Berlino 1
Tempo fa avevo promesso a quelli di Stadschaft che prima o poi avrei raccontato di quando per un’intera settimana, tanti anni fa, attraversai ogni mattina il Checkpoint Charlie per recarmi a Berlino Est. Ora mi è venuta voglia di farlo.
Diciamolo subito: è il classico post lunghissimo, autoreferenziale e narcisista che serve solo a chi scrive per fissare sulla carta lontane emozioni che svaniscono dalla memoria sempre più in fretta. Lo pubblicherò a puntate. L’ho ripubblicato tutto insieme, senza però finirlo, ovviamente…
Sappiate che non si risponde di perdite di alcun tipo (come ad esempio di tempo e pazienza) e che verranno ignorati reclami come: e chiccazzo se ne frega! o sì, ma cheppalle! o ma quanto sei melenso! Anzi ve lo dico subito, saltate tutto a pié pari.
Per chi invece testardamente volesse continuare, da questa parte, prego. Le luci si stanno già spegnendo…
Una casa a due piani circondata dal verde. Un titolo in basso sullo schermo, come in un film americano da grande budget, ci dà le necessarie coordinate:
Burgsteinfurt, Nordrhein-Westfalen, Repubblica Federale di Germania, febbraio 1988
Un MacUbu diciassettenne è inquadrato di schiena: tiene in mano la cornetta del telefono nel salotto verde incubo della famiglia che dal luglio ’87 lo sta ospitando per un anno di scambio. E’ in attesa di parlare con l’addetto dell’ambasciata della Repubblica Democratica Tedesca di Berlino per sapere se potrà partecipare a un seminario (oggi si direbbe un workshop) organizzato a Berlino Est dall’associazione che lo ha portato in Germania. Ha sentito dire che si può entrare a Berlino Est anche solo con la carta d’identità , ma deve esserne sicuro.
Il telefono dà libero, risponde una voce femminile che dice una lunga sfilza di parole di cui MacUbu, ora in primo piano, sudato e balbettante, capisce soltanto “repubblica”, “democratica” e “tedesca”.
– Buongiorno, volevo sapere se per entrare in Berlino Est io che sono italiano…
La voce della signorina è tagliente mentre lo interrompe:
– Lei certo intende dire Berlino capitale della Repubblica Democratica Tedesca?
– Ah, er… sì, certo, sì è proprio quello che volevo dire… ehm, perché vede mi han detto che adesso per un cittadino della comunità europea basta solo la carta d’identità per entrare nella DDR, è vero?
Altra rasoiata della signorina:
– Lei sta forse parlando della Repubblica Democratica Tedesca?
– Ehm… ah, certo esatto, sì, mi scusi.
– Sì, è vero, esiste un visto giornaliero che costa 25 RM.
– Ah, ecco, mi faccia capire…
Quando MacUbu mette giù il telefono è completamente sudato. La signorina lo ha corretto con cattiveria diverse altre volte, ma l’informazione è confermata: basta pagare e si entra senza passaporto. L’avventura dell’Ost-West Seminar era cominciata.

Berlino, 2
Da qualche parte nella campagna tedesca, vicino al confine con la DDR, aprile 1998
L’Ost-West Seminar aveva nelle intenzioni degli organizzatori uno scopo preciso: quello di farci conoscere la realtà della DDR senza allinearsi alle critiche generalizzate e spesso superficiali che ne faceva l’occidente “consumistico”. Niente luoghi comuni scontati, niente paternalismi verso una nazione “sorella povera”, niente razzismi come l’orrida Bild Zeitung ne usava a bizzeffe, continuando, a quarant’anni dalla nascita, a pubblicare la sigla “DDR” così, fra virgolette, come a negarne il riconoscimento giuridico. Volevano farci vedere la vita vera mostrandocene anche i lati positivi, che la propaganda (perché di questo si trattava) della Repubblica Federale si rifiutava di ammettere. Per fare questo avevano deciso di portare tutti noi 25 stranieri provenienti da tutto il mondo in una grande casa in campagna dove saremmo stati una settimana a discutere di politica, a studiare la storia recente delle due Germanie e a valutare i due sistemi politici prima di trasferirci effettivamente a Berlino. E dove naturalmente saremmo anche stati a cantare, suonare, fumare e a divertirci. Per me, che a scuola venivo trattato con rassegnazione, come un ritardato mentale, questa era una vacanza all’interno di un anno di vacanza.
