La vita istruzioni per l'uso - arte e altre vaghezze

il blog di ubu

Il tema è: arte e altre vaghezze

Dopo tanto titubare

17 luglio 2007, 08:24

...ho deciso alla fine che a Venezia ci vado lo stesso, anche da solo.
Così domani sera piglio l’Eurostar e mi precipito nel 18° secolo, a camminare in mezzo ai turisti e sotto il solleone per andare a vedere la Biennale.
Se siete in quelle plaghe e non vedete l’ora di finire nel mio account flickr fate un fischio, neh?

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Io rido (non) da solo.

16 dicembre 2006, 03:20

Che poi è una cosa imbarazzante. Metti che, come m‘è successo ieri sera, vai a teatro con amici ma siccome hai prenotato tardi l’unico posto che trovi è da solo fra persone che non conosci.
E metti che ti capiti quello che succede sempre a me, cioè che ridi in modo incontenibile e spesso in controtempo rispetto agli altri. E’ veramente seccante, ti assicuro. Esplodi con la tua tipica risata a piena voce e spaventi le vicine, che non se lo aspettavano. Allora tenti di arginare la risata ma è peggio, perché sobbalzi soffocando sulla poltrona e di solito non è un bel vedere. L’unica è cercare di sfogarsi quando ridono tutti, e tentare di abbassare il volume quando viene da ridere solo a te.

Come quella volta quando Bergonzoni, dopo una di quelle sue tirate al fulmicotone quando non ti dà il tempo di ridere per tutte le battute perché stai ancora sfogando le risate per quelle precedenti e speri che smetta, smise appunto all’improvviso per cambiare discorso e prendere un attimo di pausa ma citò en passant il “pesce vinavillo”. E io esplosi da solo nel teatro e lui si voltò per un momento a cercarmi in platea, e io mi vergognai molto. Nessuno rise a sentir nominare il pesce vinavillo in una ricetta che comprendeva l’ingrediente: “colla di pesce vinavillo”, forse perché la menzione arrivava senza il tipico tempo comico di quando ci si aspetta una risata e il pubblico non era pronto. Ma per me era stata una battuta irresistibile. Io, il pesce vinavillo, me l’ero perfettamente figurato: bianco, cilindrico, con tanto di boccuccia stretta chiusa da un tappino che prima o poi si perde. Impossibile non ammazzarsi di risate.

Questo per dire che ieri sera Angela Finocchiaro, interpretando le decine di personaggi di Miss Universo scritto per lei da Walter Fontana, mi ha fatto saltare sulla sedia per un’ora e mezza, e m’ha anche tirato fuori delle risate a tradimento, di quelle che ti prendono alle spalle quando meno te lo aspetti e che magari fanno ridere solo te. Ieri sera una di quelle riguardava la foresta e l’anidride carbonica. Non faceva molto ridere di per sé, ma qualcosa nel modo in cui la Finocchiaro l’ha detta m’ha fatto morire. Mah.

Comunque sia, io non mi capacito del perché ‘Walter Fontana’ ancora non sia uno di quei nomi che tutti conoscono e citano a vanvera. Che non sia strafamoso e con i fanclub con magliette e cappellini. Non mi capacito del fatto che qualunque sciacquetta conosca il nome ‘Costantino Vitagliano’ e non abbia mai sentito o non ricordi il suo. Non mi capacito che non escano ogni mese lunghi e dettagliati profili di Walter Fontana su Vanity Fair, Vogue, e magari GQ. Non mi capacito del fatto che ci sia chi lavora nel marketing o nella pubblicità e non abbia mai letto L’uomo di marketing e la variante al limone. Insomma, dai ragazzi!

Quest’uomo è una delle migliori penne, una delle più divertenti e lucide e implacabili e sottili che ci siano nel nostro paese, ma tant‘è riesce sempre a sfuggire ai riflettori. Anche quando magari la sua voce ce l’hanno presente tutti: era lui il cattivissimo regista che tartassava la Cortellesi negli sketch – da lui scritti – di ‘Magica Trippy’, tanto per dire.

