavori della narrativa cinese della dinastia Ching, è “Il sogno della camera rossa”. Con i suoi circa 450 personaggi che ruotano intorno al destino di Pao-yu, di sua cugina Tai-yu e di Po-ch’ai, in un mulinare continuo di sortilegi che attingono alla tradizione taoista, al sogno e all’allegoria metafisica, questo libro enciclopedico e commovente è un esempio di narrazione unica nel suo genere.

E’ un buon modo per dare una prima idea di cosa sia questa storia, questa minuziosissima descrizione della vita di due corti principesche di Pechino. I riti quotidiani, la gestione della casa, le liti fra e con i servi, le amicizie e inimicizie, gli sgarbi, i sotterfugi, le mille dinamiche che si sviluppano ogni giorno in una grande casa piena di donne e che dalle donne è diretta sono la cosa che colpisce di più. Al centro di questo gigantesco carosello c‘è un ragazzino adolescente, un personaggio problematico: allevato fra fanciulle, ama solo le fanciulle e l’innocenza che portano con sé, rifiuta di crescere, rifiuta il mondo maschile e adulto, e la carriera di funzionario che gli adulti hanno già preparato per lui. Un eroe riluttante, un eroe suo malgrado che sembra davvero assai moderno per un romanzo di quell’epoca. Un’altra cosa che colpisce è il percorso della storia, che progredisce quasi senza parere, in mezzo a divagazioni di ogni tipo: un percorso quasi a serpente (o meglio, a dragone) che va avanti con lentezza. Straniante per noi occidentali che siamo ormai abituati a storie in cui tutto quel che succede ha un posto e un senso precisi ai fini della trama. Qui succede come nelle antiche case cinesi, dove non era ammesso avere una porta d’ingresso e una d’uscita che si fronteggiassero immediatamente: il percorso è sempre tortuoso, e trova nel labirinto il proprio senso.

Due note dolenti di questa edizione BUR: la traslitterazione dal cinese non è in Pinyin (che va oggi per la maggiore, ed è usata in tutto il mondo) e almeno per me risulta così più difficile da pronunciare, e l’altra è che interi capitoli –TUTTI gli ultimi 40, per dire– sono riassunti anziché tradotti per intero. Un esempio di paternalismo editoriale davvero odioso.

Un altro libro cinese è stato questo:

Image of What Does China Think?

Cosa sappiamo davvero di che tipo di società vuol diventare la Cina? Quali idee ispirano i suoi cittadini? Sappiamo dare un nome ai neo-con e alla destra religiosa americana ma non sapremmo nominare scrittori, pensatori o giornalisti cinesi: che futuro sognano per il loro paese, o per il mondo? Poiché l’avvento della Cina—come la caduta di Roma o dell’impero britannico—echeggerà per generazioni a venire, queste sono domande che sempre più dobbiamo porci. Mark Leonard ci chiede di dimenticare tutto quel che sapevamo sulla Cina e cominciare da capo. Presentandoci i pensatori che stanno dando forma al grande futuro della Cina, ci spalanca un mondo nascosto di dibattiti intellettuali che stanno guidando una nuova rivoluzione cinese e cambiando faccia al mondo.

In effetti il libro fa riflettere. Mark Leonard è direttore esecutivo del European Council on Foreign Relations, “the first pan-European think tank with offices in Berlin, London, Paris, Sofia (opening soon in Rome and Warsaw)” un’istituzione di cui non sapevo niente, ma che a leggere sul loro sito è sostenuta da: “the Soros Foundations Network, Sigrid Rausing, the Spanish foundation FRIDE (La Fundación para las Relaciones Internacionales y el Diálogo Exterior), the Italian UniCredit Group, and the Bulgarian Communitas Foundation.” Quindi c‘è di mezzo anche UniCredit. Mah. Comunque sia, la prima cosa che Leonard dice è che nel corso della sua vita poche cose saranno davvero ricordate nella storia, e l’ascesa della Cina sarà la più grande e la più importante. E’ un gigantesco evento che sta succedendo qui e ora, e ci coinvolge tutti, volenti o dolenti.
La cosa su cui apre gli occhi Leonard è il grande spiegamento di forze che le autorità cinesi stanno schierando sul campo della riflessione ideologica. Sono lontani i tempi, dice lui, in cui Mao prendeva decisioni sul futuro della nazione da solo o con la moglie: ora i processi decisionali coinvolgono centinaia di persone, e avvengono dopo attenti studi. Studi che coinvolgono, in scala con i numeri cinesi, think-tank di migliaia di persone. Mi ha un po’ aperto gli occhi, devo dire. E se vi fa paura la Palin, credetemi: i neo-con reazionari cinesi sono molto più pericolosi.