Con il senno di poi posso dire che nonostante le buone intenzioni ci fu anche un po’ di “lavaggio del cervello” da parte dell’organizzazione, che era davvero di sinistra. Ricordo che ci fecero vedere anche un film che mostrava i principi del marxismo con un occhio decisamente ottimistico. Ma nel complesso fu fondamentale: discutemmo davvero di ogni cosa e io appresi con un certo stupore di tutti gli assurdi bizantinismi del socialismo reale: l’ipocrita concetto di Democrazia, o meglio di demokratischer Zentralismus dove ogni decisione veniva presa dall’alto, da qualche Politbüro, le difficoltà economiche fortissime, lo sfascio dell’industria e di quasi tutti gli ambienti dell’economia, l’intensa opera di irregimentazione della gioventù, il controllo costante, la corruzione, e così via. Il tutto documentato da fonti ufficiali, da testi ben fatti, da film e servizi televisivi.
Ma tutto si svolgeva in mezzo a ragazzi della mia età o più grandi che venivano dal Salvador, dagli Stati Uniti, dalla Danimarca, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, dal Senegal e dall’Argentina, dall’Honduras e dalla Svezia, insomma, un mix di lingue, culture e colori della pelle davvero entusiasmante. Credo che quella sia stata una delle settimane più felici e spensierate di tutta la mia vita. Discutere e discutere e discutere con gente diversa e sempre interessante, cosa c‘è di più bello a 18 anni? Magari fare del sesso, direte voi, ma lì purtroppo l’occasione mancava e certamente non avrei avuto il coraggio di un coming out. Mi accontentavo di un’intensa vita intellettuale, ecco.
Soprattutto ci univa il fatto di essere tutti stranieri in Germania, all’interno di questo anno di scambio che stavamo vivendo. Discutevamo dei tedeschi e del loro modo di vivere non solo per l’interesse che portavamo al seminario in sé, ma proprio per fare luce su tutto ciò che non capivamo, per farci forza se avevamo delle difficoltà , per chiarire a noi stessi che cosa stavamo davvero facendo lì, e che cosa da questa esperienza stavamo imparando. Era bello trovare altri che condividevano le mie stesse difficoltà , i miei stessi dubbi, i miei stessi subitanei, lancinanti momenti di solitudine e nostalgia.
Non ho ricordi precisi di quella settimana, e ho anche dimenticato il nome del posto in cui ci avevano portato. Ma ho una foto che amo molto: è un’inquadratura della facciata di questa grande casa bianca a tre piani. C‘è sole e tutte le finestre sono spalancate. Affacciati a ognuna di esse ci sono altrettanti amici che sorridono e guardano in camera, evidentemente messi in posa affinché io, e forse qualcun altro, potessimo riprenderli così, con questo scenografico colpo d’occhio. Di alcuni ricordo appena il volto, di altri non potrei dimenticare niente. Per esempio al primo piano, nella seconda finestra a destra c‘è Jaime, che sorride un po’ sornione. Nel vano di un davanzale del secondo piano, proprio al centro, sopra la porta, è accoccolata Kerry, la mia americana preferita che fuma mentre mi sorride ironica con i suoi occhioni blu, ben visibili anche a distanza. Più sotto, a sinistra, c‘è la figura tranquilla di Maria, la mia dolcissima amica finlandese.
