Cinque anni fa, proprio oggi, il sottoscritto sulla sua allegra Punto grigio-topo tornava da Milano verso una Genova che – nelle parole di mio padre – era “assolutamente da vedere! Uno spettacolo incredibile, assurdo, inquietante!”
Con quelle enormi cancellate ritte in mezzo alle strade, con quell’aria di gabbia a metà fra il Circo Togni e 1997-Fuga da New York, le familiari strade della mia città sembravano un set da film-incubo post atomico, con gli squadroni di polizia e di carabinieri armati fino ai denti e i volti nascosti dai caschi. Impressionante senza dubbio.
Ma io, stando a Milano, non ero riuscito a scendere prima e comunque non pensavo che questo famigerato G8 sarebbe stato poi così terribile. La solita montagna che partorisce il topolino, pensavo. Tanto bailamme solo per un Bush e un paio di manifestazioni… Ma già mentre scendevo verso Genova in autostrada (per tornare a casa nel we) gli amici raccontavano alle mie orecchie incredule: “guarda che è un casino, non scendere! Stanno rovesciando macchine anche in circonvallazione a monte, hanno dato fuoco a un sacco di roba, è un bordello!” Il G8, fin dalla mattina, si stava trasformando in quello che sappiamo. Eppure mi rifiutavo di credere che potesse succedere davvero. Non a Genova, non a casa mia.
Quello che state per leggere non è però l’ennesimo racconto ‘impegnato’, ‘politicizzato’ o anche semplicemente inorridito di una giornata del G8, no no. Ne abbiamo letti tanti, ci siamo stati male, ne abbiamo viste e sentite troppe. A cinque anni di distanza vi racconto semplicemente cos’è successo a me. Ed essendoci io di mezzo inevitabilmente la storia è destinata a svaccare nel grottesco per diventare qualcosa di terribilmente somigliante a un episodio di Fantozzi. In particolare: ‘Fantozzi va al G8’.
A rimetterli in fila ora, riguardandomi indietro non posso credere di aver infilato così tanti errori uno dopo l’altro ed essermi comportato in maniera così idiota, eppure è successo. Io, nel mio piccolo, per un istante sono stato in prima fila al G8. E mi son cagato addosso.
Ma andiamo con ordine.
Scendevo sulla A7 da Milano a Genova non per partecipare alla manifestazione: io volevo solo tornare a casa mia, ben lontano dalla famosa Zona rossa, chiusa dentro le sue gabbie.
Alla radio dicevano che l’uscita ovest era chiusa (poi scoprii che non era vero) e così proseguii per Genova Est. Sapevo che anche dall’uscita di Genova Est potevo evitare la zona rossa e tornare a casa tranquillamente passando per vie poco frequentate. Quello che non sapevo era che in quelle zone (piazza Manin e simili) stava succedendo il bordello, con scontri fra manifestanti di orientamenti diversi e indiscriminate cariche della polizia. Ma anche così poco importa perché, in un modo che ancora oggi non so spiegarmi, saltai l’uscita di Genova Est. L’uscita è subito dopo una galleria e io non la vidi. Forse ero distratto dalla radio, forse ero semplicemente nelle nuvole, fatto sta che mi passò davanti e me ne accorsi troppo tardi.
Allora proseguii per Genova Nervi, ancora più a est, lontano dal centro. Pensavo che un modo per tornare verso casa l’avrei trovato, oppure potevo sempre rientrare in autostrada.
All’uscita di Genova Est c’erano dei vigili urbani appostati lungo la strada che portava verso il centro ma sembravano tranquilli. Non fermavano nessuno, o tutt’al più consigliavano di tenersi lontano dalla zona rossa. Chiesi a uno di loro com’era la situazione e lui mi disse che se c’erano dei problemi i suoi colleghi mi avrebbero fermato.
Io ci credetti e imboccai il corso Europa verso il centro. Corso Europa è una grande strada di solito molto trafficata che dalla periferia est della città porta dritto dritto alla stazione Brignole, in piena zona rossa e passando proprio a fianco a piazza Alimonda, una piazza che poche ore dopo sarebbe diventata celebre per un motivo sbagliato. Ma su Corso Europa, proprio poco prima di quella piazza (e delle cancellate presidiate dalla polizia) si può svoltare per evitare il centro e risalire verso le zone più alte della città , dove abitano i miei (i genovesi avranno capito che volevo passare per piazza Terralba). Quello era il mio piano, e in quel momento non mi sembrava un piano tanto folle.
