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il blog di ubu

C'era anche lei

Terza parte di questo.

Ora tu immagina una signora sui cinquantacinque, un po’ cotonata e tinta, con dei groooossi occhiali da sole alla Sandra Mondaini, con una sacca di cotone piena di asciugamani da mare – portati via dallo stabilimento balneare perché vanno lavati almeno una volta alla settimana – e quell’aria da signora per bene un po’ distratta, di quelle che se si sentono chiamare per nome al semaforo, per esempio, si voltano a guardare dal finestrino sbattendo gli occhi, mettendosi leggermente in posa con le braccia sul volante e dipingendosi sul volto un sorriso vago e impersonalmente universale; e dimenticano di partire con il verde facendosi strombazzare da tutta la coda dietro. Ecco, una così. In due parole: immagina mia madre.

Mia madre. Cioè una donna con l’istinto di sopravvivenza e il senso dell’orientamento di un bradipo sotto xanax, una donna che in auto ha la grinta di un peluche, e la stessa vocazione alla guerriglia urbana di un servizio da tè di Sèvres. Non ho assolutamente idea di che cosa mia madre avesse capito del G8 o come se lo fosse immaginato. Di certo ne sapeva molto ma molto meno di me. Per dire.
Così se io atterravo al G8 come un alieno beh mia madre allora era la Base Madre degli alieni, the fucking Mothership itself, vivendo lei a distanza di galassie da tutto ciò che non siano boutiques e saldi di fine stagione e fiere del brocantage e buone occasioni delle stesse. Figurarsi la distanza che la separava da una manifestazione di ‘sta gente sporca, rumorosa e vestita a casaccio.

Fatto sta che la mamma, non considerando come serio impedimento al suo giretto di shopping quotidiano un summit mondiale con i rappresentanti supremi degli otto paesi più industrializzati del pianeta e le conseguenti misure di sicurezza dello stesso (misure che avevano comportato la chiusura di metà della città entro enormi barriere di acciaio) e la concomitante manifestazione contro-G8 che aveva attirato in centro decine di migliaia di persone minaccianti di sfondare quel giorno stesso quelle enormi barriere, si stava dirigendo, verso le 4 del pomeriggio, dopo la giornata al mare, verso la zona rossa sulla sua piccola Fiat Seicento blu.

mister magoo Mia madre è pazza, naturalmente, ma non del tutto cretina: probabilmente anche lei pensava di poter passare sotto al ponte della ferrovia che corre a fianco a via Tomaso Invrea (quella che porta a piazza Alimonda). Dopo s’intende aver dato un’occhiata in giro per vedere cosa succedeva in città.

Arrivata nella zona di corso Torino, fu seccata di vedere le vetrine dei negozi tutte chiuse. Inoltre c’erano gruppi di persone che correvano qua e là con aria assai agitata. Mia madre accostò su un lato della strada e provò a chiamare me (non sentii, oppure non avevo il cellulare acceso: non ricordo) e poi mio padre, che invece il cellulare l’aveva proprio spento, unico della famiglia ad aver capito tutto ed essersene andato sui monti a fare un giro in moto con gli amici.

Cominciò a essere presa dal panico. Intorno a lei la situazione si faceva sempre peggio: black block che correvano, lanciavano molotov, poliziotti che inseguivano. Dapprima distante, là in fondo a corso Torino. E poi sempre più vicino a lei.
Fu allora, credo, che cominciò a correre con la sua seicento in giro per le stradine laterali, cercando qualche via di fuga, ma sempre più paralizzata dalla paura e incapace di prendere una decisione intelligente, tipo tornare indietro da dove era venuta.
Probabilmente finì per infognarsi sempre di più nel quartiere, avanzando verso Brignole.

Mentre raccontava gli eventi del pomeriggio l’angoscia di mia madre era tale che a un certo punto smetteva di parlare, e io ricostruisco quel che deve esserle successo guardando le foto di quelle ore. Lei era lì nei momenti peggiori: fra una carica e l’altra della polizia, era lì quando è stato incendiato il blindato dei carabinieri in corso Torino, proprio davanti a quel tunnel che voleva percorrere per tornare a casa. Forse era lì mentre i dimostranti svellevano le piccole ringhiere delle aiuole per farne spranghe di ferro, e forse era lì che correva rasente ai muri e piangendo anche mentre volavano sassi e bruciavano lacrimogeni e copertoni.