C‘è tanto sole in questa foto: illumina i volti di ciascuno, li costringe a strizzare gli occhi.
Berlino 3
AUTOSTRADA VERSO BERLINO, REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA, 29 APRILE 1988
Un pullman carico di diversi tedeschi e di 25 ragazzi e ragazze stranieri viaggia ad andatura soporifera sulla sconnessa autostrada da terzo mondo della RDT (o DDR in tedesco: Deutsche Demokratische Republik), alla volta di un’isola di capitalismo e sedicenti libertà democratiche circondata da un mare di socialismo reale: Berlino Ovest.
“In Berlin ist alles anders” mi dicevano sempre gli amici tedeschi: a Berlino è tutto diverso. Gli abitanti di questa strana città isolata dal resto del mondo non sono proprio cittadini della Repubblica Federale come gli altri. Innanzitutto i ragazzi non devono prestare servizio militare, l’amministrazione della città compete almeno formalmente alle forze di occupazione, quindi per la parte occidentale a inglesi, francesi e americani. Così succede che i francobolli di Berlino Ovest sono diversi da quelli della RFT, le loro ferrovie hanno un altro nome, i loro dati anagrafici vengono gestiti diversamente, le scuole hanno ordinamenti differenti, insomma, a Berlino è tutto diverso.
Son cose che ci hanno insegnato durante il corso e adesso girano per la mia mente, mentre cerco di immaginare a cosa possa assomigliare la vita in una città dalla quale non puoi uscire se non per recarti a centinaia di chilometri di distanza, o prendendo l’aereo. Niente gite fuori porta, niente cene al ristorantino rustico di campagna: a Berlino Ovest sei circondato da una terra inospitale, in cui non puoi fermarti, in cui non sei ammesso. Sull’autostrada le soste, se non ricordo male, al di fuori delle zone predisposte sono vietate. Che effetto potrà avere una vita simile sulla psiche delle persone?
Il passaggio della frontiera fra RFT e RDT non lo ricordo con precisione, ma tutto si svolse in buon ordine. Sapevamo però che a Berlino le cose avrebbero potuto essere differenti: “Sie wiessen”, loro sanno, ci dicevano sempre gli organizzatori facendo comparire per la prima volta questo Sie, “loro” che avremmo sentito spesso durante il Seminar: chi di dovere a Berlino Est sa che questo convegno ha luogo, e questo convegno non è autorizzato dalle autorità , ma solo tollerato. Il che significa che saremo osservati, pedinati, che l’accesso alla parte Est della città potrebbe esserci negato senza spiegazioni, che i ragazzi “di là ” mettono a repentaglio il loro quieto vivere partecipando.
Appena arrivati andammo subito a fare un giro per la città . Un brevissimo sopralluogo sul Ku’Damm, quello che allora era il vero centro pulsante di Berlino, un grande centro molto commerciale e pieno di negozi nato intorno ai resti della famosa Gedächtnis-Kirche distrutta nella guerra. Poi andammo sulla Allée des 17 Juni, il grande viale alberato che costeggiando il parco girava intorno alla colonna della Vittoria, la Siegessäule, e si interrompeva allora bruscamente contro il Muro proprio davanti alla Porta di Brandeburgo. Salimmo sulla colonna e da là presi una bella foto, una panoramica di Berlino Capitale della Repubblica Democratica Tedesca nell’aprile del 1988. [volevo scansirla ma non la trovo, mannaggia!]

