Siamo tutti lì seduti a un tavolaccio alla sagra paesana, con amici e parenti e tutti i vicini delle case circostanti e improvvisamente qualcuno si chiede come mai non sia presente la famiglia Taldeitali. E un altro spiega: no no i Taldeitali non si fanno mai vedere in queste occasioni, perché la sagra è organizzata dalla parrocchia e loro con la parrocchia non vogliono averci niente a che fare.
Al che la mia cugina in terzo o quarto grado ridacchia e si sporge in avanti: Non saranno mica comunisti?
Ora non so voi, ma io ancora mi sorprendo a sentire la parola comunista usata come una sorta di insulto generalista (e privo di contenuto) da chiunque.
E’ una mia impressione (o una mia ossessione) oppure il Berluscao è riuscito a imporre questa accezione della parola comunista = terrorista, sovversivo, nemico della patria, stronzo tout-court anche all’italiano medio?
Mi spiego: io ricordo che prima di Mr. B. (e comunque ormai decenni dopo la guerra) in Italia nessuno usava il termine comunista in senso spregiativo, alla senatore McCarthy. Chi lo usava per definire sé stesso non intendeva spacciarsi, nella maggioranza dei casi, per un fautore dell’abolizione della proprietà privata o un sostenitore del socialismo reale tout-court o della rivoluzione a mano armata. Non per niente il partito comunista cambiò nome, per rinunciare a una parola carica di significato storico, ma ormai desueta, inadeguata, quasi paradossale. O ricordo male?
Poi arrivò Lui, in cerca di un nemico, e cominciò a chiamare l’opposizione in genere i comunisti, con senso evidentemente spregiativo, offensivo. Mettendoci in guardia da loro come da un’invasione di marziani, un pericolo senza nome, proprio come negli anni ‘50. A me suonava terribilmente ridicolo, indietro sui tempi, improponibile. Invece mi sbagliavo, evidentemente: la gente lo ha seguito e ora comunista è usato nello stesso modo anche da persone non politicizzate, come la mia cugina, signora elegante di una certa età , o il fruttivendolo, o il giornalaio, o il collega di lavoro.
Credo che sia una vittoria per mr. B. e una riprova di quanto siano efficaci i mezzi di comunicazione di massa nel riprogrammare la mente delle persone.
ero bimbo negli anni ‘50, in una famiglia anticomunista. Posso testimoniarti che il termine era usato proprio nella stessa accezione demonizzante in vigore oggi. Ciò che Berlusconi è riuscito a fare però è che, mentre il termine fascista è deperito e si è diluito, “comunista” è stato tenuto vivo come durante una interminabile seduta spiritica dei segni.
Quando io a 16 anni dicevo “comunista”, pensavo a cose concrete che erano la’ – ricordo ancora la prima vacanza a 18 anni in Jugoslavia, alla ricerca di ogni simbolo o fatto importante. Un 18 enne di oggi che dice comunista, a che cazzo si riferisce?
comunista e fascista sono termini usati da sempre reciprocamente in tono altamente dispreggiativo… non ho sonno puoi scrivere un altro post? grazie
Ovvero: per gli ambienti che ho sempre frequentato io, l’uso della parola comunista così tout-court, come termine di per sé sufficiente a bollare negativamente una persona, o interi segmenti della società non era comune. Adesso invece lo è diventato.
Ma forse, ed è un altro modo di formulare la stessa riflessione, forse si può generalizzare. Semplicemente osservo che il lessico di una certa destra rimasta negli precedenti decenni ai margini del nostro sistema politico, oggi ha ampliato la sua sfera di influenza, ed è entrato a far parte del vocabolario quotidiano di una parte più grande delle forze politiche e della società. Insomma dalla destra della fiamma di vent’anni fa al centro destra di oggi.
Potrei sintetizzare il tutto così: il vocabolario italiano si è spostato a destra.
Siete d’accordo o no?
In ogni caso, per rispondere anche a Stanich (cui porgo i saluti di mia zia), il mio commento era assolutamente “linguistico”.
Pero’ sicuramente macubu punta il dito su una delle principali caratteristiche del nostro premier: se ripeti abbastanza volte qualsiasi cosa essa diventa vera.
O No?
Anche milioni di morti e 60 anni di oppressioni per qualche centinaio di milioni di persone?
Quell’anno si sposò una coppia di amici di famiglia, lei psicologa estrosa e fumatrice, lui bibliotecario allegro e barbuto (credo di aver avuto lì la rivelazione della mia passione per gli uomini dotati di “onor del mento”). Abitavano sopra casa nostra: prima di trasferirsi, mi regalarono la loro imponente collezione di Linus – che rappresentò la mia lettura principale nei mesi a venire – e un meraviglioso gioco in scatola “padroni contro operai”, in cui il traguardo finale era “affoga il padrone nel cesso”, o qualcosa di simile (purtroppo non ricordo il titolo del gioco, e nessuno ne sa niente, a quanto pare).
Si sposarono – come ci si potrebbe aspettare, dopo tale descrizione – in Comune: per ironia della sorte, era il primo matrimonio cui assistevo.
Ricordo che quando chiesi a mia madre perché si sposassero in Comune, cosa che ai miei occhi era una novità rivoluzionaria, un po’ come la teoria copernicana, lei rispose sottovoce, con aria quasi cospiratoria: è perché sono comunisti.
Non ho mai ben compreso l’imbarazzo di mia madre, visto che ha sposato un uomo come mio padre, le cui simpatie per l’estrema sinistra non sono mai state un mistero; so solo che nell’ingenuità dei miei nove anni, la cosa aveva perfettamente senso: erano comunisti, ergo si sposavano in Comune. Non faceva una piega.
Il giorno successivo, durante l’ora di religione, annunciai alla suora che dopo la campanella sarei andato con la mia famiglia a questo matrimonio. Lei, comprensibilmente, mi chiese: “in quale chiesa si sposano?”, e io ribattei “si sposano in Comune”. Al suo successivo “perché?”, risposi trionfante: “perché sono comunisti!”. Al che la sua risposta fu: “e che c’entra?”.
Ecco: lì morirono tutte le mie certezze, e posi le basi dell’Essere Cinico e Problematico che son diventato in seguito.
E pensare che devo ringraziare una suora, per questo…