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Eravamo in tanti, a cena, e quindi era uno scontrino bello lungo. Lì per lì pensai che il toscano avesse usato la matita. Girai e rigirai fra le mani la strisciolina di carta strizzando gli occhi al buio finché non mi arresi. Non c’era scritto niente.
Ricordo i mille interrogativi che mi esplosero in testa, mentre ancora aspettavo basito nella macchina buia sotto casa. Ma allora ho sognato? Ma come, tutto qui? E perché mettermi in tasca lo scontrino? Possibile che tutti i segnali che ho colto siano stati una mia invenzione? Non è possibile.
E’ lui che mi ha cercato alla fine del concerto. Non ero io che monopolizzavo la discussione: anche a lui piaceva come a me, è ovvio. Forse era timido. Perché dirmi ‘ci vediamo’ con quel sorriso sornione mentre mi batteva sulla camicia? No, non posso essermi sognato la magica intesa che c‘è stata fra noi questa sera.
Forse non ha trovato una penna, lì per lì. Io non ce l’ho mai, una penna in tasca. Ecco, lui voleva lasciarmi il numero ma non ha trovato il modo di farlo, o di chiedermelo, eravamo sempre lì tutti insieme. Non aveva voglia di fare la scenetta (“mi lasci il tuo numero?”) davanti a tutti perché sarebbe stato troppo pacchiano, troppo evidente. (Cercavo di non ascoltare la voce della ragione che mi diceva: ma non ha avuto alcuna vergogna a infilarti lo scontrino in tasca, davanti a tutti…)
Decisi che non potevo essermi sbagliato, che Sergio (perché questo era il nome del toscano) era certamente interessato a me e che comunque stessero le cose io dovevo saperlo, dovevo assolutamente avere una risposta.
Povero piccolo macubu che non si rendeva conto di quanto la passione, anche una semplice infatuazione istantanea come quella, possa scombinare la mente, il cuore, lo stomaco e il bioritmo. Figurarsi la capacità di giudizio.
Del tutto sottosopra, passai tre giorni in preda all’ansia e a uno struggimento molto decadente o molto stupido, a voi la scelta. Poi feci una cosa che non mi sarei mai sognato di fare, fino a quel giorno: cercai l’amico cantautore sul lavoro.
Si tratta, dovete sapere, di un amico di lunga data, col quale però, soprattutto fino ad allora, i rapporti non erano mai stati particolarmente intimi. Avevamo lavorato insieme con il quartetto e avevamo molte conoscenze in comune, ma niente di troppo fraterno. Questo significa che di me lui non sapeva, e all’epoca io avevo fatto coming out solo con gli amici più stretti perché dichiararmi gay mi riusciva ancora difficile.
Comunque lo cercai, col cuore che batteva a mille, e lui rispose.
– Ciao Fede, senti volevo dirti una cosa che ti stupirà , ma devi sapere che alla cena in pizzeria dopo il tuo concerto, l’altra sera, ehm… ecco… una persona mi ha davvero colpito molto.
Lo sentii esultare dall’altra parte della cornetta:
– L’infermiera bionda!! Eeeeh, lo sapevo, quella è un tipo incredibile e poi…
– No guarda, non è lei. E’ Sergio.
Dall’altra parte calò il silenzio. Ma fu davvero un momento. Un istante dopo, senza fare una piega, rollando la sua dolce erre moscia, Fede mi disse con una sfumatura di divertito compiacimento in cui leggevo il sorriso:
– Vado a prendere il numero di Sergio.
– Fede, sei fantastico. Ti adoro.
Passai un altro giorno rigirandomi il foglietto in mano. La testa era davvero partita, avevo dimenticato gli esami, i libri da studiare, tutto. Stavo lì in camera, col telefono davanti e il numerino scritto sul foglietto sempre più ciancicato. 055, il prefisso di Firenze.
“Non avrò mai il coraggio di farlo”. Non avevo il coraggio di farlo.
A molti di voi una paura simile sembrerà risibile ma a un nerd occhialuto come me già avere quel numero in mano era costato un notevole sforzo. Ma arrivare fin lì per poi non fare l’ultimo passo era davvero troppo sciocco. Fifone sì, cretino no.
Alzai la cornetta sudando come un maratoneta sotto il sole, col cuore che voleva saltar via. Pregai che rispondesse lui.
Rispose la sorella. Già solo il fatto di dover chiedere di lui a un familiare mi faceva sentire idiota, fuori posto, ridicolo: mi vedevo d’improvviso con gli occhi di un’estranea e non mi sembravo un bello spettacolo. Sergio non era in casa, e in un impeto di grande iniziativa e con studiata, falsissima nonchalance lasciai il mio numero e le chiesi di dirgli che avevo chiamato. Sapevo che non avrei avuto il coraggio di fare quel numero un’altra volta.
Trascorsi le ore seguenti chiuso in camera, facendo finta di studiare qualcosa, leggendo probabilmente la stessa pagina trecentosessanta volte. Cosa avrebbe fatto, adesso? Avrebbe chiamato? Cosa gli avrebbe detto la sorella? “Sergio c‘è un omosessuale in stato confusionale che ti ha cercato al telefono, poco fa…”? Ero sicuro che avrebbe usato una frase simile.
Ma il telefono suonò, più tardi, e al telefono c’era lui.
Fui molto disinvolto, di quella disinvoltura così platealmente falsa da suonare isterica, da fare addirittura tenerezza. La scusa che mi ero preparato era la maglietta, quella con il Maalox: la volevo assolutamente anch’io, subito.
