Da mesi ormai, per le esigenze di prova del mio quartetto, quasi ogni weekend rotolo giù per le curve strette della A7 verso il mare.
Sono diventato un forzato dell’autostrada: conosco ogni curva, ho i miei Autogrill preferiti, faccio ciao ciao alle colonnine S.O.S. che ormai mi danno del tu.
Non mi spaventano i grossi T.I.R., non mi terrorizza più la nebbia, non mi incazzo più per lo sfanalatore rompicoglioni che ti si piazza sul sedere finché non lo lasci passare. Sono assuefatto a quella lunga striscia di asfalto, all’ipnotico lampeggiare in alfabeto morse della linea di mezzeria. Ogni tanto mi addormento.
Nah, non è proprio un dormire schietto con la fronte sul clacson, che sennò non sarei qui a raccontarlo, ma è una sorta di trance. Paradossalmente viaggiare per me rappresenta sempre un’attivita interiore, per quanto strano sembri. Guardo fuori e quello che vedo è un panorama interno, il paesaggio mutevole del mio umore, la prospettiva mai uguale delle mie aspettative, dei miei timori, dei miei progetti.
Anche se ascolto la radio, la radio parlata per lo più, spesso mi distraggo e mi sorprendo a fare lunghi discorsi con me stesso. Io e me litighiamo spessissimo: siamo un caratteraccio.
Però ogni tanto mi capita di aspettare il momento della partenza con uno strano senso di attesa. E capisco che il breve viaggio verso casa e viceversa si è trasformato nel classico “momento per sé”, funge da camera di decompressione e in modo sotterraneo, quasi inavvertitamente mi ricarica, separa una settimana dall’altra.
La mia vecchia Yaris raccoglie un macubu stanco a Milano e deposita a Genova un altro macubu, sempre stanco ma molto più rilassato.
Ogni tanto mi sfiora il pensiero che statisticamente questo rimbalzare su e giù per l’autostrada è l’attività più rischiosa che faccio. Poi ripenso a tutte le volte che ho rischiato di finire sotto al tram con la bici e scrollo le spalle. Que sera, sera.
so esattamente di cosa stai parlando.
ed è bello vedere che una persona che mi piace tanto provi quelle mie stesse sensazioni.
per quanto riguarda il pericolo io sono fatalista. quindi sottoscrivo anche il “que sera, sera”.