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Ricordo, 2

17. settembre 2004, 16:24

[segue]
Eravamo in tanti, a cena, e quindi era uno scontrino bello lungo. Lì per lì pensai che il toscano avesse usato la matita. Girai e rigirai fra le mani la strisciolina di carta strizzando gli occhi al buio finché non mi arresi. Non c’era scritto niente.

Ricordo i mille interrogativi che mi esplosero in testa, mentre ancora aspettavo basito nella macchina buia sotto casa. Ma allora ho sognato? Ma come, tutto qui? E perché mettermi in tasca lo scontrino? Possibile che tutti i segnali che ho colto siano stati una mia invenzione? Non è possibile.
E’ lui che mi ha cercato alla fine del concerto. Non ero io che monopolizzavo la discussione: anche a lui piaceva come a me, è ovvio. Forse era timido. Perché dirmi ‘ci vediamo’ con quel sorriso sornione mentre mi batteva sulla camicia? No, non posso essermi sognato la magica intesa che c‘è stata fra noi questa sera.
Forse non ha trovato una penna, lì per lì. Io non ce l’ho mai, una penna in tasca. Ecco, lui voleva lasciarmi il numero ma non ha trovato il modo di farlo, o di chiedermelo, eravamo sempre lì tutti insieme. Non aveva voglia di fare la scenetta (“mi lasci il tuo numero?”) davanti a tutti perché sarebbe stato troppo pacchiano, troppo evidente. (Cercavo di non ascoltare la voce della ragione che mi diceva: ma non ha avuto alcuna vergogna a infilarti lo scontrino in tasca, davanti a tutti…)
Decisi che non potevo essermi sbagliato, che Sergio (perché questo era il nome del toscano) era certamente interessato a me e che comunque stessero le cose io dovevo saperlo, dovevo assolutamente avere una risposta.

Povero piccolo macubu che non si rendeva conto di quanto la passione, anche una semplice infatuazione istantanea come quella, possa scombinare la mente, il cuore, lo stomaco e il bioritmo. Figurarsi la capacità di giudizio.
Del tutto sottosopra, passai tre giorni in preda all’ansia e a uno struggimento molto decadente o molto stupido, a voi la scelta. Poi feci una cosa che non mi sarei mai sognato di fare, fino a quel giorno: cercai l’amico cantautore sul lavoro.
Si tratta, dovete sapere, di un amico di lunga data, col quale però, soprattutto fino ad allora, i rapporti non erano mai stati particolarmente intimi. Avevamo lavorato insieme con il quartetto e avevamo molte conoscenze in comune, ma niente di troppo fraterno. Questo significa che di me lui non sapeva, e all’epoca io avevo fatto coming out solo con gli amici più stretti perché dichiararmi gay mi riusciva ancora difficile.
Comunque lo cercai, col cuore che batteva a mille, e lui rispose.
– Ciao Fede, senti volevo dirti una cosa che ti stupirà, ma devi sapere che alla cena in pizzeria dopo il tuo concerto, l’altra sera, ehm… ecco… una persona mi ha davvero colpito molto.
Lo sentii esultare dall’altra parte della cornetta:
– L’infermiera bionda!! Eeeeh, lo sapevo, quella è un tipo incredibile e poi…
– No guarda, non è lei. E’ Sergio.
Dall’altra parte calò il silenzio. Ma fu davvero un momento. Un istante dopo, senza fare una piega, rollando la sua dolce erre moscia, Fede mi disse con una sfumatura di divertito compiacimento in cui leggevo il sorriso:
– Vado a prendere il numero di Sergio.
– Fede, sei fantastico. Ti adoro.

Passai un altro giorno rigirandomi il foglietto in mano. La testa era davvero partita, avevo dimenticato gli esami, i libri da studiare, tutto. Stavo lì in camera, col telefono davanti e il numerino scritto sul foglietto sempre più ciancicato. 055, il prefisso di Firenze.
“Non avrò mai il coraggio di farlo”. Non avevo il coraggio di farlo.
A molti di voi una paura simile sembrerà risibile ma a un nerd occhialuto come me già avere quel numero in mano era costato un notevole sforzo. Ma arrivare fin lì per poi non fare l’ultimo passo era davvero troppo sciocco. Fifone sì, cretino no.
Alzai la cornetta sudando come un maratoneta sotto il sole, col cuore che voleva saltar via. Pregai che rispondesse lui.
Rispose la sorella. Già solo il fatto di dover chiedere di lui a un familiare mi faceva sentire idiota, fuori posto, ridicolo: mi vedevo d’improvviso con gli occhi di un’estranea e non mi sembravo un bello spettacolo. Sergio non era in casa, e in un impeto di grande iniziativa e con studiata, falsissima nonchalance lasciai il mio numero e le chiesi di dirgli che avevo chiamato. Sapevo che non avrei avuto il coraggio di fare quel numero un’altra volta.