Sergio era di gran lunga troppo intelligente per non aver immediatamente mangiato la foglia, probabilmente nello stesso istante in cui vide il mio numero di telefono scritto dalla sorella. Lo sentii allegro, vivace come sempre, ma molto circospetto. Quasi evasivo.
– Sono sorpreso di sentirti. Hai addirittura lasciato il tuo numero…
La conversazione divenne subito un cadavere tenuto in vita con la respirazione artificiale: era finta, implausibile, imbarazzante. E io sentivo sempre di più il terreno mancarmi sotto i piedi mentre un altoparlante nella testa urlava a tutto volume STUPIDO STUPIDO STUPIDO, così decisi di concludere la telefonata il più velocemente possibile.
Sergio sembrava assistere al mio disgregamento quasi divertito, anzi ebbi l’impressione che riuscisse a guardarmi dentro e che sapesse perfettamente come mi sentivo.
Cominciarono i saluti, i “vabbè, allora poi semmai ci vediamo quando torni la prossima volta” e simili, e poi lui pronunciò la frase che mi seppelliva per sempre:
– Senti comunque… mi dispiace di averti colpito.
La cornetta calò pesante e definitiva come una pietra tombale.
***
A distanza di tanti anni, ancora mi chiedo cosa sia davvero successo. Ripenso con simpatia al povero Figaro, bravo cantante lirico che non meritava il trattamento che gli riservai, e alla divertente conversazione che avemmo dietro le quinte, sussurrando, col Barbiere di Siviglia in corso.
E poi ripenso a questa strana persona, capace di stregarmi come pochi son riusciti a fare. Mi chiedo se quell’intesa che mi sembrò così magica fu davvero tanto intensa. Lui come la visse? Forse Sergio era, e magari è ancora, una persona magnetica, affascinante, che riesce a ottenere lo stesso livello di scambio e di comunicazione con tutti quelli che incontra. Forse quello che a me sembrò così speciale fu per lui una serata normale, un incontro come tanti altri.
Oppure potrebbe anche darsi che io, semplicemente per aver voglia di innamorarmi, trovai interessante questo ragazzo sveglio e riversai su di lui tutto il mare dei miei desideri immaturi, tutta l’infantile aspettativa del rapporto apollineo, totalizzante e simbiotico che da giovani si immagina come la felicità e attribuii a Sergio ogni sorta di pregio, ipnotizzato da qualcosa che io volevo vedere in lui.
Quando mi sento più incline alla malignità penso invece no: era solo una persona un po’ infantile, bisognosa di attenzione, che trovò in me un’ottima preda, uno specchio luccicante con cui giocare per bearsi della sua immagine riflessa.
Insomma l’incantesimo partì da lui e io ne fui l’oggetto, magari abilmente manipolato? O feci tutto da solo, creando dal nulla una persona magica che magari nemmeno si accorse di quello che provavo?
Non riesco a darmi una risposta, forse non c‘è.
Forse non ne ho bisogno: so che per me fu qualcosa di forte. Nel suo piccolo, fu un incontro che mi fece scoprire capace di fare cose nuove. Ed è questo il dono prezioso che mi ha lasciato.
Tutti abbiamo fatto incontri così. Ciò che hanno di più importante non è tanto il valore delle persone con cui veniamo in contatto, ma quello che esse generano e lasciano in noi.
E’ il motivo per cui continuiamo a ricordarli, il motivo per cui ritroviamo ogni volta il piacere di raccontarli ancora.
Da un lato incarna l’incubo di tutti. L’errore fatale. Anch’io mi son spesso ritrovato ad immaginare chissà quali terribili conseguenze potesse avere. Per poi razionalizzare e dire….eh vabbé che sarà mai.
Poi bella la considerazione che ti è servito per imparare a far cose nuove, a gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Eh beh…...profondo questo Mac!!
ciao
..e non ti permettere mai più di lasciar certi racconti a metà!!! Screanzato!!
baci
andrea
Il gioello sta nella conquista momentanea, nell’ego nutrito all’istante.
Pessimi personaggi, pessimi davvero, specie perchè illuminano di ridicolo il nostro desiderio d’amare o di conoscere, di vedere negli incontri promesse e sogni resi da soggetti del genere, deboli e spesso sfiniti tentativi a vuoto. Tali energie non sono illimitate, andrebbero, quando qualcuno ce ne fa il dono, trattate con cura e delicatezza.
Mettere lo scontrino senza numero è un gesto di tale subdola malignità, di calcolato desiderio di “venir cercato e pensato” che rivela oltre ogni altra congettura quanto l’intelligenza e la sottigliezza seduttiva spesso siano utilizzati a beneficio di azioni decisamente idiote.
Ho idea che tu sia stato una vittima di questo..ecco.
Insolenza mia a parte, bellissimo racconto. “non è tanto il valore delle persone con cui veniamo in contatto, ma quello che esse generano e lasciano in noi”, vero, ci sarebbe quasi da richiamarle e ringraziarle. Ma noi non lo faremo, non se lo meritano e forse neanche capirebbero.
e che fatico a riconoscere te nel “nerd occhialuto ecc. ecc.”
E, sì, lui pare un po’ stronzo, ma a emozion donata etc. etc.
Il mio disse: “ti stimo molto” (si, proprio come Fantozzi).
e’ un buco allo stomaco che ricordo benissimo… ma io sono ancora incazzato