Credo fossero le due o tre del pomeriggio, non ricordo bene. Proseguii per Corso Europa pensando che la gente era certamente accalcata in qualche manifestazione dalla parte del mare, che i casini stavano succedendo là , su Corso Italia, e che dove ero io non rischiavo nulla.
Mi dirigevo dritto verso la zona rossa ma cominciai a rendermi conto che lentamente i marciapiedi si riempivano di persone che tornavano dal centro con bandiere, volantini e l’aria stanca. All’inizio da soli o in coppie, poi via via in piccoli gruppetti sempre più grandi. “Sarà finita una delle tante manifestazioni e se ne tornano via, pensai.” Mentre guardavo la gente che tornava forse non mi resi conto subito che sulla strada eravamo rimasti in due o tre auto. Alcuni dei manifestanti, però, avevano in mano dei bastoni. Ragazzi, gente giovane. La cosa era inquietante.
Forze dell’ordine? Nessuna. Nemmeno più i vigili urbani. Le migliaia di poliziotti e carabinieri si erano asserragliati nella zona rossa lasciando il resto della città totalmente sguarnito.
Passai a fianco allo stadio che ospitava gran parte dei manifestanti dentro le tende o anche solo all’addiaccio. Intorno c’era tanta gente, un po’ di casino, ma niente di che. La strada vera e propria era sgombra. Subito dopo lo stadio la strada fa una salita e poi svolta. Lì c’era un semaforo e a quel semaforo l’auto davanti a me, oramai l’unica altra auto davanti a me, si fermò. Un gruppetto di ragazzi si avvicinò al finestrino del guidatore a parlare.
Fu in quel momento che cominciai a sentirmi a disagio, e capii che qualcosa non andava. Il semaforo divenne verde e l’auto non partì. Nel cielo, più avanti, vidi un elicottero della polizia, fermo sulla verticale di corso Europa. La macchina davanti a me avanzò di qualche metro e accostò improvvisamente sulla destra. Io, un po’ impaziente, la superai e mi spinsi avanti, lungo le tre corsie deserte. E poi alzai lo sguardo.
Il vostro affezionato blogger, alla guida della sua piccola Punto grigio-topo, tranquillo impiegato del terziario, vero animale da scrivania, si sentì per un momento come quelle comparse nei film dell’orrore che hanno la sola funzione di mostrare la faccia mentre passa dall’incomprensione al panico trovandosi improvvisamente davanti a Alien o la Cosa o chi per essi un attimo prima che il mostro: a) gli strappi via la faccia b) gli tiri fuori le budella c) li ingurgiti in un sol boccone.
Davanti a me le sei corsie di Corso Europa erano deserte di automobili per qualche centinaio di metri. Ma là in fondo, perfettamente allineata come una manifestazione organizzata meglio di quel che sembrava, c’era una folla immensa che si dirigeva verso di me. Moltissimi di quelli in prima fila avevano il volto coperto da fazzoletti, erano a torso nudo e avevano in mano bastoni, sassi e cose simili.
Non so bene come spiegare: erano migliaia, erano incazzati neri, erano l’espressione della ferocia di una massa che in quel momento non ragiona, di una rabbia che è solo mancanza totale di regole, erano lo spacchiamo-tutto, erano il nessuno-ci-può-fermare, era una forza della natura, l’onda di uno tsunami. Sentivo un unico grido enorme, e sopra di me le pale dell’elicottero, vicinissime.
Davanti a loro, macubu, nella sua Punto grigio-topo, si stagliava sullo stradone deserto come Maria Antonietta a un addio al celibato di giacobini, come Bill Gates con due lingotti d’oro in mano in un vicolo di Soweto. O così mi sentivo… Pensa se viaggiavo in Mercedes.
Uno di quelli in prima fila col fazzoletto sulla faccia, forse più per gioco che altro, fece il gesto del ‘ti facciamo un culo così’ verso di me. Questa massa di gente non aveva un’intenzione immediatamente aggressiva nei miei confronti. Avevano solo voglia di spaccare tutto. E qualunque fosse la loro intenzione, la mia macchina messa lì così, per il solo fatto di essere in movimento e passargli davanti diventava un bersaglio. Qualcuno cominciò a tirare oggetti dalla mia parte.
Davanti non c’erano vie di fuga. Ingranai la retromarcia e mi resi conto che le gambe mi tremavano tanto che riuscivo a malapena a premere sull’acceleratore. Guardai dietro in tempo per vedere le uniche altre due auto tamponarsi facendo retromarcia in preda al panico. Ma non fecero storie: sgommarono via in direzioni diverse. Io arretrai sbandando, abbastanza da svoltare e infilarmi su per una strada laterale verso il mare.