La prima impressione che mi fece il Muro fu deludente. Die Mauer. Possibile che l’invalicabile, letale frontiera, tangibile evidenza della cortina di ferro, fosse questo muretto tutto sommato nemmeno tanto alto e pieno di scritte colorate che osservavamo dall’apposita terrazza davanti al Brandenburger Tor? Mi sembrava basso e facilmente superabile, anche se quella sorta di cilindro di cemento che lo sovrastava era fatto apposta per impedire di trovarvi appiglio con le mani. In realtà sapevo bene che il muro che vedevo era solo il confine esterno del Muro. Die Mauer, il vallo protettivo anti-imperialista, come lo chiamava la propaganda, era una struttura sofisticata e complessa costituita da due muri di cemento veri e propri separati da circa 100 metri (quando possibile, ma fra le vie di Berlino era spesso molto meno) di filo spinato, cani da guardia, alta tensione, cavalli di frisia, un fosso per impedire il passaggio alle macchine, torrette di guardia e una strada pattugliata dai Volkspolizisten. Tranne rare eccezioni, era davvero invalicabile. Vi trovarono la morte centinaia di cittadini della DDR desiderosi di fuggire. Nella settimana preparatoria vedemmo un famoso documentario, tutt’oggi proiettato praticamente in loop al Museo del Checkpoint Charlie, in cui si mostravano le immagini dei primi di questi sfortunati fuggiaschi: c’erano le riprese drammatiche in bianco e nero di molti tentativi di fuga, compresi quelli di alcuni ragazzi che scappavano di corsa sotto il fuoco delle guardie e di cui uno finiva impigliato con il volto nel filo spinato, e di una donna che morì nella famosa casa della Bernauer Strasse che fu murata durante la costruzione del muro e da cui negli ultimi terribili momenti di quel giorno dell’agosto 1961 alcuni poveretti cercarono inutilmente di fuggire. La donna restava appesa per le mani al davanzale della finestra, sotto di lei c’era la strada di Berlino ovest dove una piccola folla di persone cercava di farle coraggio senza sapere come aiutarla, sopra di lei si affacciavano i poliziotti che si allungavano per afferrarla e tirarla dentro, fino al momento in cui la donna, sfinita, fra le grida di orrore dei presenti si lasciava cadere nel vuoto.
Insomma mi avvicinavo al Muro con un misto di orrore e interesse, spaventato dal brivido dell’ignoto e attirato dalla morbosa curiosità del turista. Volevo vedere, volevo toccare con mano. Quella notte dormii sicuramente poco, nella grande palestra che ci ospitava alla periferia di Berlin West.
Il mattino dopo sarei passato anch’io dal Checkpoint Charlie.
UPDATE!
La memoria a volte inganna: sfogliando un libro di fotografie sulla storia del muro ho trovato anche alcune immagini della signora appesa al davanzale: la didascalia dice che la settantenne signora restò appesa un quarto d’ora sopra il telone dei pompieri, terrorizzata all’idea del salto. Poi arrivarono i Volkspolizisten che lanciarono bombe lacrimogene nella casa costringendo tutti a uscire. La signora a quel punto si lasciò andare e cadde sul telone. Ricordo perfettamente le urla degli astanti, ma tutto alla fine finì per il meglio. Resta il fatto che quel giorno, alla Bernauer Strasse morirono oltre una decina di persone.
Berlino, 4
BERLINO, APRILE 1988
E’ il grande giorno: con la metropolitana ci dirigiamo verso Kochstrasse, la fermata davanti al Checkpoint Charlie. E’ proprio quel giorno, se non sbaglio, che il viaggio in metropolitana ci riserva una delle incredibili assurdità di questa città divisa in due. Mentre ancora siamo in un tunnel il treno rallenta improvvisamente ed ecco che ci troviamo ad osservare stupefatti una fermata, ma è buia, deserta, i marciapiedi sono impolverati. Il grande spazio che d’un tratto circonda il treno è illuminato solo dalle luci in movimento della carrozza e per un momento mi sembra di essere un visitatore venuto da un lontano futuro a osservare i resti di una civiltà perduta. Non ricordo il nome della fermata ma era famosa: trovandosi sul passaggio della metropolitana di Berlino Ovest ma in territorio orientale, era stata accuratamente murata e abbandonata. Il treno rallentando proprio lì sembrava volesse dirci che i berlinesi, però, non l’avevano del tutto dimenticata.
