Quest’anno la solita ammucchiata di parenti nella casa degli ulivi fradicia di pioggia e di fango è stata visitata da ospiti speciali. O meglio, ospiti speciali si sono fatti vedere da molto lontano.
Stava ancora piovigginando, in un pomeriggio di brutto tempo ma destinato a migliorare, quando mezzo ubriaco e appesantito dalle tre o quattro diverse torte genovesi sono uscito fuori a guardare verso il mare. La mia attenzione è stata attratta da uno stormo di gabbiani chiassosi e un attimo dopo stavo urlando: dall’acqua, a cento-duecento metri dalla riva, era saltato fuori qualcosa di grosso, tanto grosso da poter essere notato così distante, da poter essere riconosciuto come una massa scura che usciva dall’acqua. Saranno tonni, hanno detto tutti. Ma una volta presi i binocoli russi comprati da mio padre su qualche bancarella, il dubbio è stato subito risolto: era un gruppo di delfini.
Nell’inquadratura incerta dei binocoli si riconoscevano perfettamente: senza barche intorno, circondati solo dai gabbiani curiosi, saltavano fuori dall’acqua a coppie, facevano strane evoluzioni, mettevano in scena uno spettacolo improvvisato apposta per noi, che siamo stati a guardarli increduli, passandoci i binocoli di mano in mano, indicandoci l’un l’altro il punto esatto.
Mi hanno lasciato addosso una strana felicità , la voglia di correre senza ragione, di gridare a nessuno in particolare. Di sentirmi come loro: complicemente giocosi, ebbri di una libertà senza confini.
(Update: ma quanto è dolciastro e zuccherino, questo post? Meno male che domani torno al lavoro, e mi ritrasformo nel solito acido e insoddisfatto macubu che sappiamo. Era ora.)
Ma ti capisco. A me, non essendo tenutario di villa e uliveto vista mare, è capitato di vedere i delfini danzare seguendo la nave su cui ero imbarcato. Un’emozione profonda e gioiosa, motivata, credo, dalla quella peculiare ebrezza del mammifero sintetizzata splendidamente dal celebre ittologo Stanislaw von Gardaland:
IL DELFINO SE NE SBATTE LE BALLE!
che invidia….
Di sicuro, se mi fosse capitato di scriverlo, il Ceriani non me l’avrebba fatta passare liscia,
scarabocchiando accanto con la biro rossa “Sii più spontaneo!” oppure “Usa farina del tuo sacco!”.
Era esigente, in fatto di pensierini, il maestro Ceriani. Del resto, si era già in terza elementare, mica all’asilo.
Quasi tutti gli anni si andava in vacanza in Sardegna dai nonni…talvolta il viaggio in aereo, più spesso sul traghetto che partiva da Genova (ricordo che il porto di Genova mi faceva veramente tristezza…l’acqua sporca, i rifiuti a galla, pesciacci che si sfamavano di immondizia in quel putridume generale…!)...ma poi la nave lasciava la costa. Rimanevi ammirato dalla scia bianca e schiumosa che ti lasciavi alle spalle, la terra sempre più lontana…e al mattino l’attesa dell’altra riva a cui approdare e la speranza (appunto!) di vedere, come qualche volta capitava, i delfini…
...ma era sempre un miracolo incontrarli!...non lo decidevi tu, non era mai uno spettacolo programmato…
...Come sono importanti queste liberissime gratuità della vita!
...Com’è importante non possederle ma semplicemente gustarle quando ti vengono offerte!
La funzione principale della campagna è ricordarti quanto è bella la città.
Quest’anno la solita ammucchiata di parenti nella vasca di fronte agli ulivi pregna di petrolio e di schiume industriali è stata visitata da ospiti indesiderati. O meglio, ospiti indesiderati si sono intromessi, anche se da molto lontano.
C’era ancora un poco di maretta, in un pomeriggio di brutto tempo ma destinato a migliorare, quando mezzo stordito e appesantito dalle tre o quattro quintalate di pesciolini al mercurio che mi ero sbafato ho messo la testa fuori dall’acqua per guardare verso terra. La mia attenzione è stata attratta da uno stormo di gabbiani diarroici e un attimo dopo stavo fischiando a ultrasuoni: sulla collina, cento-duecento metri verso l’interno, era saltato fuori qualcosa di grosso, tanto grosso da poter essere notato così distante, da poter essere confuso con il tronco di un albero secolare. Saranno ulivi, hanno sibilato tutti. Ma una volta messi gli occhiali da sole che mio padre ha ciulato a un tizio che fa sempre il gradasso da queste parti con la sua barchetta da quattro soldi, il dubbio è stato subito risolto: era macubu con la pancia, ebbro di torte salate e vino bianco.
Con le lenti scure, senza strani riflessi, lui e gli altri uomini si riconoscevano perfettamente: senza altre case intorno, circondati solo da un pantano di pioggia e di fango (Nettuno, che pena) uscivano sulla terrazza a turno, facevano un ruttino per digerire e mettevano in scena una pantomima in fondo già vista: ci guardavano increduli, passandosi i binocoli di mano in mano, indicandosi l’un l’altro il punto esatto.
Mi hanno lasciato addosso una strana tristezza, la voglia di nuotare senza ragione, di spaccargli le vetrate a botte di fischi ad alta frequenza. Di sentirmi diverso da loro: irrimediabilmente guardoni, ligurescamente ebbri di uno spettacolo finalmente gratuito.
(Update: ma quanto è acido e asprigno, questo post? Meno male che domani torno all’Acquario, e mi ritrasformo nel solito lezioso e giocoso delfino che sappiamo. Era ora, anche perché almeno lì l’acqua è pulita. E il pesce è pure fresco.)
Ho dei lettori meravigliosamente perfidi, ecco. Comunque, visto che il livello della scrittura del sottoscritto rasenta ormai un mix di Liala e di Cronaca Vera, sapete che vi dico? Mi dedico a un bel redesign, del resto era ora.
Oppure magari me ne vado a Bologna a vedere Rufus? Massì, magari è meglio…
Sappiate che vi odio, poi vi amo poi vi odio. Poi però vi amo.
Mi sembra un buon momento.