La mostruosa spatafiata di oltre 3000 parole che segue è il racconto del viaggio ad Algeri. Vi cadono le palle solo all’idea di dedicare così tanto tempo a un post. Vi capisco: io non lo leggerei mai, è il genere di cosa che serve solo a chi la scrive. Il riassunto è facile: è stato bello. Passate pure al post successivo, non ce l’avrò con voi. E’ normale.

I jet rombano sempre più forte prima che il pilota ci faccia sfrecciare via per la pista di decollo. Guardo fuori con invidiosa ammirazione l’aereo nuovo di zecca dell’Air France che aspetta il suo turno dietro di noi. Questa specie di DC9 della Air Algérie puzza di sudore rappreso e alito di vecchio e i sedili sono letteralmente tenuti insieme dallo scotch telato bianco. Poco prima, infilando la sua valigia nei comparti sopra i sedili, A. ha urtato il segnale dell’uscita di sicurezza che s’è staccato dal supporto ed è restato penzoloni coi cavi sparsi qua e là in mezzo al corridoio finché non l’abbiamo incastrato di nuovo al suo posto.
Non sarebbe meraviglioso poter volare invece con quel bell’aereo bianco e luccicante, con quello splendido aeromobile da paese evoluto e sicuro?
Chissà se è così che il resto del mondo guarda i paesi ricchi d’occidente.

Al momento di scendere, lo steward vede T. con il velo in testa e non riesce a trattenersi: “Oh, le foulard! Vous avez peur!” e ride. Ecco fatto: gli ultimi timori di questi occidentali ignoranti di fronte a un paese che non conoscono si sciolgono nell’ironia, giusto il tempo di scendere la scaletta. Sul bus convinco T. a togliersi ‘sto velo posticcio dalla testa: sembra una presa in giro.
Ad Algeri fa caldo e si sta bene. Al volante del camioncino scassato che ci porta in città sta, com’era prevedibile, un Mohammed, mandatoci dagli organizzatori. Fende con sicurezza un traffico che non sembra più indisciplinato di quello di certe nostre città , o di quel che ho visto a Palermo, giusto per fare un nome.
Gli avamposti di Algeri sono la tipica periferia disordinata e fatiscente che potresti trovare ovunque nel tragitto fra aeroporto e centro città . Un sacco di persone camminano lungo la strada: è la cosa che colpisce di più. Evidentemente non possono permettersi un’auto e nemmeno i mezzi, oppure fanno prima a piedi che coi mezzi. Ma forse è anche conseguenza di una diversa cultura dello stare per strada: qui si vive in strada, si sta lì sul marciapiede con gli amici anche senza far niente.

E’ una città enorme, piuttosto bella, con un centro storico che dal porto arriva fin sulle colline circostanti: in questo assomiglia a Genova. Alla fine l’impressione generale sarà che Algeri non è affatto l’esotica città araba che mi ero immaginato. Niente a che vedere con Marrakech, tanto per dire. Sembra semmai una enorme città francese, una sorta di Marsiglia più disordinata e, lo noti qua e là , un bel po’ più povera.
All’albergo (un’ex bellezza decaduta, una principessa del secolo scorso con velleità da regina del gran mondo e conto in banca da dama di compagnia) incontriamo la nostra accompagnatrice, una Myriam che poi sarebbe Maria pronunciato diverso. Tutta sorrisi e disponibilità e simpatia, con un piccolo difetto che ogni tanto ci fa venire voglia di strozzarla: in giro per la strada punta il ditino e indica: “Quella è la biblioteca nazionale, là . La biblioteca nazionale. Nazionale, la biblioteca nazionale! Là , là . E’ di là .” Tu certo guardi dove indica lei, ma finisci per dare un’occhiata anche intorno, in fondo sei qui per questo, per guardare la città . Niente da fare: finché Myriam non è certa di aver esaurito il monumento in questione (cosa che consiste semplicemente nel ripeterne il nome un numero esasperante di volte) ti sgrida se non guardi dove dice lei e non commenti entusiasticamente. “La grande posta. La GRANDE posta. Là , proprio davanti, vedi? La grande posta, proprio là . Là . No, non lì, di qua. La GRANDE POSTA”. La ucciderei, se non fosse che è carina e gentile e che senza di lei saremmo perduti in questa enorme città .