Trascorsi le ore seguenti chiuso in camera, facendo finta di studiare qualcosa, leggendo probabilmente la stessa pagina trecentosessanta volte. Cosa avrebbe fatto, adesso? Avrebbe chiamato? Cosa gli avrebbe detto la sorella? “Sergio c‘è un omosessuale in stato confusionale che ti ha cercato al telefono, poco fa…”? Ero sicuro che avrebbe usato una frase simile.
Ma il telefono suonò, più tardi, e al telefono c’era lui.

Fui molto disinvolto, di quella disinvoltura così platealmente falsa da suonare isterica, da fare addirittura tenerezza. La scusa che mi ero preparato era la maglietta, quella con il Maalox: la volevo assolutamente anch’io, subito.
Sergio era di gran lunga troppo intelligente per non aver immediatamente mangiato la foglia, probabilmente nello stesso istante in cui vide il mio numero di telefono scritto dalla sorella. Lo sentii allegro, vivace come sempre, ma molto circospetto. Quasi evasivo.
– Sono sorpreso di sentirti. Hai addirittura lasciato il tuo numero…

La conversazione divenne subito un cadavere tenuto in vita con la respirazione artificiale: era finta, implausibile, imbarazzante. E io sentivo sempre di più il terreno mancarmi sotto i piedi mentre un altoparlante nella testa urlava a tutto volume STUPIDO STUPIDO STUPIDO, così decisi di concludere la telefonata il più velocemente possibile.
Sergio sembrava assistere al mio disgregamento quasi divertito, anzi ebbi l’impressione che riuscisse a guardarmi dentro e che sapesse perfettamente come mi sentivo.
Cominciarono i saluti, i “vabbè, allora poi semmai ci vediamo quando torni la prossima volta” e simili, e poi lui pronunciò la frase che mi seppelliva per sempre:
– Senti comunque… mi dispiace di averti colpito.
La cornetta calò pesante e definitiva come una pietra tombale.

***

A distanza di tanti anni, ancora mi chiedo cosa sia davvero successo. Ripenso con simpatia al povero Figaro, bravo cantante lirico che non meritava il trattamento che gli riservai, e alla divertente conversazione che avemmo dietro le quinte, sussurrando, col Barbiere di Siviglia in corso.
E poi ripenso a questa strana persona, capace di stregarmi come pochi son riusciti a fare. Mi chiedo se quell’intesa che mi sembrò così magica fu davvero tanto intensa. Lui come la visse? Forse Sergio era, e magari è ancora, una persona magnetica, affascinante, che riesce a ottenere lo stesso livello di scambio e di comunicazione con tutti quelli che incontra. Forse quello che a me sembrò così speciale fu per lui una serata normale, un incontro come tanti altri.
Oppure potrebbe anche darsi che io, semplicemente per aver voglia di innamorarmi, trovai interessante questo ragazzo sveglio e riversai su di lui tutto il mare dei miei desideri immaturi, tutta l’infantile aspettativa del rapporto apollineo, totalizzante e simbiotico che da giovani si immagina come la felicità e attribuii a Sergio ogni sorta di pregio, ipnotizzato da qualcosa che io volevo vedere in lui.
Quando mi sento più incline alla malignità penso invece no: era solo una persona un po’ infantile, bisognosa di attenzione, che trovò in me un’ottima preda, uno specchio luccicante con cui giocare per bearsi della sua immagine riflessa.