Poi è stato il turno della mia scrittrice preferita:

Image of Sandcastle

The sandcastle riprende i soliti temi cari alla Murdoch: l’ipocrisia del vivere contemporaneo, l’amore come forza dirompente e il suo strano mistico collegamento con le forze della natura. Il tutto condito da un lieve, ironico tocco di magia. Non solo m‘è piaciuto tanto ma mi ha ricordato quanta distanza ci separa da quei tempi. Altro che i romanzi di successo di oggi: qui c‘è una storia lieve dove sembra non succedere niente e che invece è profondissima e si presta a essere letta su molti livelli. Un tipo di scrittura così è difficilissimo incontrarla oggi.
Della Murdoch avevo già parlato due volte.

Siccome poi ogni luogo ha già in sé i suoi libri, in qualche modo, Ginostra mi ha regalato una piccola, divertente favoletta:

Image of Il primo che sorride

Per carità, niente di trascendentale, ma è una di quelle storie che mettono alla prova la mia totale prevedibilità di comportamento: qui una bimba curiosa, impulsiva e assai poco paurosa del mondo degli adulti fa cose pericolosissime e inimmaginabili come prendere un autobus di notte da sola, seguire perfetti sconosciuti nelle loro case e così via. Tutte robe che a leggerle mi si attorcigliano le budella e mi sorprendo a pensare: ‘No! Non farlo!’ Terribile e quindi delizioso, come direbbe il solito Oscar Wilde: —Oh, che orribile suspence! Speriamo che duri!—

Cosa c’entra Ginostra? E’ che durante una stramba festa notturna, alla luce fioca delle candele, un tizio mi chiede se è la prima volta per me sull’isola. Rispondo di sì, chiacchieriamo, e nel corso della serata vien fuori che si chiama Martino Ferro e che di lavoro scrive. Non solo, ma la persona che per prima mi parlò di Ginostra e mi fece venire voglia di visitarla la scoprì grazie a lui, che ne fu il fidanzato per qualche tempo. Piccolo il mondo.

E voi, che vi siete letti?

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Un libro da divorare

3. luglio 2008, 17:20

Image of Il dilemma dell'onnivoro
Questo non ve lo consiglio solo perché l’ha tradotto un mio amico. Ve lo consiglio perché è davvero fantastico. Fantastico inteso nel senso in cui può esserlo ‘L’Apocalisse’, o qualunque altro libro che ti spiega che tutto quel che mangi è insostenibile o eticamente discutibile o proprio velenoso. Eppure è assolutamente interessante e scorrevole. Da leggere. Ora.

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Chip Kidd - Book one

18. maggio 2008, 11:23

Qualche giorno fa ho speso un po’ di soldi online (strano!) per regalarmi questo fantastico libro:
Image of Chip Kidd
Nel ristretto milieu dei designer di copertine di libri Chip Kidd è un po’ la star assoluta, il nome famoso, l’outsider che è finito per diventare l’establishment, lo scoglio da superare per riuscire a innovare ancora. (Per dire: date un’occhiata a questa, una delle più recenti…)
Pensavo che Book One sarebbe stato il solito libro di grafica interessante da sfogliare quando stai cercando un’idea o un’ispirazione. Invece lo sto leggendo con divertimento pagina per pagina: mi appassiona.
Le grandi illustrazioni, le foto di oggetti e memorabilia vari che lo riempiono non tolgono spazio al testo che li accompagna e che spiega nel dettaglio come ogni singola copertina si è venuta creando, raccontando allo stesso tempo la molto americana storia di un ragazzino che arriva a New York a 23 anni, si mette a lavorare di brutto e ce la fa. E come ce la fa. Il fatto che il libro sia scritto così bene, con un tono di voce ironico e divertente non stupisce sapendo che il nostro, non contento di aver vinto qualunque premio di grafica internazionale, s‘è messo pure a scrivere. L’ultimo dei suoi romanzi si chiama The Learners e mi sembra di averne letto bene. Bastardo.
Book One costa solo 30 euro (niente, per un libro di grafica di grosse dimensioni): io l’ho preso da ibs.it. Caldamente consigliato.