Miss Italia è un tour de force con un testo geniale recitato da un’interprete ideale. La Finocchiaro impersona sei o sette personaggi (e un tot di comparse) e non si ha mai alcun dubbio su quale di questi stia parlando: basta la voce e un accenno di postura diversa e tac, davanti a te c‘è un’altra persona e un ambiente diverso, anche quando il cambiamento è velocissimo e lo scambio continuo. Ha del miracoloso. La storia è il dipanarsi sgangherato e divertente di una nevrosi dall’eco cosmica, una nevrosi che tira in mezzo addirittura dio e l’universo, e diventa il pretesto per una marea di sketch, di riflessioni e di risate.

Due cose mi hanno colpito: l’orecchio incredibile di Fontana per le espressioni gergali, per le frasi fatte che in due parole ti inquadrano la persona e il suo modo di pensare e il suo mondo di riferimento – e questa è una cosa che già mi aveva colpito e riempito di invida shifosa anche nella lettura dei suoi libri.
La seconda invece è nuova: è uno sguardo bonario e affettuoso e accogliente che si avverte in tutto lo spettacolo nei confronti dell’umanità in genere. Ci sono cose che a Milano e nell’occidente in generale, nel 2006, si possono dire solo dietro secchiate di ironia, ma sotto le risate m‘è parso di sentire Fontana e la Finocchiaro mormorare: Pss! guarda che al mondo siamo tutti uguali, non aver paura! C‘è un sacco da ridere e da giocare insieme, in questa vita! Vieni qui, prendici per mano: in questo gioco c‘è posto anche per te.

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Il mega coniglio rosa...

20 settembre 2005, 09:02

Mah. Sono io che vivo sulla luna oppure se n’è parlato poco? Mi tocca scoprire da Ananova dell’esistenza, vicino ad Artesina (quindi fra Piemonte e Liguria, quindi vicino a casa) dell’installazione di un gruppo di artisti viennesi, i Gelatin. Si tratta di un gigantesco coniglio rosa shocking adagiato sul fianco di una collina, e destinato a restare lì finché la lana e gli altri materiali di cui è fatto non vengano dispersi. La notizia, scopro adesso, è stata pubblicata anche dal Giornale, il due settembre.
Le fotografie sono incredibili! Mi ci portate, prima che si deteriori e non ci si possa più salire sopra? Dai dai dai…

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Brivido

15 marzo 2004, 11:32

978

It bloomed and dropt, a Single Noon—
The Flower—distinct and Red—
I, passing, thought another Noon
Another in its stead

Will equal glow, and thought no More
But came another Day
To find the Species disappeared—
The Same Locality—

The Sun in place—no other fraud
On Nature’s perfect Sum—
Had I but lingered Yesterday—
Was my retrieveless blame—

Much Flowers of this and further Zones
Have perished in my Hands
For seeking its Resemblance—
But unapproached it stands—

The single Flower of the Earth
That I, in passing by
Unconscious was—Great Nature’s Face
Passed infinite by Me—

ovvero:

Sbocciò e appassì, un Singolo Meriggio – Il Fiore – netto e Rosso – Io, passando, pensai un altro Meriggio
Un altro al suo Posto

Ne eguaglierà lo Splendore, e non ci pensai Più
Ma venni un altro Giorno
Per scoprire scomparsa la Specie – La Stessa Località –
Il Sole a posto – né altro inganno
Nella perfetta Somma della Natura – Mi fossi almeno soffermata Ieri – Fu il mio irreparabile rimprovero –
Molti Fiori di questa e di altre Zone
Sono periti nelle mie Mani
Cercandone a sua Somiglianza – Ma irraggiungibile esso rimane –
Il singolo Fiore della Terra
A cui Io, ero passata accanto
Inconsapevole – che il Grande Volto della Natura
Passasse infinito accanto a Me




