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Sotto un'incerta luce

Ne parlava Linguafranca qualche giorno fa: la Schirn Kunsthalle di Francoforte. E’ una meravigliosa galleria d’arte dove ho visto il primo e finora unico Vermeer della mia vita.
Non ne sapevo niente. Era una mostra che per tema aveva la scrittura e la lettura. C’era pieno di nature morte con carte e calamai, soggetto tipico del seicento, e altri soggetti simili. E poi, improvvisamente quel quadro. Oggi facendo ordine nel disco rigido del computer del lavoro ne ho trovato l’immagine: eccola qui
All’epoca non avevo molto gusto per la pittura, non mi interessava granché, la capivo male. Eppure qualcosa in quel quadro, nello sguardo della signora che scrive, mi fece avvicinare. Ricordo che ebbi l’impressione di vederci male. Come se non riuscissi a mettere a fuoco la tela. Il volto della signora, le pieghe del manto, certi altri punti della tela erano come sfuocati, ma questa è una parola che non rende l’idea. Era come se la luce non sapesse dove posarsi, come restando un momento perplessa, vibrando di questa sua incertezza.
Eppure ci vedevo benissimo: bastava guardare i decori in metallo del piccolo scrigno, la perla all’orecchio, la punta della penna. Lì il dettaglio era perfettamente a fuoco, brillante, vivo, nitido. Che differenza. Ma se cercavo la cesura fra quello spazio dove la luce sembrava trovare appiglio e sicurezza, e l’area in cui tutto sembrava vibrare a un ritmo diverso, non riuscivo a trovarla.
Credo di essere stato almeno tre quarti d’ora davanti a quel quadro con addosso una strana emozione, l’emozione che si prova davanti alla perfezione. E con in più la segreta inquietudine di non essere certo di aver ben capito. Mi dicevo qui Vermeer non ha solo voluto mostrare la sua arte con tutto il virtuosismo di cui era capace, no. Non è solo un pezzo di bravura, questo ritratto della moglie che scrive. Me lo figuravo a tu per tu con lei, con l’amore che si prova per chi si ama, che ti fa sentire incompleto se non ne puoi toccare il corpo, se non puoi possederne tutta l’anima (e non si può mai), quell’amore che ti mostra la persona amata anche un po’ distante, altra da te, in fin dei conti. E allora mi chiedevo: forse qui la luce fa come lo sguardo del pittore quando si posa su di lei, fa come la sua mano, che non ha paura degli oggetti, ma che resta incerta, carica di desiderio e di timore reverenziale quando si tratta di posarsi su di lei? Lei che resta lì, la penna ferma un momento sul foglio, sorridendo appena, ironica, sapiente e in qualche modo irraggiungibile.
Non ho saputo rispondermi. Del resto, non è forse il fascino più grande saper suscitare domande all’infinito senza lasciarsi mai riassumere da una risposta?

Macubu -   - 13 dicembre 2003, 08:08