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il blog di ubu

La vita istruzioni per l'uso, 2

Attenzione, MacUbu monta in cattedra. Mettetevi comodi, o datevela a gambe levate.

Ci sarebbe anche lui nel quadro, alla maniera di quei pittori del Rinascimento che si riservavano sempre un minuscolo posto fra la folla dei vassalli, dei soldati, dei vescovi o dei mercanti; non un posto centrale, né un punto privilegiato e significativo in una data intersecazione, lungo un asse particolare, secondo questa o quella prospettiva illuminante, nel prolungamento di un certo sguardo carico di significato a partire dal quale potrebbe costruirsi tutta una reinterpretazione del quadro, ma solo un posto apparentemente innocuo, come se fosse stato fatto così, per accidente, un po’ per caso, perché l’idea è saltata fuori da sola, come se non si desiderasse troppo far notare la cosa, come se dovesse essere una firma solo per iniziati, qualcosa come un marchio di fabbrica solo concesso all’autore dal committente dell’opera, qualcosa che non doveva essere noto che a pochi e subito dimenticato: morto il pittore, poi, sarebbe diventato un aneddoto trasmissibile di generazione in generazione, di atelier in atelier, una leggenda cui nessuno avrebbe più creduto, fino al giorno in cui se ne fosse riscoperta la prova, grazie a fortunati controlli di concordanza o confrontando il quadro con degli schizzi preparatori ritrovati nelle soffitte di un museo, oppure in modo del tutto fortuito, come quando, leggendo un libro, si trovano frasi già lette altrove: e forse allora ci si renderà conto di quanto c’era sempre stato di un po’ particolare in quel piccolo personaggio, non solo una maggiore accuratezza nelle rifiniture del volto ma anche una maggiore neutralità, o un certo modo di chinare impercettibilmente il capo, qualcosa di simile alla comprensione, a una specie di dolcezza, a una gioia forse sfumata di nostalgia.

Georges Perec, dal capitolo LI di La vita istruzioni per l’uso, Rizzoli.
Trad. di Dianella Selvatico Estense.

E’ da un po’ che sto rileggendo il libro da cui questo blog ha preso il nome. Avendolo letto la prima volta tanti anni fa, mi sembrava giusto rendere alla memoria del nume tutelare di questi luoghi il giusto omaggio di una seconda, ci si augura più matura, lettura…

Ed è davvero con un misto di segreta gioia, di riconoscimento, di intesa che ci si imbatte, proprio a metà del libro, in quel capitolo 51 che nell’originale, a differenza di tutti i vari CHAPITRE X, CHAPITRE XVI e così via, si chiama invece LE CHAPITRE LI, dettaglio che la traduzione italiana perde e non si capisce perché, in un libro che di dettagli vive, che dai dettagli trae il suo stesso significato; è con un misto di gioia e commozione che ci si imbatte, dicevo, nell’autoritratto del suo autore: un’enorme proposizione ininterrotta ed elaborata che salta subito all’occhio, che richiama, con il suo andamento dolce e avvolgente, lo scrittore par excellence: Marcel Proust.
Autoritratto apertamente dichiarato, incontro fra lettore e autore descritto con infinita ironia nel momento stesso in cui avviene, così come descritto nel momento stesso in cui avviene è tutto il romanzo, fotografia dettagliatissima di un solo istante nella vita di questo grande palazzo di Rue Simon Crubellier numero 11, Parigi, poco prima delle otto di sera del ventitre giugno millenovecentosettantatre.
Proprio a metà del libro, come uno specchio, come l’asse centrale della simmetria, intorno al quale tutto ruota, entro il quale si spalanca la voragine vertiginosa dei rimandi, degli ammiccamenti, del gioco di intelligenza disumana che tiene insieme questo romanzo, anzi questi “Romanzi”, come cita il sottotitolo del libro (in francese, sin dalla copertina: LA VIE MODE D’EMPLOI, romans. – E anche questo è un dettaglio che cercherete invano nell’edizione italiana.)

E’ il ritratto di un personaggio, Valène. Un pittore che sulla sua tela progetta di dipingere tutto il palazzo, e ce lo fa stare fin nei minimi dettagli, con tutti i suoi personaggi e tutte le sue storie:

Ci sarebbe anche lui nel quadro, in camera, su, in alto, quasi in cima a destra, come un piccolo ragno attento che tesse la sua tela lucente, dritto, accanto al quadro, con la tavolozza in mano, il lungo camice grigio tutto macchiato di colore e la sciarpa violetta. Sarebbe in piedi accanto al quadro quasi finito, a dipingere proprio se stesso, abbozzando con il pennello la figurina di un pittore in lungo camice grigio e sciarpa violetta, e tavolozza in mano, che dipinge la figura minuscola di un pittore che dipinge, un’altra di quelle immagini “in abisso” che avrebbe voluto continuare all’infinito come se il potere dei suoi occhi e delle sue mani non avesse più limiti.

