La vita istruzioni per l'uso - article - T.T. and me

il blog di ubu

T.T. and me

I giornali parlano ancora di Tiziano Terzani, di cui è uscito da poco – postumo – l’ultimo libro. (Si tratta in realtà di una sorta di lungo racconto, sbobinato dal figlio.) Su di lui ho anche io il mio bravo nanetto da raccontare.

Si era credo nel 1995 e Terzani girava per l’Italia a presentare il suo libro: Un indovino mi disse. A me era capitato di leggerlo per caso, attirato come spesso mi succede dal risvolto di copertina. Lo lessi e mi piacque molto, e poi un giorno vidi scritto sul giornale che Terzani ne avrebbe parlato presso la libreria (improvvisata in una tenda) di una fiera estiva sul lungomare di Genova. Quel giorno presi su la mia copia del libro e trascinai una serie di amici ad ascoltare la presentazione.

La piccola tenda straripava di persone. Ad ascoltarlo insieme a noi, ma seduti in prima fila, c’erano anche la moglie e il figlio Folco (forse c’era anche la figlia, ma non ricordo con certezza). Non m’ero aspettato di vedere una sorta di santone, un vero guru con la veste lunga e la barbona bianca, e la cosa mi sorprese, fra me e me pensai subito male: “Sarà mica un esaltato? Mi sarò mica entusiasmato per un bluff, per un misticheggiante venditore di fumo?”

Ovviamente bastò ascoltarlo parlare per dissipare ogni dubbio: era una persona concreta, appassionata, ironica, spirituale e divertente. Leggeva dei brani di quella sua strana storia e poi ne parlava liberamente in modo così semplice ma così interessante che il tempo volò via in un momento. Non ricordo grandi dettagli del suo discorso se non che mi lasciò una grande curiosità e un grande amore per tutto ciò che fosse asiatico e indiano o cinese in particolare. (Però ricordo qualche frecciatina cattivella a un giornalista italiano di cui non disse il nome, ma che io decisi dover essere Zucconi. Chissà se ci avevo azzeccato.)

Ovviamente dopo la presentazione cercai di farmi largo fino a lui per farmi firmare il libro. Era impossibile, c’era un tale ingorgo di persone che non potevo nemmeno avvicinarmi, e Terzani chiacchierava con tutti: la fila non procedeva assolutamente. Fu così che, aspettando il mio turno, mi venni a trovare proprio vicino a Folco.

Ora io Folco Terzani l’ho visto quella volta sola, dal vero, ma dovete sapere che l’è proprio un bel figliolo. Così, un po’ attirato dal suo aspetto, un po’ incuriosito dalla sua aria elegantemente silenziosa e vagamente divertita dal trambusto, attaccai discorso con non so che faccia tosta.

Lui mi diede corda e cominciammo a chiacchierare del libro, di Terzani senior, dell’Asia, del viaggiare. Poi i miei amici si unirono alla chiacchierata e lui diventò più espansivo mentre impercettibilmente il suo strano accento vagamente straniero (un misto fra l’inglese e il tedesco, credo) lasciava spazio alla parlata toscana. Dimenticammo la fila per il libro e facemmo capannello intorno a lui che ci raccontava una vita assolutamente straordinaria e probabilmente un po’ privilegiata: le elementari frequentate in Cina (“Mi facevano tirare le bombe a mano”), lo studio della letteratura a Oxford, la scuola di cinema a Los Angeles, i viaggi, la sua passione per i documentari. Una vita assurda e intensa come quella del padre. Mentre chiacchieravamo mi fece impressione l’immediatezza con cui avevamo per così dire fatto amicizia, l’intensità con cui parlava delle cose che amava e la simpatia che dimostrava. Anche con lui il tempo passò in un momento, tanto che dimenticammo tutto il resto finché non si sentì dietro di noi una voce:
“Ma insomma, non eravate venuti per me?!”

Ci voltammo. La tenda era deserta: era rimasto solo Terzani che ci guardava con le mani sui fianchi. “Cosa fai, mi rubi la scena?” chiese a suo figlio mentre noi ridevamo. Naturalmente ci fermammo ancora un po’ a chiacchierare anche con lui, che alla fine mi fece sul libro una dedica affettuosa, spronandomi a inseguire la mia voglia di viaggiare.
Poi ci salutammo e con Folco addirittura scambiai i dati e gli indirizzi. Lui ci invitò ad andarlo a trovare dalle parti di Pistoia dove viveva, ma naturalmente non ci sentimmo più.

Fu una serata davvero piacevole, e tornando a casa ripensai a quanto sia raro trovare persone così immediatamente disponibili, così immediamente comunicative e coinvolgenti. Un vero choc culturale per un genovese come me!
La cosa più strana era che avevo l’impressione di aver trascorso una serata in famiglia. In una famiglia decisamente fuori dal comune.

Macubu -   -  1. aprile 2006, 02:55
  1. apr 2, 15:56
     

    ciao Macubu…
    pienamente d’accordo con te.
    difficilissimo trovare persone disponibili e comunicative…e sopratutto persone con una mente aperta, e non avvolta in preconcetti come fosse domopak.
    Poi…i cosidetti “artisti”...pochi conosciuti, e di quei pochi, ancor meno che non fossero dei (scusa il termine) sacchi di merda.

    Enjoy the sun in Milano citta’.
    Nick