[Un piccolo commento a parte: in America una casa editrice come la Knopf pubblica i suoi libri dando a ognuno un’immagine completamente diversa e strettamente legata al testo, permettendo ai designer di cambiare persino il logo per adattarlo al linguaggio della singola copertina. Da noi le case editrici spendono un decimo di quei soldi per creare un’immagine singola per tutta una collana e poi tutt’al più la adattano cambiando una foto. Che povertà. E che sfiducia nei confronti del lettore.]

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Visto che siete blogger

21. marzo 2008, 00:19

E’ uscito il nuovo libro di Walter Fontana:

Image of Visto che siete cani
Questa non è necessariamente una recensione oggettiva: a me quello che scrive quell’uomo lì mi fa sempre un gran ridere.
Visto che siete cani è un romanzo dove succedono un sacco di cose e dove si riflette, senza troppo parere, sulla comicità in genere. Leggerlo mi ha fatto tornare in mente Luttazzi che diceva che ridere è mostrare i denti: una sorta di aggressione.
La comicità vista come provocazione, istigazione a delinquere. E in effetti delinquere è quel che fanno i protagonisti di questa storia…
Ci sono comici trascinati nel fango, ci sono scene di autoumiliazione di esseri umani sul palco che non possono non essere disperatamente comiche e mostruosamente imbarazzanti insieme. Ci sono comici triturati da un pubblico abituato a cambiare canale alla minima pausa, e poi ci sono comici che si prendono una rivincita materiale e immediata sul quel pubblico, o su chi ne fa le veci.
E il romanzo finisce per farti prendere le parti di questi sgangherati cattivi, e di sperare che gli riescano colpi anche peggiori, che compiano nefandezze molto più gravi di quelle che fanno. Lasciateli in mutande, ti vien da dire: fategliela vedere, cazzo!
Per chi come me s‘è subito sentito chiamato in causa dal titolo, la seconda attività che l’impresario –il cattivo del romanzo– propone ai suoi accoliti suona terribilmente allettante. Potendo, mi arruolerei ora. Tanto di pessime battute ho pieni i miei cassetti, e col fil di ferro so essere creativo.
E poi alla fine ti restano alla mente piccoli dettagli, piccole frasi irresistibili, e la figura del protagonista, un uomo drogato di Wikipedia e di link, e perseguitato dalla speranza in un successo che non sarà mai quello voluto.
Insomma uno così sfigato che potrebbe essere quasi un blogger.

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Libri che fanno male

13. settembre 2007, 16:44

Image of The Road
Libri che fanno male, e che però vanno letti lo stesso. Una storia terribile, crudele e tenerissima insieme, quasi insopportabile.
Non so come sia la traduzione italiana (io l’ho preso giù in Australia), ma credo valga la pena di leggerlo al più presto.

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Ci son cascato

31. maggio 2007, 12:51

Io non volevo, ma poi ci hanno invitato, ho fatto un giro, ho curiosato fra le pagine, ho aggiunto un paio di libri a caso… Mah.
Non è male, anche se temo che lo userò per un paio di settimane e poi lo dimenticherò.
Comunque, se vi piacciono i cataloghi di libri probabilmente aNobii (ma che nome è?!) fa per voi.




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Buoni propositi

21. dicembre 2006, 01:08

Non ce la farò mai

Nel senso che sarà dura arrivarne a capo. Però non si sa mai…

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E voi che vi leggete?

