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il blog di ubu

Molteplicità

E’ il nome della quinta Lezione americana di Italo Calvino che m’è capitato di rileggere ieri sera. Le Lezioni americane sono un perfetto livre de chevet che andrebbe sempre riaperto anche a caso e rimuginato per un po’. Qui comunque voglio riportare in particolare il passo che mi fece scoprire per la prima volta il romanzo da cui questo blog ha spudoratamente copiato il nome. Io ne ho parlato ogni tanto, ma sono sicuro che Calvino riuscirà a convincervi a leggerlo. Fatelo, vi piacerà.
(Il testo è preso dall’edizione Mondadori, ma non son riuscito a trattenermi dal metterci dei link…)

Un altro esempio di ciò che chiamo “iper-romanzo” è La vie mode d’emploi di Georges Perec, romanzo molto lungo ma costruito da molte storie che si intersecano (non per niente il suo sottotitolo è Romans al plurale), facendo rivivere il piacere dei grandi cicli alla Balzac.

Credo che questo libro, uscito a Parigi nel 1978, quattro anni prima che l’autore morisse a soli 46 anni, sia l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo. E questo per molti motivi: il disegno sterminato e insieme compiuto, la novità della resa letteraria, il compendio d’una tradizione narrativa e la summa enciclopedica di saperi che danno forma a un’immagine del mondo, il senso dell’oggi che è anche fatto di accumulazione del passato e di vertigine del vuoto, la compresenza continua d’ironia e angoscia, insomma il modo in cui il perseguimento strutturale e l’imponderabile della poesia diventano una cosa sola.

Il puzzle dà al romanzo il tema dell’intreccio e il modello formale. Altro modello è lo spaccato d’un tipico caseggiato parigino, in cui si svolge tutta l’azione, un capitolo per stanza, cinque piani d’appartamenti di cui s’enumerano i mobili e le suppellettili e si narrano i passaggi di proprietà e le vite degli abitanti, nonché d’ascendenti e discendenti. Lo schema dell’edificio si presenta come un “biquadrato” di dieci quadrati per dieci: una scacchiera in cui Perec passa da una casella (ossia stanza, ossia capitolo) all’altra col salto del cavallo, secondo un certo ordine che permette di toccare successivamente tutte le caselle. (Sono cento i capitoli? No, sono novantanove, questo libro ultracompiuto lascia intenzionalmente un piccolo spiraglio all’incompiutezza.)

Questo è per così dire il contenitore. Quanto al contenuto, Perec ha steso delle liste di temi, divisi per categorie, e ha deciso che in ogni capitolo dovesse figurare, anche se appena accennato, un tema d’ogni categoria, in modo da variare sempre le combinazioni, secondo procedimenti matematici che non sono in grado di definire ma sulla cui esattezza non ho dubbi. (Ho frequentato Perec durante i nove anni che ha dedicato alla stesura del romanzo, ma conosco solo alcune delle sue regole segrete.) Queste categorie tematiche sono nientemeno che 42 e comprendono citazioni letterarie, località geografiche date storiche, mobili, oggetti, stili, colori, cibi, animali, piante, minerali e non so quante altre, così come non so come ha fatto a rispettare queste regole anche nei capitoli più brevi e sintetici.

Per sfuggire all’arbitrarietà dell’esistenza, Perec come il suo protagonista ha bisogno d’imporsi delle regole rigorose (anche se queste regole sono a loro volta arbitrarie). Ma il miracolo è che questa poetica che si direbbe artificiosa e meccanica dà come risultato una libertà e una ricchezza inventiva inesauribili. Questo perché essa viene a coincidere con quella che è stata, fin dal tempo del suo primo romanzo, Les choses (1965), la passione di Perec per i cataloghi: enumerazioni d’oggetti definiti ognuno nella sua specificità e appartenenza a un’epoca, a uno stile, a una società, e così menus di pasti, programmi di concerti, tabelle dietetiche, bibliografie vere o immaginarie.

Il demone del collezionismo aleggia continuamente nelle pagine di Perec, e la collezione più “sua” tra le tante che questo libro evoca direi che è quella di unica, cioè di oggetti di cui esiste un solo esemplare. Ma collezionista lui non era, nella vita, se non di parole, di cognizioni, di ricordi; l’esattezza terminologica era la sua forma di possesso; Perec raccoglieva e nominava ciò che fa l’unicità d’ogni fatto e persona e cosa. Nessuno più immune di Perec dalla piaga peggiore della scrittura d’oggi: la genericità.

Macubu -   - 30. marzo 2006, 20:47
  1. mar 31, 15:05
     

    Che bello!
    Calvino, la sua scrittura, la sua intelligenza, Perec, la ricerca, la letteratura…
    Bello!