(Come preannunciato in un post precedente)
[In realtà il titolo sarebbe: La Molto Lagrimevole Ma Verace Storia di Biagio Cane Randagio]
Mia nonna diceva che non ci andavamo mai abbastanza, nella sua casa di S.Giacomo di Roburent, località sciistica che tanto tempo fa passava per chic a Genova e che ha finito poi per diventare un postaccio: non la St.Moritz dei poveri, per dire, no: la Limone Piemonte dei poveri.
Così quell’anno finimmo per andare nella casa della nonna. Io avevo più o meno sei o sette anni, e a S.Giacomo di Roburent non avevano ancora cementificato ogni pascolo o prato nel raggio di 70 km: il palazzo dove stavamo noi era circondato da prati, e di fronte, dove adesso sorgono diversi condomini, c’era un grande pratone in discesa con uno skilift baby, dove io ho imparato a sciare.
Quell’anno c’era molta neve. Nella discesa a fianco a casa io mi divertivo con il vecchio, classico slittino di legno. Liberi per il grande prato c’erano sempre dei cani. Era un gruppo di cani neri con in mezzo un bastardino di un colore assolutamente indescrivibile: un misto di beige, marrone e nocciola. Era semplicemente bruttissimo: correva sgraziato e mezzo storto, gli cresceva uno strano ciuffo di peli sulla capoccia e aveva gli occhi cisposi. Ma di tutti i cani che stavano lì era il più curioso e disposto a giocare, e non mancava mai di precipitarsi da noi quando per caso pranzavamo con i panini al sole. Era affamatissimo. La prima cosa che fece mio padre quando lo vide fu prendere dei fazzoletti di carta e pulirgli con delicatezza gli occhi. Dev’essere stato uno dei gesti che lo conquistarono.
Ho sempre avuto feeling con i cani: se in una vita precedente sono stato un animale, ero sicuramente un cane. Così non ebbi difficoltà a fare amicizia con quello che mio padre, che cominciava ad affezionarglisi, aveva cominciato a chiamare Biagio cane randagio. Biagio mi inseguiva giù per il prato mentre scendevo con lo slittino o mentre provavo i miei primi scietti, quelli rossi corti di plastica comprati all’Upim o alla Rinascente. E mi faceva strada impaziente quando dovevo tornare su o mentre risalivo con lo skilift. Ci stava sempre intorno. Mio padre sosteneva che probabilmente Biagio era abituato da sempre alle persone e che forse era stato abbandonato a S.Giacomo da qualche suo padrone precedente.
Quando venne il momento di partire Biagio lo capì subito. C’era qualcosa nell’aspettativa con cui ci guardava, nell’inquieto correre intorno alla macchina mentre la caricavamo che non poteva lasciare dubbi. Si aspettava di venire con noi. Ma mia madre non era affatto dell’idea: del resto non ci era mai nemmeno passato per la testa. Biagio era appunto solo un cane randagio.
Corse dietro alla macchina letteralmente per chilometri.
Già ben fuori dal paese, giù per la strada tutta tornanti, mio padre ogni tanto si fermava per vedere se ci avrebbe raggiunti un’altra volta. E puntualmente il puntino beige-marrone-rossastro compariva nello specchietto. Era Biagio che lingua all’aria correva a perdifiato dietro alla macchina. Aveva deciso che non sarebbe stato abbandonato di nuovo.
Fu così che lo facemmo salire in macchina. Era un’esperienza nuova per lui: stava davanti seduto sul tappetino cercando di non perdere l’equilibrio con un’aria preoccupata e molto circospetta. Al terzo tornante vomitò sui piedi di mia madre. Aveva un’espressione talmente disperata, dopo averlo fatto, che sembrava proprio voler dire: so che non dovevo farlo, ma vi prego non fatemi scendere per questo. Era il cane più umano che mi sia capitato di conoscere. Pulimmo il tappetino e non lo facemmo scendere.
A Genova avevamo un giardino all’epoca, e Biagio ci si sentì a casa. Anche se i vicini poi finirono per odiarci perché non tollerava di essere lasciato solo, e se non eravamo in casa abbaiava tutto il tempo. La prima cosa che scoprimmo avendolo lì e osservandolo con un po’ più di attenzione fu che in realtà era una femmina. Per anni la frase standard che dissi a tutti fu: Si chiama Biagio, ma è una femmina.
Ci procurammo subito un guinzaglio e già il giorno dopo il ritorno a casa lo portammo fuori per il suo primo giro in città . Tenevo Biagio al guinzaglio (attrezzo a cui si abituò dopo una breve resistenza) e seguivo la mamma nelle sue compere: ero al settimo cielo, avevo un cane! Un cane tutto mio!
Per entrare dal panettiere fu necessario legarlo fuori e lasciarlo là ad aspettare. Quando uscimmo trovammo guinzaglio e collare per terra: Biagio se l’era sfilato ed era fuggito. Non potevo credere che fosse durato così poco: girammo un po’ per le vie lì intorno, chiedemmo a tutti: niente. Io piangevo disperato.
Una volta rassegnatici, tornammo a casa. E naturalmente Biagio era davanti al portone che ci aspettava. Aveva ritrovato la strada di casa al primo colpo, e l’aveva raggiunta attraversando varie strade a rischio di essere investito. Capimmo che avevamo un cane letteralmente terrorizzato all’idea dell’abbandono. Ritrovarsi legato a un guinzaglio mentre i suoi padroni si allontanavano gli aveva fatto credere che volessimo liberarci di lui. Non era improbabile che chi l’aveva lasciato una volta l’avesse fatto proprio così.
Ho vissuto con Biagio tanti anni, e gli sono riconoscente di avermi sopportato per tutto quel tempo. Morì una notte di Natale a casa della nonna: stava male da un po’ e l’ultima volta che l’ho visto era sulla sua cuccia con una flebo attaccata alla spalla. Con gesto straziante da film lacrimevole mi mise in mano la zampina un’ultima volta. Poi i miei mi portarono via. Non ho mai capito se mia nonna gli fece un’iniezione o se morì davvero di morte naturale: preferisco non saperlo mai.
bytheway mi dai la ricetta dei panini al sole?
(la prossima volta, però, per bilanciare, vorremmo ci narrassi il Racconto Alquanto Brioso di Pablo, Pinguino Freddoloso :-)
Quel giorno eravamo usciti lasciandolo solo in casa per qualche ora. Ci aveva aspettato davanti alla porta, dove lo avevamo salutato. Mi sento ancora adesso in colpa per non essergli stato vicino mentre moriva. Però è stata una morte serena: è successo mentre dormiva, sicuro di vederci ritornare.
Un saluto
Chiara
Per questo faccio i complimenti ad Al: lui c’è riuscito.
Sappia che sto cominciando a provare sentimenti violentemente maligni nei suoi confronti…
Me compreso, per sua sfortuna.
– GEORGE BYRON –
(nell’epitaffio sulla tomba del suo cane terranova Boatswain presso l’Abbazia di Newatead)