Immaginare mia madre mentre disperata decide di abbandonare la macchina e fuggire a piedi piangendo disperatamente fra le urla, le cariche, le esplosioni e il fumo dei lacrimogeni, mi fa sentire piuttosto male.

Però mi fa anche ridere un casino, dai.

Col senno di poi la strategia di abbandonare la macchina fu una buona idea. E tutto sommato un’idea coraggiosa, visto che implicava il dover spogliarsi anche di quel piccolo involucro che ti separa e protegge dall’esterno. Ma in macchina non c’era scampo. Anzi rischiava che la fermassero e gliela prendessero per usarla come arma o chissà cosa. Mia madre accostò, scese e, a quanto dice, piangendo ininterrottamente corse verso le grate della zona rossa.

Chissà cosa pensavano in quel momento, i poliziotti e gli scalmanati blac block vedendola correre via. Probabilmente sembrava solo una pazza, ma si sa che la follia mentale viene sempre rispettata: ai matti raramente si mettono le mani addosso. Forse è per questo che non le successe nulla.

Mia madre si avvinghiò alle grate della Zona rossa che davano verso Brignole e piangendo e – immagino – dicendo frasi sconnesse e senza senso chiese ai poliziotti di farla entrare. E, miracolo!, le inespugnabili porte blindate e sigillate della zona protetta si aprirono per lei. Immagino fosse evidente a chiunque che si trattava di una povera signora molto, ma molto fuori dal suo ambiente naturale che cercava solo di mettersi in salvo.

Una volta dentro la Zona rossa, mia madre potè finalmente tirare il fiato. Scappò verso la stazione senza voltarsi e riuscì a ricomporsi. Da lì a poco anche mio padre la richiamava e correva a prenderla dall’altra parte della stazione dove evidentemente le porte dell’inespugnabile Zona rossa si aprirono di nuovo anche senza il preziosissimo Pass.

La sera, con mio padre partimmo per il recupero di quello che restava dell’auto. Non eravamo ottimisti. Già guardando alla tv lo scempio successo durante la giornata ci eravamo rassegnati a trovare la povera 600 o completamente carbonizzata, o rovesciata o comunque vandalizzata in qualche modo. In corso Torino il blindato era stato già rimosso, ma i resti dei copertoni dati alle fiamme in tutta la via e i segni dell’incendio erano ancora perfettamente visibili sull’asfalto. I rifiuti, i cassonetti ribaltati, i vetri e ogni sorta di oggetto lanciato erano tutti stati portati via a tempo di record. Ma le ringhiere delle aiuole erano distrutte, le vetrine sfasciate, i marciapiedi svuotati delle pietre più piccole. I danni erano evidenti, erano ovunque e le strade restavano deserte.
Ma svoltando nella vietta che aveva indicato mia madre trovammo la nostra seicento. Era parcheggiata regolarmente nelle strisce e non aveva nemmeno un graffio. In mezzo al delirio universale, era rimasta perfettamente intatta.

...

E questo è tutto quello che ho da raccontare sul G8. Un G8 vissuto da alieno, se vuoi persino da turista. Eppure un G8 non per questo meno partecipato, meno sofferto o meno dolorosamente ricordato ogni volta.

Macubu -   - 25 luglio 2006, 01:06
  1. Io di quei giorni ricordo solo il terrore di avere mio figlio là. Col cellulare spento, per non sentire le mie implorazioni a tornare indietro. E una persona che a un certo punto fa, guardando le immagini: “Spero che li faccian fuori tutti, una cosa così, alla Bava Beccaris”.

    Zetavu
    25/07/2006 10:19
     

  2. Certo che l’avventura di tua madre fa ridere ma solo perché non le successe niente… forse nel raccontare il vissuto di un altro si rende meno il senso ironico della situazione, tranne l’inizio di questa puntata… la descrizione di tua madre è fantastica ;-) (cos’è poi il brocantage???)
    Abbonamento dell’intera serie ben speso: grazie, ritornerò! ;-P

    25/07/2006 19:44
     

  3. Gh.

    25/07/2006 20:19