E infine eccoci, tutti e 25 con gli accompagnatori tedeschi al Checkpoint Charlie, il varco di accesso riservato agli stranieri. Gli accompagnatori ci portano fino all’ingresso, ma poi riprenderanno la metropolitana per passare dalla Friedrichstrasse. Ho il cuore in gola, non so bene perché. Non ho il passaporto, al telefono mi hanno confermato che potrò entrare pagando qualcosa in più, ma potrebbero sempre, senza motivo, rifiutarmi il passaggio. In quel caso mi troverei per tutto il giorno a Berlino Ovest, da solo, senza conoscere la città , senza sapere cosa fare e soprattutto sapendo che gli altri, di là , stanno facendo un’esperienza sicuramente interessante. E poi è anche quest’aria da bunker, sono queste facce scure dei Vopos, questa tensione che si avverte nell’aria. Al Checkpoint si entra sempre da soli, uno per uno. Prima è un corridoio all’aperto, circondato dal filo spinato, poi si arriva a una porta controllata da una telecamera. La porta si apre con uno scatto elettrico. Dentro c‘è come un lungo corridoio che io ricordo stretto, lungo e buio. In mezzo al corridoio, appena illuminato da una piccola lampada c‘è il funzionario al suo sportello, in alto, in chiara posizione dominante. Tutto sembra fatto apposta per metterti a disagio. Mi chiede il passaporto. Rispondo che non ce l’ho, do la mia carta d’identità . Il tizio la guarda con sufficienza, mi dice che senza passaporto non posso entrare. Io trovo il modo di fargli capire che invece mi hanno assicurato che posso entrare, se compro uno speciale permesso. Il tipo controlla la carta d’identità in silenzio, lo sportello è fatto in modo che il mio sguardo non arriva sul tavolo che lui ha di fronte: non vedo cosa fa, che cosa ha in mano, che cosa legge sulla mia carta d’identità . Alla fine sbatte dei timbri su un foglio, mi chiede i soldi (25 DM di cambio obbligatorio e 25 DM di permesso speciale) e mi consegna il prezioso fogliettino verde. Mi incammino per il corridoio in silenzio. Arrivato in fondo un’altra porta si apre con il solito buzz e sono in un altro corridoio con il filo spinato e infine fuori, a Berlino Est.
Di sicuro non passai per primo: dunque di là trovai certamente altri partecipanti che avevano già incontrato il ragazzo dell’organizzazione che aveva il compito di raccoglierci e condurci al luogo d’incontro del Seminar.
Passammo a Berlino Est cinque giorni, ogni volta recandoci drüben, oltre il Muro, al mattino e tornando a riattraversare il Checkpoint entro mezzanotte come Cenerentola per andare a dormire nella nostra palestra a Berlino Ovest. Restare per la notte a Berlino Est era assolutamente impossibile. Qui i miei ricordi si confondono: non so più cosa facemmo un giorno, che cosa un altro, ma l’importante, se non per voi che leggete, per me è fissare sulla carta (carta?) qualcuna delle emozioni provate, qualcuno dei personaggi incontrati in quei giorni.
Oggi, a cortina di ferro caduta, sembra un po’ patetico questo interesse, questo pathos intorno al Muro di Berlino, ma per noi all’epoca era come vivere un’avventura a contatto diretto con la Storia, era sfidare il perfido Sistema che aveva diviso una nazione, o almeno una gioventù che voleva invece vivere pienamente, senza barriere la sua vita. Ci sentivamo i paladini di una voglia di contatto che per altri versi era la ragione stessa del nostro anno all’estero.