Insomma l’incantesimo partì da lui e io ne fui l’oggetto, magari abilmente manipolato? O feci tutto da solo, creando dal nulla una persona magica che magari nemmeno si accorse di quello che provavo?
Non riesco a darmi una risposta, forse non c‘è.
Forse non ne ho bisogno: so che per me fu qualcosa di forte. Nel suo piccolo, fu un incontro che mi fece scoprire capace di fare cose nuove. Ed è questo il dono prezioso che mi ha lasciato.
Tutti abbiamo fatto incontri così. Ciò che hanno di più importante non è tanto il valore delle persone con cui veniamo in contatto, ma quello che esse generano e lasciano in noi.
E’ il motivo per cui continuiamo a ricordarli, il motivo per cui ritroviamo ogni volta il piacere di raccontarli ancora.

Macubu  -    - Commenti [16]

Ricordo

16. settembre 2004, 19:53

Proprio dietro di me l’opera era in corso, e il Conte fingendo di essere ubriaco, cercava di farsi Rosina sotto gli occhi di Bartolo. Una vera rappresentazione, con orchestra e pubblico e tutto, nel teatrino dell’opera di Orvieto, estate di diversi anni fa (tanti, ormai, temo).

Io stavo seduto con la schiena contro la quinta, nel buio. Avevo scarpe coi tacchi, livrea con grossi bottoni dorati e mostrine dorate, parrucca, alto kepì nero con pennacchio e cerone in faccia: poco dopo sarei entrato in scena col coro a fare la forza, la polizia.
Improvvisamente arriva Figaro con la retina in testa, tutto sudato e col cerone spesso come cemento. Si siede a fianco a me, sullo stesso baule che sarà messo in scena l’atto successivo.
– Allora? E’ venuta la tua fidanzata a vederti?

Ohggesù, ci siamo. Non che ci sia niente da indovinare fra me e lui. Che lui sia gay lo sanno tutti, che lo sia io, beh, insomma, ce l’avrà anche lui un gaydar, o cosa? ‘somma alzo gli occhi al cielo, non c‘è altro da fare ora se non rispondere. Sussurro perché dietro di noi, a meno di due metri, Bartolo sta piantando un casino niente male.

– No, non è venuta.
– Hmm…
– Non ce l’ho una fidanzata.
– Ah. E come mai?
– Guarda, uno alla mia età se non ha una fidanzata o è davvero bruttissimo, oppure è frocio…
– E tu…
– Beh, non mi considero proprio un cesso.
Si agita sul baule e vorrebbe rispondere qualcosa di divertente, ma il maestro di scena lo acchiappa per la manica e lo spinge sotto i riflettori.
Il mattino dopo rientravo a Genova, ma nel frattempo avevo detto sì, con un po’ di titubanza, a un futuro invito a cena.

Qualche giorno dopo Figaro, tornato a Genova anche lui, mi telefona. Io ci ho riflettuto per bene: non è un brutto ragazzo, ma proprio non è il mio tipo. Confesso: è il mio primo invito fuori, in pratica. La cosa mi fa un po’ paura e soprattutto mi rendo conto di aver detto di sì più per la novità in sé che per l’interesse della persona. Voglio davvero finire a letto con lui? mi chiedo con la pruderie di un missionario del settecento. No, mi rispondo.
Glielo dico: facciamo che restiamo amici, guarda, è meglio.
– Ma almeno una cena fuori, dai, non puoi non accordarmela.
– No, certo, figurati. Però senti, stasera mi hanno invitato fuori. C‘è un amico cantautore che fa un concerto e poi si va tutti in pizzeria, vieni con me?
Dice sì.

Al concerto finisco seduto fra Figaro e un amico toscano del cantautore, mai visto prima. All’inizio non lo noto neppure, poi però lui mi rivolge la parola, chiacchieriamo. Figaro osserva in silenzio, io gli parlo appena, con indicibile maleducazione. Per di più il toscano non molla, si crea una strana intesa fatta di ironia e di battute veloci. Il cantautore indossa una maglietta del Maalox con tanto di fiamme indiavolate sullo stomaco: è un regalo del toscano e mi piace. Ne ridiamo insieme.
Al momento di lasciare la sala del concerto per andare in pizzeria mi avvio verso la macchina con gli amici e il sempre silenzioso Figaro. Il toscano mi insegue dicendo qualcosa come: ma insomma non mi saluti nemmeno!
– Ma ci vediamo in pizzeria!
– Vabbè ma non mi consideri…
E’ a questo punto che comincio a farmi qualche domanda. La presenza di Figaro si fa sempre più imbarazzante, probabilmente per entrambi.