Il concerto della sera lo dividiamo con Beihdja Rahal, una cantante di musica arabo-andalusa. Un genere inusuale per gli stessi algerini, e ho detto tutto. Comunque è musica araba classica. Beihdja canta a voce sola accompagnata da altri 5 strumentisti. In città è molto conosciuta e tutto fa pensare che faremo da starter a un concerto che avrà in lei il punto focale. Il teatro: una vecchia sala circolare sovrastata da una cupola. Ha un’affascinante look anni ‘70 e l’acustica più strana che ci sia mai capitata: in certi punti basta sussurrare perché chi sta seduto in ultima fila abbia l’impressione che la persona sul palco gli stia parlando all’orecchio.
Beihdja è una di quelle donne dure e decise che sono tipiche dei paesi arabi. Quando una di queste donne sceglie di giocare la carta dell’autonomia e della carriera personale, diventa in genere una macchina da guerra. Lei si muove risoluta e tutti pendono dalle sue labbra: organizza la prova, ci introduce a tutti i collaboratori, abbaia qualche ordine agli strumentisti, e quando canta non tollera disattenzioni, più volte dà loro indicazioni precise di come vuole che venga un certo passaggio. Ma la cosa che fa davvero girare la testa è che lei, come molti altri del resto, passa continuamente dall’arabo al francese, anche in mezzo alla stessa frase, infilando una parola araba in una frase in francese e viceversa, indifferentemente. Va al microfono e dice al tecnico qualcosa come: aksjdh lasldkjpo haksdo! asdlkj adesso ncxhaklìaz così vediamo come va la haslaksjl lalskdopj, e poi facciamo che loro klasjhdpjj hsipakjs, ma subito! Ginslapzzx! E’ un po’ come quando gli italiani passano al dialetto, ma qui non si capisce qual è la lingua principale. E non dipende dal livello di istruzione o dal fatto che Beihdja vive a Parigi: per la strada mi capita di sentire anche la gente qualunque, anche gli anziani: tutti mescolano continuamente le due lingue.

La musica arabo andalusa per noi è un genere strano. Proviamo insieme a loro un bis da cantare in arabo che all’inizio ci farà impazzire, e che invece più tardi ci sorprenderemo a canticchiare a mezza voce: Beihdja ha trascritto il testo in caratteri occidentali e insieme a lei cerchiamo di impararlo per poi improvvisare una sorta di accompagnamento a quattro voci. Dopo un’ora e mezza di prove il risultato è un curioso miscuglio di canto alpino e melodia arabeggiante. E benché abbiano cercato di spiegarci il significato del testo, non sappiamo assolutamente che cosa stiamo cantando. Ma al concerto sarà un vero successone.
Il tempo passa velocemente fra prove in teatro e riposo in albergo.
Alla sera ceniamo in albergo con myriam e il direttore delle belle arti di Algeri che si è occupato di tutta l’organizzazione. Il discorso finisce sul fenomeno dell’integralismo religioso e del terrorismo. Già durante la giornata myriam mi aveva detto che il velo tipo hijab non fa assolutamente parte della tradizione algerina: è una moda importata, afferma decisa. Il direttore alla sera ci racconta che il velo e l’abbigliamento da taliban di molti ragazzi che vediamo per strada (sembrano tanti piccoli Osama) non è solo ideologia religiosa o estremismo. “E’ vero, – dice – molti lo fanno per convinzione. Ma per la maggior parte di loro è una moda, qualcosa che passerà .” E poi aggiunge che “soprattutto per le donne la veste lunga e il velo sono un cache-misère, un modo per nascondere la povertà . Dalla metà degli anni novanta ad oggi il nostro tenore di vita è crollato”, dice. “C’è stato un tempo in cui eravamo abituati a prendere l’aereo ogni sabato per andare a Palma a passare il weekend al mare. Ora siamo tutti sull’orlo dell’indigenza. Vestirsi bene costa. Il velo e la veste lunga e informe risolvono in un attimo molti problemi. Lo stesso vale per i ragazzi.” Ma tutte quelle stragi che per anni abbiamo sentito ai telegiornali? Quelle decine di sgozzati trovati uccisi dopo che erano stati fermati da qualche falso posto di blocco? Per anni queste notizie hanno invaso i nostri giornali, ma perché, che è successo? Non ci abbiamo mai capito niente.

