Com‘è che uno si ritrova, per certi versi malgrado suo, a essere un impiegato?
Voglio dire, dov‘è il passaggio, lo snodo, la slogatura fra immaginazione e realtà attraverso la quale il sognare di fare un certo tipo di lavoro diventa il ridursi a fare quel certo tipo di lavoro?
A marzo sarebbero stati sei anni nella stessa impresa e nello stesso palazzo. Da lunedì cambiamo palazzo.
La somma impressionante di gesti accumulati in minimo 9 ore quotidiane di lavoro (lavoro?) in quell’ambiente fisico andranno cancellati dalla memoria del corpo e sovrascritti da gesti nuovi, ancora tutti da imparare.
Il modo di aprire la porta, di affrontare l’angolo retto fra il corridoio e il bagno, il percorso fisso fino alla stampante a colori, il passare il badge soprappensiero per aprire la porta scorrevole di vetro. Quanti automatismi del corpo ho accumulato!
E mi chiedo: quanti automatismi della mente ho accumulato allo stesso modo? Quanti percorsi di pensiero in più avrei potuto esplorare in questi anni?
Riempio gli scatoloni, guardo con nostalgia i vecchi uffici. E non vedo l’ora di lasciarli.
Sarebbe il momento perfetto per andarsene.
ommadonna che terribile e vera descrizione che hai fatto…
non ti viene voglia di spiccare li volo, di provarne l’ebbrezza? anche dal cornicione, eh :-)
La sorpresa, imho bella, è lo scoprire che gli automatismi quotidiani e pure quelli con cadenza più frequente si dimenticano in fretta. Believe me :)
e iniziare a fumare canne e fare bodybuilding in garage…
Io venerdì scorso ho fatto tre anni (il mio record in un’azienda), e da qualche settimana siamo atterrati in una sede nuova in mezzo a un nulla che si sta riempiendo di cantieri. L’altrove sta assumendo sempre più fascino. Ci fosse, un altrove.
Quella strana sensazione di trovarsi in un non luogo o meglio non il proprio.