La vita istruzioni per l'uso - article - Plìn plòn

il blog di ubu

Plìn plòn

A volte vorrei essere quello che all’aeroporto chiama i passeggeri per l’imbarco all’altoparlante. Il passeggero Giovanni Michelini, Michelini, è pregato di recarsi al gate A22 per imbarco immediato. Gate A22.
Come risuonerebbe calma e rilassante la mia voce, preceduta da un discreto plìn plòn! Passenger Leonard McKenzie, passenger McKenzie, please proceed to gate A43 for immediate boarding. This is your last call.
Le mie parole echeggerebbero leggere sotto il soffitto alto e riverberante dell’aeroporto, si mescolerebbero al vocìo delle persone, al rombo attutito degli aerei, al cigolio dei carrelli, alle urla dei genitori ai bimbi stufi di stare in coda.
Sarei bravissimo lo so. Mi ci vedo, comodamente seduto su una poltrona, il microfono incollato alla testa, davanti al terminale con i nomi da chiamare. Riesco appena a immaginare la calma, la suprema tranquillità che mi darebbe scaricare addosso all’ennesimo passeggero distratto tutta l’ansia di un volo perduto o di una coincidenza mancata mentre io, senza nessun impegno, alleggerirei il timbro della voce per renderlo il più cortese e carezzevole possibile. Passenger Yoshiro Tanaka, Passenger Tanaka, please proceed to gate B38 for immediate boarding. B38.
Cercherei di dare a ogni nome la giusta inflessione, mi studierei di trovare il tono perfetto per ogni lingua. La mancanza di accento tonico sui nomi giapponesi, con le sillabe sparate una dopo l’altra, impersonalmente. O i suoni nasali e rotondi del francese, oppure lo schiocco gutturale delle vocali tedesche. Passenger Brigitte Ehrhardt, Ehrhardt…
Mi divertirei provandoci con lo spagnolo e il cinese, azzarderei forse un tentativo con le sdrucciole finlandesi, per poi rinunciare del tutto davanti a quei nomi africani pieni zeppi di vocali.
Però, almeno all’inizio, farei di tutto per essere davvero comprensibile, per fare arrivare il mio cortese sollecito alle orecchie di ogni passeggero perduto. Li cercherei quasi con affetto: in coda alla cassa del duty free con orrendi regalini dell’ultimo minuto, fuori a fumare da qualche parte, davanti a un ultimo cappuccino, perfino dentro al bagno, chiusi per via di un improvviso mal di stomaco dovuto forse alla paura di volare…
Già li vedo sobbalzare a sentir pronunciare il loro nome con tanta sicurezza, quasi fossimo amici di lunga data. Si spiccerebbero, lascerebbero il Toblerone alla cassa e correrebbero verso il cancello, sventolando da lontano la loro preziosa carta d’imbarco. ...is your last call…
E poi però, inevitabilmente.
Comincerei a trovare scomoda la poltrona, scomodo il microfono, mal gestito il servizio. Avrei da ridire sull’orario dei miei turni, sulla simpatia dei colleghi, sullo stipendio. Comincerei a lamentare un diffuso e cronico mal di gola. Comincerei perfino a sogghignare davanti ai nomi più strani, a quelli più assurdi. Il passeggero Massimo Sussone, Sussone... è pregato di recarsi urgentemente al Gate A15 per imbarco immediato. Gate A15
Comincerei ad avvertire un leggero disprezzo, una diffusa antipatia sempre più forte per questi ritardatari irresponsabili. Lentamente, diventerei meno pronto a giustificarne l’assenza. Dov’era il passager Antoine Laffite, Laffite, s’il vous plaît…, hm? Perché il signor Laffite aveva la testa fra le nuvole? Eppure non è mica già in cielo, perché non si concentra, nella sua testolina vuota e non si dirige al Gate che lo aspetta? Cosa abbiamo lavorato a fare finora? Non abbiamo forse già imbarcato la sua inutile valigia? E allora!
E nella voce finirebbe per introdursi una nota cattiva all’inizio appena percettibile, come un leggero tono di scherno Ultima chiamata, ultima chiamata per il passeggero Susanna Ceccaloni, Cec-ca-lo-ni…
Ma poi non ci sarebbe più dubbio. Passenger Titimo Kapampangan, Kapapa… er… Kapampangan!, please proceed to gate A53 for immediate boarding. Gate A 53!
Poi sarebbe odio, odio puro, quello che percepirebbero i passeggeri, odio distillato 100%. Costretto alla formuletta di rito, sfogherei il massimo della mia insofferenza in quelle poche odiose sillabe. E i poverini chiamati uno per uno sentirebbero piombare sulle loro spalle il disprezzo dell’intero aeroporto, di questo enorme meccanismo inceppato dalle loro meschine attività, dalla loro stupida mancanza di organizzazione. Poi forse diventerei anche subdolo. Comincerei a storpiare apposta i cognomi, a dimenticare di ripeterli… basta poco per rendere incomprensibile il proprio nome a chi ha già la testa altrove e sta provandosi in profumeria una nuova crema solare. La passeggera Maritzà Fernandèz, Fernàndes, è pregata di recarsi al Gate quarntaquatre per imbarco immediato. Imbarco immediato. Gate quarantaqu- click!
E alla fine li odierei tutti indiscriminatamente, questi piccoli bastardi senza cervello, vogliosi solo di posare il culo su una spiaggia immacolata ma incapaci di trascinarlo fino al fottutissimo Gate 44. Ultima chiamata, ultima chiamata! lo ripeterei con sottile goduria, sperando che l’aereo partisse lasciandoli a terra, anche loro come me. Come me sulla mia seggiola scomoda, col microfono in testa e tutti quei nomi davanti.

