Stasera alla Certosa di Garegnano di Milano canterò insieme a un coro, con tanto di orchestra, il Gloria di Vivaldi. Loro fanno anche una messa di Mozart e altri pezzi interessanti ma io no: gli serviva un rinforzo per i tenori solo in quel brano lì. E va bene così.
La cosa divertente, si fa per dire, è che loro sono soliti cantare in giacca e cravatta. Quindi io oggi all’ora di pranzo sono andato a casa a cambiarmi.
Il mio passaggio nei corridoi dell’agenzia, con un vestito blu, le scarpe nere, la camicia bianca e una cravatta ha causato e sta continuando a causare:
- commenti divertiti: ma ‘ndo vai?!? – ma come ti sei conciato? – anvèdi – ecchissèi? – non ti riconoscevo! – cos’è ti sposi? – di’ la verità avevi un colloquio!
- visite, generalmente in coppia, al mio ufficio per dare un’occhiata allo scherzo della natura
- telefonate sarcastiche: – auguri! M’han detto che ti sposi!
- ilarità generale.
Il lontano profilo di un dubbio comincia ad affacciarsi alla mia mente: ma di solito vado in giro vestito come un disadattato morto di fame?
Uhm…
take care
Se tanto mi da’ tanto tu lavori in pieno centro di Milano , suppongo con milanesi o giu’ di li’.
Fin qui siamo d’accordo?
E allora, perche’ ogni volta che devi citare una frase sarcastica o peggio cialtrona e irridente, magari omofoba, perché i tuoi “personaggi” parlano regolarmente romanesco? Hai la sfiga di aver beccato un gruppo di romani stronzi (gli stronzi abbondano in ogni etnia) o ti scatta, come sospetto io, un vizietto letterario automatico?
Mi fa pensare al finto Pulcinella di una finta mozzarella pubblicizzata in tv, che parla un napoletano da vomito e al quale io sparerei (per non parlare della sua mozzarella di latte vaccino – se va bene – che vale quanto la sua pronuncia partenopea).
Me lo spieghi perche’?
e cmq portarsi gli abiti e cambiarsi in ufficio no?
Allora in parte è un vizietto mio, in parte è un vizietto di chi lavora qui, che per essere più “bburino” si mette a fare l’accento che non ha, in parte sono due mie colleghe che guardacaso vengono proprio da Roma o dintorni. Contento?
La signorina snob pero’ se la ricorda la Valeri medesima che la ripropone in ogni spettacolo.
Anzi la signora, direi. L’estate scorsa a Roma ha fatto un numero di tre minuti sulla mamma che dice al figlio il suo giudizio sulla fidanzata appena conosciuta. Una cosa degna del discorso di Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare, soprattutto il passaggio sul ginocchio della poveretta. Che secondo me se lo è fatto motosegare asap.
Eh la Franchina, io la amo. Abbiamo quasi la stessa età e poi siamo mezzoradicali allo stesso modo.
E lo trovo discretamente imbarazzante.