In quei primi momenti mi apparve una città dalle strade semideserte (almeno per i nostri standard), dalle vetrine un po’ spoglie, dall’architettura sia ridondante e retorica sia deprimente e cadente, dallo smog pestilenziale. Ricordo che pensai, mio dio è come tornare indietro di cinquant’anni. Un salto nel tempo, una cesura non solo spaziale, ma davvero temporale: Berlino Est era come le foto ingiallite di Genova, che conoscevo dalle vecchie cartoline che mia nonna teneva raccolte con l’elastico in fondo a un cassetto. Disorientante, diversa, esaltante.
Il ragazzo (ma forse ce n’era più d’uno) ci accompagnò divisi a gruppetti fino all’unico spazio dove era ipotizzabile tenere l’Ost-West Seminar: una chiesa evangelica che aveva messo a disposizione le sue grandi sale parrocchiali e il suo giardino. Lì incontrammo il resto degli Ossis, i tedeschi orientali che partecipavano all’incontro.
Eravamo in cinquanta e mi sa che facemmo un casino d’inferno all’inizio: c’era curiosità , c’era quell’iniziale diaframma che separa le persone che non si conoscono, ma c’era grande energia, grande voglia di sapere tutto degli altri. Però questo post è già troppo lungo e di tutto il resto parliamo nella prossima puntata.
[Questa storia mi si sta trasformando fra le mani in una soap-opera. Manca solo una guest-star!]
Berlino, 5
In giro per Berlino, 29 APRILE 1988
Strano vedere se stessi a distanza di così tanti anni. Ho trovato alcuni fogli che avevo scritto durante quei giorni. Mi fanno effetto un po’ perché non sapevo più scrivere in italiano, un po’ perché vengono da un Ubu passato che non esiste più, che devo tornare a conoscere; nei cui panni, nei cui entusiasmi devo calarmi con un pizzico di distacco, così come ascolterei con paterno disincanto i racconti estatici delle prime passioni di un ragazzo sulla ventina.
Circa quei giorni passati insieme a tutti quei ragazzi che non conoscevo, lascio volentieri la parola a questo me stesso appena diciottenne. Torniamo un momento indietro. Ecco la cronaca sempre più telegrafica, via via che mi stancavo a scriverla, del primo giorno a Berlino Est. Ve la ripropongo identica, con qualche commento qua e là , così come la scrissi allora. Mi fa un po’ senso, però...
29 APRILE: Sveglia alle 6:40. Colazione alle 7:00, tutti stravolti dalla serata notturna di ieri sera. Poi raggruppamento di tutti nella sala da pranzo, ultime raccomandazioni per il passaggio della frontiera, cosa dire e non dire, ecc… Poi tutti nella metropolitana, un po’ di apprensione per il muro, io ho paura di non essere ammesso dentro! Arriviamo come una massa al Checkpoint Charlie, vuoto, e diamo nell’occhio da morire, ora sanno che siamo un gruppo e che andiamo spesso di là ! Abbiamo incontrato due che ci hanno preso alla frontiera [ovvero, dopo aver passato il muro, dettaglio che evidentemente non mi sembrava significativo!] e siamo andati poi con la metropolitana, vecchia, ma in qualche modo affascinante fino ad Alexanderplatz. Da lì in bus fino alla prima chiesa [i locali parrocchiali di una chiesa evangelica, come ho già raccontato], dove ci aspettano tutti gli altri. Troppo simpatici. Cortile. Chiesa. Stanza. Interno. Giochi per conoscerci. Colazione fantastica. Persone stupende. Parliamo assieme. Andiamo nel parco a giocare e corriamo per ore. Pranzo: patate e Quark [un formaggio, lasciate stare le particelle subatomiche]. Poi, dopo aver parlato e mangiato, andiamo in un’altra chiesa, un casottino in un parco. Parliamo tutti insieme!! Strano gioco: scendiamo dall’aereo, non ci conosciamo, ci conosciamo, parliamo a due a due l’uno dell’altro. Poi uno parla dell’altro, in prima persona. Caffè. Si parla, senza problemi, senza programmi, tutti insieme. Ci conosciamo meglio. Tutti molto critici e informati sull’ovest e sull’est. [Ricordo che tutti mi chiedevano di Andreotti, il quale anni prima aveva detto “Non esiste una questione tedesca” attirandosi gli odi di tutti i tedeschi, di qua e di là ...] Caroline è fantastica, è stata in BRD e in W-Berlin: si è sentita molto sola. Birgit è simpaticissima! Cena: FAVOLOSA! Presentazione: spettacolo fantastico. Noi: metrò, loro: famiglia. [Trattasi di scenette fatte in casa in cui ogni gruppo nazionale presentava l’immagine che aveva delle altre nazioni… più o meno, se non ricordo male] Dopo parliamo ancora con tutti. Gioco dei fiammiferi [??], Maria è impazzita!! Torniamo alle 22:30 alla frontiera, arriviamo lì alle 23 attraverso [sic] una bella passeggiata per tutta Berlino, dolore tremendo [ai piedi, immagino]. Alla frontiera nessun problema. Metrò, a casa.
