Mi dicono che sono un pazzo, che è scomodissimo, che spenderei un miliardo al mese in deumidificatori, che farei strage di turisti dopo 10 giorni, e io dico sì lo so ma non me ne frega niente, e non sto più a sentirli e insisto nella mia idea: io a Venezia ci vivrei.
Non solo perché è bella, di una bellezza che ti aggredisce come un mal di testa troppo intenso appena sbarchi dall’Eurostar e ti trovi lì, ancora un po’ incredulo, sulla riva del Canal Grande. Non è solo questo. E’ anche per tutto ciò che Venezia ti costringe a essere. E’ l’unica città che conosco che ti obbliga a vivere al suo ritmo. Non si può avere fretta a Venezia: è una follia. Non puoi nemmeno correre, con tutti quei ponti che ti costringono a un saliscendi continuo (è una città crudele con gli anziani). E’ il silenzio che ti sorprende improvviso appena abbandoni Rialto e tutte le zone invase dai turisti: l’atmosfera acustica della città prima dell’avvento del motore a scoppio. E’ perché a Venezia in fondo, oggi come oggi non si produce nulla e si ha l’impressione che vi si faccia solo del lavoro puramente intellettuale. Mi ha stupito il grandissimo numero di librerie, in tutti i sestieri. E’ la città ideale per studiare. Ho guardato i ragazzi della Cà Foscari con invidia profondissima: erano tutti belli, con un tremendo e delizioso accento veneziano, quasi inconsapevoli del privilegio assoluto di vivere e studiare in una città che sembra la Disneyland dell’estetica, la Gardaland della sindrome di Stendhal.
Tutti che dicono ‘decadente’ come se fosse un aggettivo in grado di descriverla, Venezia. E invece a me, nonostante l’abbandono, continua a sembrare una città a suo modo viva, ricca di cose da imparare, di possibilità , di piacevolezze da scoprire.
Mi chiedo se il mio entusiasmo resisterebbe alle prime difficoltà concrete, al primo trasloco fatto coi barconi, all’acqua alta, ai miasmi estivi, alle mandrie di americani caciaroni, a tutto quell’umido. Non sono del tutto privo di dubbi, ma forse sì.
Credo che a Venezia saprei come essere felice. Credo.
Non lo dicono solo a te ;)
Il fatto è che visitiamo questi luoghi per pochi giorni proprio in cerca della loro bellezza e… naturalmente la troviamo. Aggiungi il disagio della inevitabile monotonia della città in cui trascorri tutti i tuoi minuti…
Ma la storia che la città condiziona il tuo ritmo è vera e interessante. Quando il finesettimana da Roma rientro a Siena mi sembra di passare il muro di un’altra dimensione: dal caos al silenzio. E mi stupisce sempre, sempre, sempre, sempre. Ed è una sensazione a cui ripenso sempre ogni volta che mi viene in mente di lasciare Siena: ma questa pace chi mai me la darà?
Peccato: io penso che sia così bella!
Non sei l’unico che saprebbe come essere felice, lì. Io non vedo l’ora di tornarci a lavorare – e magari, chissà, a vivere.