A volte sogno di essere qualcun altro, sogno un’altra vita, un altro lavoro.
Ma forse è solo un incubo.

Macubu -   - 13. aprile 2005, 02:45
  1. apr 13, 10:51
     

    Questo testo sarebbe perfetto per un corso di recitazione o di dizione.

  2. Bulimix
    apr 13, 11:47
     

    E’ un piacere saperlo. Che non sono l’unico nevrastenico insofferente a questo mondo.

  3. apr 13, 11:53
     

    E’ bellissimo questo post!
    Piacerebbe anche a me fare gli annunci all’aeroporto. Quando lavoravo in teatro mi è capitato di fare qualche annuncio:
    “I gentili spettatori sono pregati di spegnare i telefoni cellulari durante lo spettacolo. Grazie per la cortese attenzione”

    “La direzione informa che la programmazione dei prossimi spettacoli subirà qualche modifica. I signori abbonati sono pregati di ritirare al botteghino il programma con le nuove date. Grazie.” Mi dava una soddisfazione enorme.

  4. apr 13, 11:54
     

    Tesorino, non saresti tu a non sopportare i colleghi, sarebbero loro a mobbarti dopo la terza volta che correggi la loro pronuncia. Esempio: – collega di macubu: “Passenger Iosciro tanàca plis prosid…” – macubu (strappa il microfono di mano al collega): “Nou nou nou! Ppahssengeiir Yoooh-shì-rotanà-khà pliiisz prousiid…”
    Ma ti si vuole bene per questo!

  5. apr 13, 12:19
     

    - La cassa 15 apre
    – Il Signor McUbu è desiderato al banco Fidaty
    – Informiamo la gentile clientela che al banco del pesce è in atto la promozione “prendi tre triglie, paghi due pagelli”

    (come vado?)

  6. carlotta
    apr 13, 12:36
     

    si, perfetto per un corso di dizione, ma in ogni caso bello: scritto veramente bene!
    Un climax che va dal buono al cattivo umore. Una specie di esercizio retorico pieno di grazia e di inventiva.
    complimenti !!!!!
    voto: 10 e lode :-)

  7. apr 13, 22:41
     

    Ma.
    Come si permette

  8. apr 13, 22:43
     

    E poi andiamo, il sushi è mainstream.
    E’ più chic mangiarsi una amatriciana. Col guanciale bello grasso.

  9. apr 13, 23:00
     

    E poi mi sa che solo a un genovese “sussone” suona strano.
    Sciüscià e Sciürbì..

  10. Stan
    apr 14, 10:31
     

    Ah, ma allora ogni tanto ti viene ancora voglia di scrivere bene: mi sa che dovrai continuare a fare il copywriter.
    Bravò. Godibilissimo divertissement (si scriverà così?). E lo dico uno zic d’invidia.

  11. pedraz
    apr 14, 15:11
     

    Già mandato il curriculum alla Sea?
    Io ho qualche aggancio, ma lo baratto solo
    con la chiusura del blog. E lo dico con uno zic
    di speranza.

  12. apr 14, 15:49
     

    Lei è terribilmente crudele, mr pedraz. La amo un po’, per questo.

  13. apr 15, 12:59
     

    bello bello. il prossimo lo voglio scritto dal punto di vista del passeggero: quel sottile filo d’angoscia e insieme di assurda speranza che chiamino il tuo nome; quel terrore puro quando non hai sentito bene e temi che abbiano chiamato proprio te