Ecco, più o meno questo era il programma delle giornate: chiacchierare, giocare insieme a quei giochi fatti apposta per socializzare e conoscersi, mangiare, riposarsi, chiacchierare a due a due, in piccoli gruppetti, e così via.
Non ricordo se nacquero amori indissolubili, durante quei giorni. Di sicuro io non presi alcuna cotta, non persi la testa per nessuno: c’erano troppe persone interessanti, troppe cose da sapere, troppe cose da guardare. Ogni tanto si andava in giro per la città , a gruppetti. E’ in quei momenti che succedevano gli episodi più strani, o che ti rendevi conto di come la vita lì fosse diversa.
Un giorno eravamo in tre o quattro stranieri insieme alla Birgit citata più sopra e un altro Ossi in giro per la città . Meta: la porta di Brandeburgo, da vedere finalmente senza muro in mezzo, senza dover salire su una pedana. Ed eccola, la porta, così come la vidi e la fotografai con la mia Olympus, nell’aprile 1988.
Era deserto. Stavamo seduti su una grande panca in muratura che sorgeva alla fine di Unter den Linden e guardavamo perplessi questa porta, isolata da tutto il resto, davanti alla quale due guardie andavano su e giù a passo d’oca. Il classico deserto della zona di nessuno, anzi, l’unico punto della zona di nessuno (anche chiamata Todesstreifen, striscia della morte) a non essere protetta dal filo spinato.
In realtà però non eravamo proprio soli. Con Birgit e l’altro, forse Markus, ci mettemmo a parlare tutti insieme, e senza tante precauzioni, di giustizia, di uguaglianza, di consumismo e comunismo, di libertà e democrazia. A un certo punto Birgit si alza nervosa e dice: “Andiamo, andiamo…”. Markus non ha voglia di alzarsi: “ma siamo appena arrivati, hanno fatto appena una foto, aspetta un attimo.” Birgit gli risponde con una rabbia molto fredda: “ho detto ANDIAMO. Ti vuoi alzare o no?”. Al che Markus si guarda intorno, poi si alza. Noi non capiamo ma siamo subito ammutoliti. Ci allontaniamo. Mentre scendiamo giù per Unter den Linden Birgit litiga con Magnus: “Ma allora hai le fette di prosciutto sugli occhi! Ma dove hai la testa?!” e così via. Poi mi dice: non li hai visti quei due che si sono seduti dietro di noi? Non hai notato che non parlavano fra loro? E poi a Markus: “Già la giacca di pelle è sospetta di per sé, poi stavano zitti mentre noi chiacchieravano, cosa ci vuole ad arrivarci?!”. Insomma erano due informatori, due spie della Volkspolizei che curiosavano in un luogo perfetto per avvicinare turisti e tutti quelli che accompagnano i turisti. Io mi giro un attimo indietro. Sono ancora là , uno dei due si è voltato a guardarci.