7. novembre 2006, 00:59

Solito post libridinoso: qui si è appena comprato le cose qui sotto. E voi?
Nuovi

[In particolare, mi ha incuriosito questo Kristus, che narra la vera storia di Jan da Leida (Jan Beukels), quello che proclamò il regno degli anabattisti di Münster, e che finì appeso nella gabbia del campanile di una chiesa di quella città (dopo essere stato torturato ben benino, credo). Tre motivi per comprarlo: il tema era stato accennato dalla Yourcenar in quel capolavoro che era L’Opera al nero, Robert Schneider ha già scritto un meraviglioso libro (Schlafes Bruder), e io a 30km da Münster ci ho vissuto un anno intero 19 anni fa, e quella gabbia sta ancora là, appesa al severo campanile della St. Lamberti Kirche e non me la scordo finché campo. PS: Leggendo meglio wikipedia, dice che Jan fu torturato a morte con ferri incandescenti e a essere appeso fu poi il suo cadavere orribilmente martoriato. Lo scheletro fece mostra di sé nella gabbia fino al 1881!]

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Consigli di lettura

12. settembre 2006, 01:54

Non so com’è ma io d’estate più chilometri faccio in giro per posti vicini o lontani, e più pagine di libri macino. Come se la lettura e lo spostamento fisico, il viaggio concreto e quello di fantasia fossero collegati; come se la mente invidiosa del corpo gli corresse davanti a dirgli: “Tsè: mica viaggi solo tu!”
Così anche in questo agosto thailandese pieno di autobus presi e di posti visitati, ho divorato la mia bella parte di libri. Alcuni, come The Accidental di Ali Smith o Lunar Park di Bret Easton Ellis non mi hanno granché convinto. Un po’ impalpabile il primo, un po’ pretenzioso e alla fine inconcludente il secondo.
On Beauty di Zadie Smith mi ha abbastanza coinvolto lì per lì, ma se ci ripenso a mente più fredda mi rendo conto che si tratta di un libro dalla trama un po’ flebile, che sta in piedi con poco. Un soffio di vento, un piccolo diaframma di tempo, e già non te ne ricordi più.
Per l’angolo non fiction ho letto Krakatoa. The day the world exploded di Simon Winchester che invece è un gran bel racconto avvincente e consigliatissimo. (Sì, li ho letti in inglese perché non avevo portato libri con me: pesano assai. Li ho comprati in aeroporto o nelle bancarelle.)
Ci sono stati, ma hanno lasciato poca traccia: Man and Boy di Tony Parson, carino, furbino, prevedibilino, e The five people you meet in heaven di Mitch Albon, favolina consolatoria molto corretta e americana. Entrambi libri che si leggono bene e volentieri, ma che poi alla fine insomma.

Ma la vera rivelazione è stata Special topics in Calamity Physics di Marisha Pessl, un romanzone vecchio stile in cui al piacere di una scrittura davvero ricca (a volte fin troppo), intelligente e piena di metafore originali si unisce la suspence di una trama piuttosto ben congegnata. Era da un bel po’ di tempo che non mi capitava di aver voglia di tornare a casa per vedere come va a finire un libro. E soprattutto erano anni che non mi sorprendevo a pensare alla vita successiva del protagonista, dopo aver finito di leggerlo. In questo caso posso dire che Blue van Meer è una voce narrante che non si scorda facilmente.
Ora sono invece immerso, causa corso di shiatsu, nel Tomo-mattone, nella Summa della Medicina Tradizionale Cinese: il Suwen, un librone che incute tre parti di rispetto e una parte di cauta curiosità.