“Anche quando noi leggevamo i racconti delle stragi delle brigate rosse in Italia non abbiamo mai capito niente”, mi risponde. “E’ l’ideologia, una di quelle cose che sconvolgono le persone. Ti confesso: io e tanti altri è come se fingessimo che non sia mai successo. E’ un periodo a cui non pensiamo. Lo so che non è il modo giusto di superarlo, ma è così. Dimenticato: l’inferno dietro di noi.”
E fra un boccone e l’altro, accompagnato dall’ottimo vino locale (non condiviso con Myriam: lei è osservante), questo affabile signore che deve averne viste tante mi fa un riassunto della storia d’Algeria. Mi racconta l’invasione dei francesi nell’ottocento, quando i “colonizzatori” rasero al suolo tutta la parte bassa della qasbah per farne un quartiere occidentale, un lungomare elegante, col risultato di cancellare in un colpo solo la storia e l’identità della città . Ecco perché non si vedono botteghe di oggetti di rame o pelle in giro, o perché in Algeri non trovi nemmeno un hammam storico. Ed è una cosa che sorprende se si è stati prima in altri paesi magrebini.
Mi parla del periodo in cui l’Algeria era un paese socialista, molto sui generis ovviamente. Racconta del FIS (gli integralisti islamici) e dell’intervento dell’esercito che ne ha impedito la presa di potere, nonostante fossero risultati vincitori alle elezioni. Su questo il nostro amico sembra deciso: “Io sono per la democrazia. Ma se a vincere sono dei fascisti che già il giorno prima delle elezioni erano in tv a minacciare e a dire ‘vedrete, vedrete cosa succederà appena avremo vinto!’, beh allora dico: l’esercito ha fatto la cosa migliore, meno male che sono intervenuti.” Ma ora che il FIS è fuorilegge, che fine hanno fatto tutti i suoi militanti, mi chiedo. Chi hanno votato? Dove sono i dirigenti di quel partito? L’Algeria è tranquilla da due o tre anni a questa parte, mi dice anche lui. Ma andando a dormire, annebbiato dal vino, mi chiedo quanto durerà ? Quanto ci vorrà perché un paese avvelenato dalla corruzione del socialismo reale e dai finti rimedi del fanatismo religioso riesca a trovare un nuovo equilibrio?

Il giorno successivo è fatto di prove in teatro, riposo e visita alla citadelle, l’antica fortezza che sovrasta il centro storico: costruita dagli ottomani, è andata lentamente in rovina con l’invasione dei francesi. Ma il rudere che il custode ci fa visitare con una dettagliatissima ed eruditissima visita fa sognare le mille e una notte, con l’harem del Bey abbellito da colonnine in marmo di carrara e giochi d’acqua, con l’atrio spazioso dove i principi andavano a mettersi in mostra a vantaggio delle figlie del Bey. Dice il custode: l’Islam sostiene che non sta bene che la donna guardi l’uomo. Ma come si fa a controllare? Semplice: basta nascondere la donna, così l’uomo non può vedere se la donna lo guarda. Sembra complicato invece è semplicemente pratico.

Dall’interno del palazzo, nascoste agli occhi di tutti, le donne del sultano d’Algeri spiano gli uomini del palazzo che si aggirano nell’atrio esterno grazie ad apposite feritoie ricavate nei muri. Le proviamo tutte: ognuna tiene sott’occhio una parte diversa del cortile: non ci sono zone d’ombra. Geniale.

