Se dicessi a chi mi conosce che sono un uomo d’azione penso riderebbe per una buona decina di minuti. E forse non a torto. Sono il risultato (come già dicevo tanti post fa) di un’educazione molto libresca, molto “di testa”. Ho fatto anche i miei bravi sport, ma la pagina stampata, anzi la parola è ciò che mi ha segnato e che mi ha INsegnato a guardare, a vedere, a sentire la realtà intorno a me. In questi ultimi anni sto cercando di recuperare l’agire istintivo, fisico, immediato, ma ovviamente l’impronta ricevuta da bambini compare sempre in filigrana in tutto quello che facciamo.
Dico questo per mettere le mani avanti, per sgombrare il campo dalle affermazioni che si spacciano per oggettive. Perché quello che voglio dire è che secondo me poche cose nella vita possono reggere il confronto, in termini di piacere, con una buona conversazione.
E tutti lì a dire: “evidentemente non hai mai fatto del buon sesso”. Boh, può anche darsi, certo quel che ho fatto in genere mi è piaciuto… Ma se spostiamo l’attenzione dal lato meramente carnale a quello anche solo vagamente spirituale, non tarderemmo a riconoscere che la stessa attività erotica non è che la metafora (sudaticcia) di un’intima conversazione.
conversare [con-ver-sà-re] v. intran. [io convèrso ecc.; aus. avere] parlare con una o più persone in modo piacevole e in tono cordiale. sin. chiacchierare, dialogare, parlare.
Mi sembra una definizione dalle maglie troppo larghe (era il dizionario Moderno Italiano della Garzanti): afferra il senso generale, ma si lascia sfuggire tutti quei dettagli meno appariscenti ma tanto più preziosi.
Per me la conversazione rappresenta prima di tutto un incontro. Il linguaggio è ciò che separa il genere umano dalle altre forme di vita: al tempo stesso prodotto e attività della nostra specie, è la forma più sofisticata di cui disponiamo per entrare in contatto con i nostri simili. E’ per questo che una conversazione dove entrambe le parti cercano il mutuo piacere ci lascia tanto appagati, tanto in pace con noi stessi: è come se confermassimo così il nostro essere cosa buona, una conferma della nostra umanità.
Benedetta Craveri ha scritto per Adelphi un saggio dal titolo: La civiltà della conversazione che ha per oggetto la storia dei salotti parigini del seicento (Les précieuses ridicules, ricordate?) e di cui esistono in rete molte recensioni. Voglio limitarmi a citarne un passaggio:
Questo ideale di conversazione, che sa coniugare la leggerezza con la profondità, l’eleganza con il piacere, la ricerca della verità con la tolleranza e con il rispetto dell’opinione altrui, non ha mai smesso di attrarci; e quanto più la realtà ce ne allontana tanto più ne sentiamo la mancanza. Esso ha cessato di essere l’ideale di tutta una società, è diventato un ‘luogo di memoria’, e non c‘è rito propiziatorio che possa riportarlo fra noi a condizioni che non gli sono favorevoli; conduce ormai un’esistenza clandestina, ed è appannaggio di pochissimi – eppure niente ci dice che un giorno non possa tornare a renderci felici. (pag.17)
Questo invece è tratto dall’intervista che l’autrice ha concesso al Giornale di Sicilia:
Il suo libro ha avuto un formidabile successo. Si spiega perché?
Credo che il mio libro interessi perché racconta la storia di un’arte del vivere che, per quanto possa apparirci distante, è all’origine della società civile moderna e costituisce ancora il modello con cui, più o meno consapevolmente, continuiamo a confrontarci. E’ all’interno di questa “Civiltà della conversazione” che si è costituita un‘élite sempre più ampia di uomini e donne che si volevano indipendenti dalla Corte, dalla Chiesa e dall’Università, e che si arrogavano il diritto di decidere da soli quello che dovevano pensare in materia di gusto, di arte, di letteratura, di filosofia, di politica, di religione. E’ lì che l’uomo moderno, munito di una solidissima scienza psicologica, faceva della socievolezza un’ideale e della comunicazione un’arte; E’ lì che prendeva forma, insomma, quella società civile in cui ancora oggi ci riconosciamo.
A cosa serve conversare?
A capire gli altri e noi stessi, a informarci, istruirci, svagarci, divertirci e, talvolta, a renderci felici.
“Renderci felici”, “ne sentiamo la mancanza”... Le parole di Benedetta Craveri mi hanno radicato ancora di più nella mia convinzione. Conversare con chi si sa aprire e ci fa il regalo di concederci la sua fiducia e il suo ascolto significa realizzare un ideale vecchio come il mondo: l’incontro con un nostro simile. Non importa il sesso, non importa l’età, è irrilevante l’argomento. Noi abbiamo bisogno dello scambio. E proprio l’esplosione del fenomeno blog mi sembra una conferma, per certi versi, della profezia della Craveri: chissà che i blog, pur così tecnologici e freddi, non aiutino la conversazione a tornare in mezzo a noi, per farci felici, per illuderci ancora di non essere soli sulla faccia del pianeta, per farci riconoscere come esseri umani capaci di dare un senso e uno scopo alla nostra vita. Per permetterci attraverso la comunicazione (“la messa in comune di un dono”) di realizzare uno stile di vita anche solo un po’ più appagante.
Forse sono il solito illuso. Ma ho incontrato spesso il piacere di conversare, e questo mi dà speranza.