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Spaghetti su marte

30. agosto 2006, 00:07

Ecco io ci ho questa cosa da dire, qui.
Me ne vergogno un po’ e sono sicuro che adesso si alzeranno in dieci a farmi esempi e controesempi per dire tutto il contrario di quello che voglio dire io, ma io me ne frego e lo dico lo stesso, tanto mi leggono in undici e qui si parla solo di fuffa.
Gli è che quando entro in una libreria e mi capita in mano un libro di fantascienza scritto da un italiano, io non gliela fo.
E sì che ne ho letti, eh? Non mi ricordo i nomi, ma fra racconti di antologie, riviste e libercoli me ne sono passati per le mani e sotto gli occhi un po’.
Ma è più forte di me: non mi convincono. Mi sembro quei bambini che li porti al museo e gli fai vedere chessò i pescicani nel mare coi pesci intorno e il fondale e le stelle e le tartarughe marine dappertutto e loro non ci cascano mica e ti rispondono seccati: ma mica è vero! Eccerto, è un diorama. Insomma a me i libri italiani di fantascienza coi mondi sconosciuti o anche con questo mondo ma ambientato nel futuro, sarà anche un preconcetto, non mi paiono mai la cosa vera. Non mi pigliano, non mi funzionano.
E’ che la fantascienza è una cosa degli americani, sono i loro mondi, quelli extraterrestri. La tecnologia futura, le astronavi, i viaggi fra le stelle e tutta quella roba lì è da americani, non c’è niente da fare. O magari dei giapponesi, potresti rispondere, ma lì è diverso, sono proprio loro degli extraterrestri.
Fattosta che quando gli italiani scrivono di fantascienza tutto sembra strano: i nomi, le storie, le ambientazioni, la scrittura.
Che quelli americani anche se li leggi in italiano sotto lo annusi ancora, l’inglese. Girano diversi, hanno un altro ritmo, funzionano.
Anche i western erano americani e poi gli italiani li hanno fatti pure meglio. D’accordo ma lì era polvere e sangue e cavalli e un po’ ne capivamo anche noi.
Invece prendo in mano un libro di fantascienza italiano e leggo la descrizione sulla quarta di copertina e subito penso che noi italiani nel futuro ci arriviamo ancora come su Ellis Island: disorientati, straniti, cogli scatoloni tenuti dallo spago. Non è il nostro mondo.

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Con Slothrop nella parte di Tom Hanks

24. maggio 2006, 14:30

Sto leggendo anche io, confesso, Il codice da Vinci. E lo sto leggendo con una nostalgia feroce: te l’immagini cosa sarebbe stata questa storia, questo tema, così ricco di teorie paranoiche, di cospirazioni ordite nei secoli, di personaggi fiabeschi che diventano reali, tutta questa saga di indovinelli e trame e rivelazioni se solo fosse stata scritta dalla mano di un Pynchon?
Che spreco.
Invece cosa abbiamo? Centinaia di pagine con frasi soggetto-verbo-predicato. Nauseabondo, e come tutte le cose nauseabonde capace di dare dipendenza.
Lo finirò, nonostante tutto.

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Se lo dice lui

10. maggio 2006, 00:48

Dice Paul Valéry:

Gli ottimisti scrivono male.

Io di Paul Valéry non so quasi niente, ma questo libro è fulminante, profondo e leggero, capace di dire – no, anzi, di far intendere – le cose più intellettualmente complesse con le parole più semplici, e mi sono reso conto sin dalle prime pagine di aver fatto un incontro. Uno di quegli incontri che magari sulle prime non sono particolarmente calorosi, una di quelle amicizie che ci mettono un po’ a decollare.
Ma che intuisci che ti accompagneranno per tutta la vita.

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T.T. and me

1. aprile 2006, 01:55

I giornali parlano ancora di Tiziano Terzani, di cui è uscito da poco – postumo – l’ultimo libro. (Si tratta in realtà di una sorta di lungo racconto, sbobinato dal figlio.) Su di lui ho anche io il mio bravo nanetto da raccontare.

Si era credo nel 1995 e Terzani girava per l’Italia a presentare il suo libro: Un indovino mi disse. A me era capitato di leggerlo per caso, attirato come spesso mi succede dal risvolto di copertina. Lo lessi e mi piacque molto, e poi un giorno vidi scritto sul giornale che Terzani ne avrebbe parlato presso la libreria (improvvisata in una tenda) di una fiera estiva sul lungomare di Genova. Quel giorno presi su la mia copia del libro e trascinai una serie di amici ad ascoltare la presentazione.

La piccola tenda straripava di persone. Ad ascoltarlo insieme a noi, ma seduti in prima fila, c’erano anche la moglie e il figlio Folco (forse c’era anche la figlia, ma non ricordo con certezza). Non m’ero aspettato di vedere una sorta di santone, un vero guru con la veste lunga e la barbona bianca, e la cosa mi sorprese, fra me e me pensai subito male: “Sarà mica un esaltato? Mi sarò mica entusiasmato per un bluff, per un misticheggiante venditore di fumo?”

