Vi capita di aver voglia di affrontare certi argomenti per poi dimenticarvi costantemente di farlo? Ce n’è uno che mi ronza in testa da un po’, e giusto la discussione generatasi circa il lutto ‘pubblico’ di questi giorni me l’ha fatta tornare in mente.
L’argomento si chiama: avere occhio per lo spessore delle cose.
Le cose, soprattutto le cose umane, hanno uno spessore. Ne hanno molto, ne hanno poco, ma la cosa importante è saperlo riconoscere.
Riconoscere lo spessore è molto simile a quello che si chiama avere gusto ma non è la stessa cosa, e secondo me è più importante, più urgente.
Lo spessore si può definire in modo quasi scientifico come la quantità di risorse intellettuali e/o di lavoro materiale investita per creare qualunque opera umana, intellettuale o meno. E’ il quanto fortemente il creatore della cosa l’ha voluta, l’ha cercata, quanto ci ha investito, ci ha messo del suo, quanto ha saputo essere originale, innovativo.
Spessore non significa pesantezza, naturalmente. Anzi, un’opera intellettuale di grandissimo spessore, lavorata e limata mille volte spesso acquisisce quella leggerezza, quel carattere di facilit che è tipico solo della grande arte, quella che resiste al tempo.
Lo spessore inoltre non ha niente a che fare con il contenuto, categoria di concetto estranea all’arte, ma è predicato solo della forma.
E la differenza con il gusto? Facile: ci sono mille cose che non mi piacciono nel mondo, ma di molte di esse riconosco che hanno spessore. E ne ho rispetto. Ci sono altrettante cose nel mondo che mi piacciono e che mi divertono, delle quali però so benissimo che non hanno spessore. Le prendo con ironia e ne usufruisco per quel che di entertaining che offrono.
Posso benissimo immaginare abitazioni piene di mobili di nessun spessore (quelli dell’IKEA, fatti in serie) ma scelti e messi insieme con gusto. E posso benissimo immaginare un salotto pieno di mobili di grandissimo valore artistico ed esibiti con deplorevole mancanza di tatto.
Quando non riesco a cogliere niente di interessante e per di più non avverto alcuno spessore m’innervosisco, divento insofferente, come nel caso dei discorsi di questi giorni.
Ed è facile allora che mi si accusi di essere snob, e di non lasciarmi andare, o di non partecipare a ciò che di volta in volta chi ho di fronte considera interessante, o importante, o “alto”.
Io rispondo che non lo posso fare perché non vi avverto spessore.
Dice, per fare un esempio: “Eh, ma che palle, questo è un film che parla di sentimenti, lascia perdere i giudizi! Goditi ‘sta storia!”. E io rispondo no, perché questa storia, questo film, [ma anche questo libro, questo discorso, cazzo a volte questa persona] non ha spessore, non riesce a coinvolgermi, è finto, è prevedibile, puzza di mala fede. Non è snobismo, è mancanza di affabulazione: non ci credo. Anche dentro a me c’è un bambino dispostissimo a sognare e a lasciarsi coinvolgere. Ma come ogni bambino esigo che le favole siano coerenti, siano magari incredibili ma non improbabili, ben fatte, cacchio. Se ci sento dentro della buona fede, del lavoro spesoci sopra, se avverto che qualcuno ha davvero creduto a questa storia prima di me, allora sarò disposto a credere anch’io a questo film e seguirlo fino alla fine. Rendo l’idea?
Circa il patriottismo di questi giorni: retorica in un’occasione facile.
E questa Italia ‘finalmente unita’, come dice deep: a vantaggio di chi? rispondo io. Per quale scopo, al servizio di quale causa? Cui prodest un’Italia finalmente unita? Ma unita dove? Quando? Abbiamo bisogno di questa chimera? Siamo come i bimbi che guardano contenti mamma e papà che finalmente hanno fatto pace o siamo cittadini che esigono dal governo una condotta responsabile e il rispetto dei diritti umani? Io me ne frego dell’unità nazionale fatta di parole su corpi ancora caldi.
Questi sono stati giorni di parole che non hanno spessore.