Ripensandoci, è chiaro che avrei dovuto tornare subito indietro e riprendere l’autostrada, ma forse l’idea di trovarmi ancora in Corso Europa mi terrorizzava: volevo strade piccole, senza nessuno. Così presi una strada laterale che non mi aiutava minimamente a tornare a casa.
Ero davvero sotto shock.
Magari raccontato a parole non sembra granché ma la cosa davvero spaventevole di quel frangente era stata l’impressione di assoluta anarchia. Di totale, distruttiva libertà da parte della folla di fare qualunque cosa. Ad agghiacciarmi era la sensazione che potevo da un momento all’altro essere aggredito senza possibilità di difendermi, senza che nessuno (ma poi chi?) potesse intervenire.
Ora guidavo per le strade deserte verso Boccadasse e non potevo credere ai miei occhi. Per quella strada era passata la manifestazione della mattina. Dovevo fare slalom fra i cassonetti rovesciati e buttati in mezzo alla corsia, i cocci delle vetrine infrante, le auto buttate all’aria o date alle fiamme. Non era più Genova, era Belfast.
Inoltre a questo punto non sapevo più dove fosse la gente. E se mi fossi trovato davanti un’altra massa di manifestanti che tornavano verso lo stadio? Svoltavo ogni curva alla minima velocità . Ma era tutto deserto. Non c’era un’anima viva in giro.
A un angolo di strada una filiale della CaRiGe aveva le vetrine sfondate e con la macchina evitai un computer, passato evidentemente per uno dei buchi della vetrina. Mi sembrava di essere appena sbarcato da Milano nell’inferno. Davvero, non credevo ai miei occhi.
A Boccadasse, in riva al mare, sempre a Est della Zona Rossa (e io dovevo andare dietro alla zona rossa, diciamo nord, nord ovest) incontrai finalmente tutto un gruppo di persone, con banchetti vari. Sembrava una pacifica fiera di paese. Parcheggiai e finalmente scesi, sulle gambe malferme. Fui entusiasta di incontrare un mio amico. Gli chiesi cosa stava succedendo e gli raccontai tutta la mia terribile vicenda. Non sembrava molto colpito.
Forse perché in mattinata, in piazza Manin, lui e i suoi amici avevano montato lo stesso banchetto con magliette varie, libri e cose a metà fra il pacifista e il cattolico e si era trovato sotto l’assalto dei black block. Lui e gli amici erano stati caricati da quei delinquenti e picchiati, finché finalmente la polizia aveva deciso di intervenire. Caricandoli anche loro. Il mio amico si era preso un paio di randellate e un pugno in faccia e alla fine erano stati colti dal panico trovandosi fra i cavalli della polizia, le teste di minchia camuffati di nero e i lacrimogeni. Così ora si stavano riprendendo nella tranquillità di Boccadasse. Qui alla mattina era passata una manifestazione (dei sindacati, mi dissero.) Mi chiesi se fossero stati i sindacati a sventrare le vetrine. Ora però era tutto calmo.
Mi restava solo da tornare a casa. E naturalmente presi un’altra volta la strada sbagliata.
[Siccome mi tocca lavorare io posto questa spatafiata così com’è, ma l’odissea di macubu-Fantozzi al G8 continua con almeno altre due puntate: “la Punto grigio-topo bloccata dai manifestanti in piazza Rossetti”, là dove il giorno dopo sarebbe scoppiato l’inferno, e “la mamma di macubu al ritorno dal mare” che finisce dritta in piazza Alimonda, per sua disperazione e in fondo nostro divertimento. Si vede che da qualcuno dovevo pur prendere. (Ma il blog non doveva essere in vacanza? Sì. Vabbè.)]
Continua qui.
Cerca quando ci riesci di finire ché il racconto di quei giorni è proprio interessante e, chiudo un po’ come te con una nota di leggerezza, se c’è bisogno sottoscrivo l’abbonamento per l’almanacco completo :)
Addictive come Lost. Dovrebbero prendere te al posto di J.J.
Non dimentichero’ mai il mio risveglio in vico dei castagna all’interno della zona rossa. Il mio vicolo verso piazza delle erbe era chiuso, un operaio controllato da un carabiniere saldava un tombino e la richiesta del pass ad ogni ingresso accompagnata dall’invito a lasciare Genova (che poi, per altri motivi, avrei lasciato una settimana dopo definitivamente)