Non so praticamente niente di Emily Dickinson. So solo che l’altro giorno ero al cinema Anteo con amici e aspettando di entrare a vedere il film curiosavo come al solito nella libreria. E fra le altre cose mi è capitato in mano un libro della poetessa. Apro a caso e trovo la poesia che ho appena riportato. La traduzione che potete leggere fermando il mouse sul testo viene da questo meraviglioso sito che raccoglie tutte le poesie di Emily Dickinson e non ha alcuna pretesa artistica, come dice l’autore. Infatti quella che invece ho letto all’Anteo mi ha chiarito immediatamente il significato di questo fiore appassito: la perdita della possibilità di avere un figlio.
Quanto l’avrò tenuto in mano, quel libretto? Forse due minuti e mezzo, tre: quando l’ho posato avevo la pelle d’oca.

Quell’infinite by me mi aveva dato le vertigini.

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Sotto un'incerta luce

13 dicembre 2003, 08:08

Ne parlava Linguafranca qualche giorno fa: la Schirn Kunsthalle di Francoforte. E’ una meravigliosa galleria d’arte dove ho visto il primo e finora unico Vermeer della mia vita.
Non ne sapevo niente. Era una mostra che per tema aveva la scrittura e la lettura. C’era pieno di nature morte con carte e calamai, soggetto tipico del seicento, e altri soggetti simili. E poi, improvvisamente quel quadro. Oggi facendo ordine nel disco rigido del computer del lavoro ne ho trovato l’immagine: eccola qui
All’epoca non avevo molto gusto per la pittura, non mi interessava granché, la capivo male. Eppure qualcosa in quel quadro, nello sguardo della signora che scrive, mi fece avvicinare. Ricordo che ebbi l’impressione di vederci male. Come se non riuscissi a mettere a fuoco la tela. Il volto della signora, le pieghe del manto, certi altri punti della tela erano come sfuocati, ma questa è una parola che non rende l’idea. Era come se la luce non sapesse dove posarsi, come restando un momento perplessa, vibrando di questa sua incertezza.
Eppure ci vedevo benissimo: bastava guardare i decori in metallo del piccolo scrigno, la perla all’orecchio, la punta della penna. Lì il dettaglio era perfettamente a fuoco, brillante, vivo, nitido. Che differenza. Ma se cercavo la cesura fra quello spazio dove la luce sembrava trovare appiglio e sicurezza, e l’area in cui tutto sembrava vibrare a un ritmo diverso, non riuscivo a trovarla.
Credo di essere stato almeno tre quarti d’ora davanti a quel quadro con addosso una strana emozione, l’emozione che si prova davanti alla perfezione. E con in più la segreta inquietudine di non essere certo di aver ben capito. Mi dicevo qui Vermeer non ha solo voluto mostrare la sua arte con tutto il virtuosismo di cui era capace, no. Non è solo un pezzo di bravura, questo ritratto della moglie che scrive. Me lo figuravo a tu per tu con lei, con l’amore che si prova per chi si ama, che ti fa sentire incompleto se non ne puoi toccare il corpo, se non puoi possederne tutta l’anima (e non si può mai), quell’amore che ti mostra la persona amata anche un po’ distante, altra da te, in fin dei conti. E allora mi chiedevo: forse qui la luce fa come lo sguardo del pittore quando si posa su di lei, fa come la sua mano, che non ha paura degli oggetti, ma che resta incerta, carica di desiderio e di timore reverenziale quando si tratta di posarsi su di lei? Lei che resta lì, la penna ferma un momento sul foglio, sorridendo appena, ironica, sapiente e in qualche modo irraggiungibile.
Non ho saputo rispondermi. Del resto, non è forse il fascino più grande saper suscitare domande all’infinito senza lasciarsi mai riassumere da una risposta?

Macubu  -    -