Perec che dipinge questo personaggio che dipinge se stesso, personaggio che è se stesso, cioè Perec, che sta facendo il proprio autoritratto. E’ un livello in più di questa immagine “en abîme”, che coinvolge anche noi, è un altro esempio dell’infinita recursività dell’immaginazione di Perec, quasi un Escher della parola, un mago dei numeri, un genio ironico della matematica. C’è un qualcosa di geometrico, di perfetto in tutto il libro. Senza contare tutte le piccole trappole, le strizzate d’occhio che si trovano qua e là. Una l’abbiamo appena letta: ”...come quando, leggendo un libro, si trovano frasi già lette altrove…”. Ma La vita istruzioni per l’uso è pieno di citazioni, interi paragrafi di autori celebri di ogni letteratura che vengono ripresi senza modifiche e inseriti in un contesto in cui risultano irriconoscibili, spaesati e spaesanti. Ed è proprio con una sorpresa tinta d’ammirazione che leggendo i racconti di Franz Kafka, tempo fa, mi capitò sotto gli occhi una scena che mi sembrava familiare. Andai a controllare e infatti non mi sbagliavo: l’incontro di alcuni personaggi in un racconto di Kafka era diventata nelle mani di Perec, senza spostare una virgola, con un trucco da prestigiatore, la descrizione di un quadro appeso a una parete.
Ovunque, come in questo brano che riporto qui oggi, non si perde mai la sensazione di un sorriso aleggiante, infinitamente sapiente. Ci si aggira per le stanze di questo palazzo sapendo che da qualche parte c’è un’intelligenza superiore che ha già disposto ogni cosa perché abbia su di noi proprio l’effetto voluto. Imprigionati nel meccanismo perfetto, siamo forse felici di esserlo. Del resto questo è un intento dichiarato, fin dalla prefazione quando si parla della difficile arte del puzzle:

L’arte del puzzle inizia con i puzzle di legno tagliati a mano quando colui che li fabbrica comincia a porsi tutti i problemi che il giocatore dovrà risolvere, quando, invece di lasciare che il caso imbrogli le piste, vuole sostituirgli l’astuzia, la trappola, l’illusione: il modo premeditato, tutti gli elementi che figurano sull’immagine da ricostruire – questa poltrona di broccato d’oro, quel tricorno nero ornato da una piuma nera un po’ sciupata, quell’altra livrea color giunchiglia tutta coperta di galloni d’argento – saranno il punto d’avvio di un’informazione ingannevole: lo spazio organizzato, coerente, strutturato, significante, del quadro verrà spezzettato non solo in elementi inerti, amorfi, poveri di significato e informazione, ma anche in elementi falsificati, portatori di false informazioni: due frammenti di cornicione che s’incastrano perfettamente mentre in realtà appartengono a due parti molto distanti del soffitto, la fibbia di una cintura di uniforme che si rivela in extremis un pezzo di metallo reggitorcia, vari pezzi tagliati quasi allo stesso modo appartenenti, gli uni a un arancio nano sulla mensola di un caminetto, gli altri al suo riflesso appena appannato in uno specchio, sono i classici esempi di trabocchetti tesi all’appassionato.

Se ne potrà dedurre quella che è probabilmente la verità ultima del puzzle: malgrado le apparenze, non si tratta di un gioco solitario: ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall’altro.

E’ chiaro: qui si parla di puzzle, ma il messaggio è un altro, qui è Perec che sta parlando a noi lettori, che abbiamo appena preso in mano il suo libro, è una dichiarazione di intenti, è un invito a giocare, forse è addirittura una sfida.

E poi ancora: non c’è solo l’intelligenza. Anche nel capitolo 51, quello che ci colpisce è l’ironia. Un’ironia e una grazia che si riflette ovunque nel libro. Un amore che si percepisce anche attraverso il tono distaccato con cui vengono descritti i personaggi con le loro storie, le loro manie, i loro piccoli tic, è la minuzia a volte esasperante dei dettagli, è la dolcezza di una scrittura precisa come quella di Calvino e calda come quella di Proust. La stessa ricchezza di dettagli descrittivi in fondo non è altro che un dichiarato amore per gli oggetti, quasi un’emanazione di quell’attrazione inconscia che si prova quando soprappensiero passiamo davanti a un oggetto che amiamo, e lo accarezziamo con la mano, senza nemmeno rendercene conto.

E in mezzo a tutta questa intelligenza ci sono le storie: letteralmente centinaia di personaggi e di avventure, di intrighi e intrecci, storie tutte affascinanti, divertenti e tristi come la vita vera. E nascosta fra loro, ma via via più presente, sempre più protagonista, la storia principale, la lunga, faticosa, tortuosa relazione che si fa sempre più chiara, che pagina dopo pagina prende forma costringendoti a leggere sempre più in fretta, per sapere come andrà a finire quella che lentamente si svela nella sua natura di lenta, terribile, lungamente premeditata vendetta.

Ecco, era solo che avevo voglia di mettere in comune un po’ delle emozioni che mi dà rileggere ancora una volta questo romanzo. Sono contento di aver scelto per il blog un nome che ha ancora molto da dirmi.
Ora spegnete il computer e andate a leggere La vita istruzioni per l’uso. La versione vera, però.

Macubu -   - 27. ottobre 2003, 01:33
  1. uffa
    ott 27, 10:57
     

    hai scritto questo post per entrare qui http://www.bookcafe.net/blog/review/?

  2. Andrea
    ott 27, 11:32
     

    Anch'io, proprio in questi giorni, ho deciso di rileggere il romanzo di Perec. Stavolta in francese (anche se lo parlo poco, dovrei capirci qualcosa), perchŽ un romanzo cos“ non lo si pu˜ leggere che in lingua originale. Mi sono piaciuti i tuoi commenti. E anche Molto. Bravo MacUbu!