Ovviamente bastò ascoltarlo parlare per dissipare ogni dubbio: era una persona concreta, appassionata, ironica, spirituale e divertente. Leggeva dei brani di quella sua strana storia e poi ne parlava liberamente in modo così semplice ma così interessante che il tempo volò via in un momento. Non ricordo grandi dettagli del suo discorso se non che mi lasciò una grande curiosità e un grande amore per tutto ciò che fosse asiatico e indiano o cinese in particolare. (Però ricordo qualche frecciatina cattivella a un giornalista italiano di cui non disse il nome, ma che io decisi dover essere Zucconi. Chissà se ci avevo azzeccato.)

Ovviamente dopo la presentazione cercai di farmi largo fino a lui per farmi firmare il libro. Era impossibile, c’era un tale ingorgo di persone che non potevo nemmeno avvicinarmi, e Terzani chiacchierava con tutti: la fila non procedeva assolutamente. Fu così che, aspettando il mio turno, mi venni a trovare proprio vicino a Folco.

Ora io Folco Terzani l’ho visto quella volta sola, dal vero, ma dovete sapere che l’è proprio un bel figliolo. Così, un po’ attirato dal suo aspetto, un po’ incuriosito dalla sua aria elegantemente silenziosa e vagamente divertita dal trambusto, attaccai discorso con non so che faccia tosta.

Lui mi diede corda e cominciammo a chiacchierare del libro, di Terzani senior, dell’Asia, del viaggiare. Poi i miei amici si unirono alla chiacchierata e lui diventò più espansivo mentre impercettibilmente il suo strano accento vagamente straniero (un misto fra l’inglese e il tedesco, credo) lasciava spazio alla parlata toscana. Dimenticammo la fila per il libro e facemmo capannello intorno a lui che ci raccontava una vita assolutamente straordinaria e probabilmente un po’ privilegiata: le elementari frequentate in Cina (“Mi facevano tirare le bombe a mano”), lo studio della letteratura a Oxford, la scuola di cinema a Los Angeles, i viaggi, la sua passione per i documentari. Una vita assurda e intensa come quella del padre. Mentre chiacchieravamo mi fece impressione l’immediatezza con cui avevamo per così dire fatto amicizia, l’intensità con cui parlava delle cose che amava e la simpatia che dimostrava. Anche con lui il tempo passò in un momento, tanto che dimenticammo tutto il resto finché non si sentì dietro di noi una voce:
“Ma insomma, non eravate venuti per me?!”

Ci voltammo. La tenda era deserta: era rimasto solo Terzani che ci guardava con le mani sui fianchi. “Cosa fai, mi rubi la scena?” chiese a suo figlio mentre noi ridevamo. Naturalmente ci fermammo ancora un po’ a chiacchierare anche con lui, che alla fine mi fece sul libro una dedica affettuosa, spronandomi a inseguire la mia voglia di viaggiare.
Poi ci salutammo e con Folco addirittura scambiai i dati e gli indirizzi. Lui ci invitò ad andarlo a trovare dalle parti di Pistoia dove viveva, ma naturalmente non ci sentimmo più.

Fu una serata davvero piacevole, e tornando a casa ripensai a quanto sia raro trovare persone così immediatamente disponibili, così immediamente comunicative e coinvolgenti. Un vero choc culturale per un genovese come me!
La cosa più strana era che avevo l’impressione di aver trascorso una serata in famiglia. In una famiglia decisamente fuori dal comune.

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Molteplicità

30. marzo 2006, 19:47

E’ il nome della quinta Lezione americana di Italo Calvino che m’è capitato di rileggere ieri sera. Le Lezioni americane sono un perfetto livre de chevet che andrebbe sempre riaperto anche a caso e rimuginato per un po’. Qui comunque voglio riportare in particolare il passo che mi fece scoprire per la prima volta il romanzo da cui questo blog ha spudoratamente copiato il nome. Io ne ho parlato ogni tanto, ma sono sicuro che Calvino riuscirà a convincervi a leggerlo. Fatelo, vi piacerà.
(Il testo è preso dall’edizione Mondadori, ma non son riuscito a trattenermi dal metterci dei link…)

Un altro esempio di ciò che chiamo “iper-romanzo” è La vie mode d’emploi di Georges Perec, romanzo molto lungo ma costruito da molte storie che si intersecano (non per niente il suo sottotitolo è Romans al plurale), facendo rivivere il piacere dei grandi cicli alla Balzac.