In pizzeria siamo almeno quindici. Io siedo a un capotavola. Subito alla mia destra c‘è Figaro, a sinistra, due o tre persone più in là, il toscano. Il bellissimo toscano, mi rendo conto adesso. Nel capo di un quarto d’ora si crea fra me e lui un’intesa magica, la più immediata che ricordi nella mia vita. Di lui mi affascina tutto, e non facciamo che chiacchierare insieme, monopolizzando la conversazione al nostro capo del tavolo, dove Figaro è impegnato a guardare nel suo piatto. Non mi sento in colpa. Non sento niente, ascolto questo bel ragazzo moro, magro e vivace e gli rispondo, e intorno a lui tutto il resto ha un 20% di opacità in più...

Alla fine della cena sono completamente cotto. Impanato, soffritto e lesso.
Ci alziamo. Nella solita confusione del gruppo in piedi alla cassa lui mi avvicina. Ha in mano lo scontrino e sorridendo lo piega, me lo infila nel taschino della camicia e ci batte sopra col palmo della mano: “Ci vediamo!” e se ne va. Monta sulla sua Golf e torna in toscana.
Non sto nella pelle: mi ha lasciato il numero!

Imbarco Figaro in macchina e lo porto a 200 all’ora a casa sua. Quando arriviamo lui apre la portiera, scende, mi dice:
– Ma almeno un bacio potresti darmelo, però.
– Forse è meglio di no, dico io.
E parto a razzo.

Sono seduto macchina al buio, dopo aver parcheggiato. Devo tirar fuori lo scontrino dal taschino, per chiamarlo, ma aspetto un attimo: è stata una serata così strana, così nuova. Cerco di immaginarmi un discorso: le prime cose che gli dirò al telefono.
Poi tiro fuori lo scontrino.

E qui mi interrompo, perché questo ricordo che improvvisamente ho avuto voglia di raccontare è già troppo lungo per un post solo. Continua domani…

Macubu  -    - Commenti [6]

Incontro

19. aprile 2004, 01:16

Io mi ero già visto da qualche parte. E oggi ho capito dove.
Saranno stati più di dieci anni fa, il luogo è piazzale Baracca. Una piazza mai vista prima. Ero con gli amici del quartetto: avevamo dormito da un parente in San Michele del Carso e per andare in centro abbiamo chiesto indicazioni all’edicola. Non sapevo da che parte fosse il duomo, non avevo idea della città, Milano era l’orrenda metropoli sconosciuta e odiata da ogni genovese che si rispetti, il posto dove “belìn piuttosto di viverci mi sparo”, la città grigia e triste per eccellenza, quella dove manca il mare, quindi dove manca tutto.
Stavo là spaesato, cercando di trovare un punto di riferimento, e non potevo accorgermi, non potevo lontanamente immaginare che il fantasma del me stesso di dieci anni dopo stava passandomi a fianco, la borsa sulle spalle, per andare al lavoro, come tutti i giorni, come sempre in ritardo. L’avessi anche visto, non avrei saputo riconoscerlo. Come avrei potuto sapere che mentre guardavo verso piazza Piemonte avevo sotto gli occhi casa mia? Chi avrebbe mai potuto convincermi che qualche chilometro più in là avrei avuto un ufficio, una scrivania, un lavoro insomma?
Si vive così, misericordiosamente inconsapevoli delle infinite diramazioni possibili della vita.

Macubu  -    - Commenti [16]

Turn the wheel

1. giugno 2003, 03:43

Notte, luce LCD.
Voci dalla strada, zanzare.
Vorrei essere a mille miglia da qui. O forse vorrei semplicemente uscire.
A quest’ora, così mentre vago per la casa, non so chi sono.
Sono un leone chiuso in gabbia.
Al mattino mi dico no: sei un criceto sulla ruota.

