La vita istruzioni per l'uso - article - Vintage

il blog di ubu

Vintage

Immagina che ti dicano: dai, vieni con noi che andiamo a comprare dei vestiti. Mica ti immagini un’esperienza da ricordare, se non per la solita smodata cifra che alla fine lasci giù. Quella semmai sarebbe un’esperienza da dimenticare. Ma stavolta no, stavolta è diverso.
Comincia tutto in un grande negozio di tessuti di Milano. Gli amici mi aspettano da mezz’ora, perché mi son svegliato tardi. Mentre corro dalla metro verso il luogo dell’appuntamento mi arrivano degli sms minatori: SPICCIATI CHE TI STANNO ASPETTANDO! Ma perché mi stanno aspettando, mi chiedo. Non è un negozio di vestiti?
No, non lo è. Il negozio di tessuti è solo il punto di ritrovo. Poi un signore coi capelli grigi dall’aria seria, compita ed elegante prende un mazzo di chiavi e dice: andiamo.
Ed eccoci tutti e tre in fila indiana a seguire il nostro taciturno virgilio attraverso la strada, dentro un palazzo, giù per delle scale buie. Finché il nostro non apre una di quelle porte invisibili, di metallo, dove l’impresa delle pulizie mette gli spazzoloni e il mocio vileda e si fa da parte per farci passare. Ho avuto il dubbio che mi stesse coglionando, dico la verità. Invece ci infiliamo uno per volta in questo buco nero, uno strettissimo budello scuro che svolta a gomito a sinistra. E quando svolti rivedi la luce e ti ritrovi in un magazzino enorme, col soffitto a piastrelle trasparenti, e ti guardi intorno incredulo.
E’ una scena tipica dei film di fantascienza o fantasy: i nostri eroi che si infilano in qualche stretto passaggio buio e poi sbucano in uno spazio gigantesco, pieno di macchinari incredibili/animali fantastici/personaggi strani/città perdute e strabuzzano gli occhi e non riescono a credere in quel che vedono mentre la musica cresce di volume e diventa estatica, un po’ in sospeso, decisamente magica.
Ecco, un momento così. Il magazzino è sterminato e pieno zeppo di lunghi appendiabiti pesanti di centinaia di vestiti. E la cosa che capisci subito è che sono vestiti anni ‘60 o ‘70.
Virgilio ci sta dietro a stento mentre corriamo di qua e di là ammirando gli assurdi abitini da donna, gli impermeabili con la cintura, gli abiti da impiegato triste dell’Olivetti, i pantaloni a fantasie improbabili, le giacche di velluto dal taglio elegantissimo ma così vecchio stile.
La prima a scegliere è l’amica p. che ha le idee più chiare. Il nostro accompagnatore se ne accorge e le dedica da subito la sua attenzione.
A. si pavoneggia con dei cappottoni marroni che fanno tanto film in b/n mentre io non riesco a smettere di girare il più possibile, ammirando gli abiti appesi fino al soffitto e coperti da teli bianchi per proteggerli dalla polvere di decenni. Le etichette sono tutte d’epoca, con quella grafica anni ‘60 che mi piace da morire.
“Ma tutti questi vestiti li avete raccolti da qualche parte?” chiedo al signore dai capelli grigi. Lui sorride con un po’ di condiscendenza: “Niente affatto. Li abbiamo fatti noi. Sono sempre stati qui.” Questi abiti aspettano un compratore da trenta o quaranta anni. E il magazzino in cui ci troviamo era evidentemente un negozio, che poi ha chiuso: tutto intorno a me vedo le serrande abbassate che danno sulla strada.
P. storce il naso mentre indossa un cappotto blu con le spalline: dice che non le sta bene e va a cercarne un altro. Virgilio mi dice: “Eh, la signorina non è abituata a questo genere di abito strutturato.” Prende la giacca con cui è venuta p. e rovesciandola mi mostra l’interno della spalla: “Vede? Oggi li fanno industrialmente così, non c’è niente. Non è per disprezzarli, per carità, oggi la moda è questa. Però così finisce che le persone come la signorina quando si provano un abito dall’interno completamente strutturato non lo capiscono. Prendono le sue caratteristiche più ricercate per un difetto.” Lo ascolto e gli voglio bene. Questo signore è un genere in estinzione: il gentile professionista meneghino che ama il suo lavoro e ne parla in modo commovente e tranquillo. Ha lo stesso stile desueto e affascinante degli abiti che vende.
Poco dopo eccolo che torna con una giacca perfetta per a. Lui se la prova: ne è entusiasta. Gli dico: lei sta tirando fuori per noi delle chicche che non avremmo notato da soli.
Lui aggrotta appena le sopracciglia: “Cerco di capire il cliente e quello che gli piace.” Poi mi lancia una velocissima occhiataccia: “E’ difficile se il cliente salta di qua e di là.”
Ops. Mi dedico con più concentrazione alle giacche di velluto e infatti ecco qui: poco dopo me ne trova una della mia misura, di un vecchio color giallo chiaro e dal taglio lungo, un po’ stretto ed elegante. E’ assolutamente perfetta per me e costa 52 euro.

Andarsene senza aver provato almeno un paio di pantaloni o un vecchio cappotto mi spiace, ma si fa tardi e il nostro accompagnatore ha fretta di farci uscire. Difficile immaginare di tornare per vedere le ultime novità in un posto dove le ultime novità son vecchie di almeno due decenni, eppure so che devo tornarci. Anche solo per il colpo d’occhio e la conversazione.

Macubu -   - 10 novembre 2004, 01:04
  1. Facciamo dell’eleganza con poca spesa, eh? Che chic!
    acquarello
    10/11/2004 01:31
     

  2. Se la prossima volta che ci vai non mi chiami, la prendo come un’affronto!
    10/11/2004 02:10
     

  3. Io sono a. e confermo che il posto è esattamente come l’ha descritto macubu. Purtroppo (per voi) macubu mi ha già fatto sapere, non senza perfidia, che non rivelerà mai a nessuno l’esatta ubicazione del magazzino. Too chic to share.
    10/11/2004 04:57
     

  4. non voglio sapere dov’è.
    voglio che mi ci porti.
    per me per dire va benissimo pure se mi bendi un paio di isolati prima.
    sono disposta a firmare una liberatoria, un impegno a dimenticare tutto appena uscita, a prendere la pasticca blu (o era la rossa) di matrixiana memoria.
    daaaaiii!!
    s*
    10/11/2004 06:35
     

  5. Hmmmmm vedremo.
    10/11/2004 08:12
     

  6. Meraviglioso… son senza parole.
    Ale
    10/11/2004 13:07
     

  7. per i miei 30 anni sogno da sempre un vestito che ha la mia stessa età e non i soliti abitini in serie e tu mi hai fatto venir voglia di dilapidare lo stipendio in un posto simile. Mannaggia.
    10/11/2004 20:27
     

  8. Se non mi ci porti non ti rivolgo più la parola. Io sono nato per indossare un completo da impiegato triste dll’Olivetti.
    11/11/2004 21:08