Credo che questo libro, uscito a Parigi nel 1978, quattro anni prima che l’autore morisse a soli 46 anni, sia l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo. E questo per molti motivi: il disegno sterminato e insieme compiuto, la novità della resa letteraria, il compendio d’una tradizione narrativa e la summa enciclopedica di saperi che danno forma a un’immagine del mondo, il senso dell’oggi che è anche fatto di accumulazione del passato e di vertigine del vuoto, la compresenza continua d’ironia e angoscia, insomma il modo in cui il perseguimento strutturale e l’imponderabile della poesia diventano una cosa sola.

Il puzzle dà al romanzo il tema dell’intreccio e il modello formale. Altro modello è lo spaccato d’un tipico caseggiato parigino, in cui si svolge tutta l’azione, un capitolo per stanza, cinque piani d’appartamenti di cui s’enumerano i mobili e le suppellettili e si narrano i passaggi di proprietà e le vite degli abitanti, nonché d’ascendenti e discendenti. Lo schema dell’edificio si presenta come un “biquadrato” di dieci quadrati per dieci: una scacchiera in cui Perec passa da una casella (ossia stanza, ossia capitolo) all’altra col salto del cavallo, secondo un certo ordine che permette di toccare successivamente tutte le caselle. (Sono cento i capitoli? No, sono novantanove, questo libro ultracompiuto lascia intenzionalmente un piccolo spiraglio all’incompiutezza.)

Questo è per così dire il contenitore. Quanto al contenuto, Perec ha steso delle liste di temi, divisi per categorie, e ha deciso che in ogni capitolo dovesse figurare, anche se appena accennato, un tema d’ogni categoria, in modo da variare sempre le combinazioni, secondo procedimenti matematici che non sono in grado di definire ma sulla cui esattezza non ho dubbi. (Ho frequentato Perec durante i nove anni che ha dedicato alla stesura del romanzo, ma conosco solo alcune delle sue regole segrete.) Queste categorie tematiche sono nientemeno che 42 e comprendono citazioni letterarie, località geografiche date storiche, mobili, oggetti, stili, colori, cibi, animali, piante, minerali e non so quante altre, così come non so come ha fatto a rispettare queste regole anche nei capitoli più brevi e sintetici.

Per sfuggire all’arbitrarietà dell’esistenza, Perec come il suo protagonista ha bisogno d’imporsi delle regole rigorose (anche se queste regole sono a loro volta arbitrarie). Ma il miracolo è che questa poetica che si direbbe artificiosa e meccanica dà come risultato una libertà e una ricchezza inventiva inesauribili. Questo perché essa viene a coincidere con quella che è stata, fin dal tempo del suo primo romanzo, Les choses (1965), la passione di Perec per i cataloghi: enumerazioni d’oggetti definiti ognuno nella sua specificità e appartenenza a un’epoca, a uno stile, a una società, e così menus di pasti, programmi di concerti, tabelle dietetiche, bibliografie vere o immaginarie.

Il demone del collezionismo aleggia continuamente nelle pagine di Perec, e la collezione più “sua” tra le tante che questo libro evoca direi che è quella di unica, cioè di oggetti di cui esiste un solo esemplare. Ma collezionista lui non era, nella vita, se non di parole, di cognizioni, di ricordi; l’esattezza terminologica era la sua forma di possesso; Perec raccoglieva e nominava ciò che fa l’unicità d’ogni fatto e persona e cosa. Nessuno più immune di Perec dalla piaga peggiore della scrittura d’oggi: la genericità.

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Da una copertina all'altra

11. marzo 2006, 15:05

In una giornata che si preannuncia lunga e gonfia di cose da fare, stamattina prima delle dieci mi sono sdraiato sul letto con questo libro in mano.

cacciatore di aquiloni

Pensavo: vediamo com’è, leggo dieci minuti e poi vado in palestra.
Erano le 13.35 quando ho alzato gli occhi di nuovo, dopo aver voltato l’ultima delle 390 pagine e aver pianto almeno due o tre volte. Adesso tu esci, lo vai a comprare e poi mi dici se ti è piaciuto.

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