Macubu  -    -

GRSC

5. febbraio 2003, 00:22

La psicologia delle persone, quella vera, quella profonda, non ti si rivela che in alcuni momenti: quei rari attimi in cui la maschera si scolla per un istante e mostra quel che nasconde. Non succede di frequente.
Chissà, forse nei tempi antichi (almeno per gli uomini) i caratteri si rivelavano durante lo scontro fisico, la guerra, quando le fila dei lancieri si scontravano con gli scudi e le spade delle file avverse, in quei momenti frenetici fra la vita e la morte quando tutto si decide fra un battito di cuore e il successivo, che potrebbe essere l’ultimo.
Oggi che noi gente civilizzata viviamo nell’angoscia di emergenze come “meglio il panino Apollo 13 (rucola, bresaola, salsa rosa) o la focaccetta Boscaiola (insalata, funghetti, prosciutto affumicato, salsina non indentificata)?” tutto questo non avviene più e il vero volto di chi ci sta a fianco è diventato più difficile da intravvedere. Ci mascheriamo di cortesia.
Ma un momento di verità c‘è, eccome. E’ la Grande Riunione nella Stanza del Capo.
La GRSC ha luogo per le grandi presentazioni e, in un’agenzia di pubblicità, coinvolge schieramenti ben definiti e riconoscibili: ci sono i creativi (sono quelli spettinati con tanti foglietti colorati in mano), ci sono gli account (sono quelli con la cravatta e l’aria colpevole), ci sono i planner (sono quelli che sembra siano altrove, virtuali fin nel DNA) e poi c‘è il Capo (è quello che fa finta di essere il più rilassato).
Comincia tutto in modo indolore, sembra davvero una riunione in cui si abbia qualcosa da discutere, sembriamo tutte persone mature, consapevoli. Ma dentro almeno uno dei presenti si annida senz’altro il Cagatore di Dubbi Assurdi ed Implausibili ma Proprio Per Questo Inconfutabili.
Il CDAIPPQI non è una tipologia di persona: è un virus. E’ virtualmente presente in ciascuno di noi, e si manifesta in modo del tutto imprevedibile e incoercibile soltanto nei Momenti Davvero Cruciali quando tutto dev’essere discusso in fretta e di solito il giorno prima dell’incontro col cliente. Mettiamo che sia tu, lettore, a impersonare per una volta il CDAIPPQI. Tu sei lì che guardi la presentazione e improvvisamente ti salta in testa una vocina: – Dài, giustifica il tuo stipendio, coglione! Fatti largo, fai vedere quanto sei intelligente! Non hai qualcosa di interessante, utile e qualificante da dire? Sei forse il più stronzo di tutta questa gente? No! Per cui dài, prendi la parola, adesso! Guarda qua: c‘è proprio bisogno di un tuo commento!
E così, nonostante tu senta che forse potresti anche farne a meno, nonostante tu abbia voglia di reprimere quella vocetta, cominci ad agitarti sulla sedia, prendi in mano le slide o gli storyboard, osservi questo e quello e così facendo stai già comunicando ai presenti che Qualcosa dentro di te sta davvero pensando. E in un momento di silenzio di quelli classici da riunione, ecco che prendi la parola. O meglio, non prendi nemmeno la parola, semplicemente fai un commento fra te e te, quasi inconsapevole, a mezza voce. “Ma questo non mi sembra davvero in linea con il posizionamento di marca per questo target.”
E il disastro si compie.
In un attimo, gli schieramenti si rovesciano, le alleanze si ribaltano e lo scenario fintamente rilassato si rivela per quello che è: un’accozzaglia di frustrati depressi che cercano di star fuori dalla merda e disposti a bieche bassezze pur di pararsi il culo e buttarci te, nella merda. Cominciano le frasi del tipo:
- beh, certo, se tu la pensi così forse faremmo meglio a rivedere il posizionamento…
- mah, però guarda che io non ne sapevo niente, mi sembra che non se ne fosse parlato…
- io? Figurati: questo l’aveva detto il cliente!
- mi son fidato di quello che mi hai scritto tu in quella mail di tre giorni fa…
- beh, forse voi avete informazioni che io non ho…
- eppure la mia slide parla chiaro!
- insomma i creativi siete voi, però ecco forse cambiando titolo e visual…
- il cliente lo ha chiesto espressamente!
- ma il prodotto è nuovo?
- non importa quello che ho detto, importa quello che ho scritto!
- hai interpretato le mie parole troppo liberamente
- ma questo non era mica detto nel brief!
- comunque non è così che si lavora.
- scusa, ma il cliente è tuo!

Ecco fatto. Quelli che credevi fossero i tuoi amici ora ti voltano le spalle, quelli che giudicavi in gamba e con le palle adesso balbettano imbambolati scuse implausibili. Questi sono i momenti rivelatori del nostro tempo.
Non sarà una bomba H a spazzarci via. Sarà una presentazione in Power Point.

Macubu  -    -