Dalle mura della citadelle vediamo la qasbah, intricato e disordinato labirinto che arriva fin (quasi) al mare. “Non ci andiamo?” Chiedo a Myriam. Lei scuote la testa come se avessi detto una bestialità : “Ah, no. E’ pericoloso. Io non ci sono mai stata e non ci va nessuno… Sai in parte è stata abbandonata, e adesso ci vive chiunque, non conviene.” Le credo, visto che ho sentito dire che nel labirinto della qasbah nemmeno la polizia si aggiri volentieri. E’ come il centro storico di Genova qualche decina di anni fa: semidistrutto, occupato da gente di ogni tipo, terra inesplorata, un dedalo di caruggi inaccessibile a chi non li conosce davvero bene. Oggi è decisamente cambiato. Chissà forse fra dieci o vent’anni anche qui il centro sarà recuperato da giovani professionisti, studenti spiantati e artisti e i prezzi in salita manderanno via i vecchi inquilini.

Nel pomeriggio siamo in giro per la strada principale nella zona commercial-fighetta della città . E’ tutto un via vai di gente che fa la solita vasca del giovedì (qui il giovedì corrisponde al nostro sabato, e il venerdì è la loro domenica) e la strada a tre corsie è invasa dalle auto, moltissime ma disciplinate. Quando chiedo a Myriam di andare dall’altro lato a vedere delle vetrine, lei semplicemente si getta in mezzo alla strada. Mi si rizzano i capelli in testa, ma la seguo. Tutti si fermano a lasciarti passare. Schivando i parafanghi le urlo: fallo a Milano e sei morta, Myriam!
Nel nostro vagare siamo perseguitati da A. che deve risolvere al cellulare un casino informatico scoppiatogli sul lavoro a Genova.
Mohammed e Myriam ci raccontano qualcosa sulla città e intanto dietro sentiamo: – Ma hai pingato il server? E cos’è venuto fuori? Con quale pass ti sei loggato? Adesso prova a fare così... Suona quasi più arabo lui che le ragazzine in velo e scarpe adidas che ciacolano e ridono a tutto volume, truccatissime e perfette, che quando ci incrociano ci guardano appena.

Compriamo oggetti d’artigianato, del vino e poi mi faccio portare in pasticceria. “Ma ne voglio una buona, eh?” Myriam annuisce sicura. Quando finalmente mi mostra la vetrina resto di sasso. “E’ pieno di api!” le dico con orrore. Nella vetrina, sui dolci, in mezzo al negozio e sulle teste dei clienti è tutto un ronzio di api: sono centinaia. “E’ per via del miele!” dice Myriam, raggiante. Io guardo quelle zampine che si arrampicano sui babbà e sui biscotti e sui ripieni e sulle altre diavolerie e ho un brivido: “Ma sono anche sui dolci…” Lei sorride ancora di più, incoraggiante: “Sì ma non pungono mica!”
Vabbè, ho capito. Entro, e l’effetto è straniante: le api ti ronzano intorno ma non hanno paura, non sembrano nervose. C’è pieno di clienti: se non si beccano qualcosa loro, perché dovrei ammalarmi io? Scelgo nove diversi tipi di dolci e corro via con la mia scatola di cartone profumata come un vasetto di miele millefiori, dà quasi alla testa.
Quando racconterò la scena agli amici milanesi venuti a merenda da me, loro ringrazieranno dell’offerta con un “no, no, grazie, magari dopo” detto con molta cortesia servendosi dei biscotti portati da loro. Peccato, perché i dolcetti, simili a certa pasticceria siciliana, sono eccezionali. Provocano coma da iperglicemia, è vero, ma non riesci a smettere di assaggiarli.
Prima del concerto c’è la radio che vuole intervistarci. Scopriamo solo adesso che il concerto sarà in diretta radio nazionale (o della sola città di Algeri, ancora non l’ho capito). “E’ la prima volta che vieni in Algeria?” mi chiede la ragazzotta che dovrebbe essere una giornalista tendendomi il microfono. Fino a tre giorni fa avrei risposto: certo che è la prima volta, sei pazza? Pensi che mi piaccia venire in questa città di terroristi con cadaveri sgozzati a ogni angolo di strada?
Ora invece ho una visione leggermente più equilibrata della cosa e mi limito a un sì. “Che effetto fa cantare questa musica ad Algeri?”. La risposta corretta sarebbe: e che cazzo ne so, sei scema? Devo ancora farlo, il concerto! Invece imbastisco quattro stupidaggini in un francese fantozziano sul fatto che la nostra musica sembrerà strana a loro quanto la loro sembra criptica e “diversa” dalla nostra. Poi mi arrampico sugli specchi cercando di dimostrare che però l’origine di entrambe discende da un ceppo comune. Pietosamente la ragazza taglia corto e si ripiglia il microfono. Il nastro che ha inciso risale probabilmente al dopoguerra, così come l’apparecchio che hanno usato per registrare: è un pezzo di modernariato niente male.

Il teatro è pieno. Si va in scena. Appena cominciamo a cantare suonano almeno tre o quattro cellulari: ecco, visto? Non è un vizio solo italiano. Ma a parte questo inizio sono rispettosissimi e ascoltano in perfetto silenzio. Ogni pubblico è una sorpresa, in quanto a reazioni. Qui l’effetto è che certi pezzi che di solito strappano un applauso più forte ricevono la stessa accoglienza di tutti gli altri. Sarà una sovrana indifferenza? Anche alla fine l’applauso è caldo ma non trascinante: loro in realtà aspettano Beihdja. Che entra subito dopo di noi. E infatti durante la sua parte di concerto, gli applausi scattano entusiasti: è inevitabile, con questo repertorio il pubblico si sente a casa. Sentiamo anche il tipico urlo delle donne, quello che nei film fanno le berbere del deserto. Ma il pubblico si esalta con il bis che cantiamo insieme a Beihdja e a tutta l’orchestra. Appena accenniamo tutti insieme la melodia in arabo si scatenano. Ed è così per tutto il pezzo: a ogni nuova frase musicale arriva un applauso scrosciante. Ed è bello stare lì tutti insieme.

Nei camerini ci raggiungono l’ambasciatore e il direttore dell’istituto italiano che sono molto incuriositi di noi, di questo progetto, del nostro repertorio. “Ma quando l’avete imparato, quel pezzo?” ci chiedono stupiti. Fra ieri e oggi, naturalmente.
Strette di mano, fotografie con amici e fan della musica arabo-andalusa: prima di riuscire a lasciare il teatro passerà oltre un’ora. C’è persino uno che ci chiede l’autografo.

E per il resto della serata, fino a notte inoltrata, stiamo tutti insieme con i nostri “colleghi” e gli organizzatori del concerto in un ristorante ad abbuffarci di pesce freschissimo, di vino e di frutta. E si chiacchiera, si canta ancora, si fa far tardi al personale. Il cameriere sbuffa, fa tanti segni, torna vestito in borghese, le prova tutte per mandarci via. Ma a capotavola c’è un uomo che è stato per vent’anni il capo di gabinetto del sindaco d’Algeri e lui sa far fare a tutti quel che vuole lui. Come per esempio far cantare a noi ancora, per la quarta volta!, il bis di questa sera.
Basta così poco per sentirsi a casa, penso cercando di non svenire con la faccia contro il finestrino, mentre ci riportano in albergo. Dovunque vai, la musica unisce, e il buon cibo e gli scherzi intorno a una buona tavola diventano casa tua.
Poi il mattino dopo c’è la sveglia alle sei, e puntuale come la morte Mohammed ci raccoglie e ci porta all’aeroporto. Se andate ad Algeri, sappiate che per tornare e salire sull’aereo vi ci vorranno ore di controlli di ogni tipo. Raggiungiamo il nostro posto dopo sei controlli passaporto, due perquisizioni, e varie altre misure di sicurezza. Quando il bus dell’aeroporto ti lascia sulla pista davanti all’aereo c’è di nuovo la polizia. Altro controllo, poi devi riconoscere il bagaglio da imbarcare, poi devi aprire il bagaglio a mano, poi ti perquisiscono ancora (uomo per gli uomini e donna per le donne) e finalmente si sale.
Stavolta l’aereo è pulito e moderno. Sotto di noi scorrono le spiagge azzurre e deserte dei dintorni di Algeri.
Prima o poi ci torno, lo so.

Bravi!
PS: come me la vedo la T con il velo e l’aria svampita e tu col solito ghigno sotto i baffi (che non hai più, vero?) che la guardi impietosito (o forse invidioso, chissà)