Stiamo preparando alacremente la Messe de Nostre Dame di Guillaume de Machaut, poeta e compositore francese del Trecento. Nella storia della musica è in assoluto il primo esempio scritto di messa polifonica completa che sia giunta intatta sino a noi. E’ a quattro parti, piena di ritmi difficili, di melodie a quinte parallele che suonano esotiche al nostro orecchio: antica e nuovissima insieme.
E’ un esempio di Ars Nova su cui sono stati scritti dozzine di libri e trattati, che stiamo cercando lentamente di raccogliere, per capire più a fondo ciò che cantiamo. Il modo corretto di riprodurre oggi la Messe de Nostre Dame non è chiaro e probabilmente non lo sarà mai. Esistono al riguardo moltissime teorie e ogni registrazione in CD sembra pensarla diversamente. Era accompagnata da strumenti? Quali alterazioni vanno eseguite? Quanto deve essere abbellita da fioriture e diminuzioni liberamente improvvisate dai cantanti? Qual è la tonalità giusta?
Nel nostro corpo a corpo con questo testo musicale cerchiamo di non commettere errori troppo banali, ma per il resto l’approccio filologico non ci interessa. Esistono dozzine di gruppi filologici e in primo luogo le quattro parti non prevedevano certamente le voci femminili: Triplum e Motetum, le voci acute, venivano quasi certamente cantate da bambini. Oppure, ma è discusso, da controtenori.
Per cui ci limitiamo a cercare una versione nostra, un nostro modo di cantarla. E’ un viaggio affascinante, difficilissimo e straniante.
Preoccupato di non stonare e far tutto per bene, mi muovo sulle note come l’equilibrista sul filo, ogni accordo delle quattro voci insieme è un punto fermo, un appiglio. Ma sono appigli strani, dalle sonorità inusuali. Ti senti come al risveglio in una stanza non tua, quando ci vuole un attimo per capire dove ti trovi, e dove devi andare.
E poi c’è la struttura segreta che regge l’intera composizione. Qui potete leggere un brano di un libro che spiega bene la struttura di una composizione polifonica dell’Ars Nova, con la differenza fra tàlea, tenor e color. Le tàlee sono strutture ritmiche che si riproducono sempre uguali. A volte constano di sole quattro note, a volte di 11 o ancora più. E’ un aspetto di questa musica che mi affascina enormemente, perché è segreto, non rivelato.
Le tàlee all’ascolto non sono percepibili, ma la partitura le segnala perfettamente, sono evidenti alla lettura.
E questa mi sembra una metafora eccellente e molto medievale del mondo intero. Alla base di questa messa, così come della musica delle sfere celesti, esiste, deve esistere una intima ratio, un perché profondo e inconoscibile che ne regge la struttura, che ne costituisce il fondamento.
Così il testo liturgico, il canto intonato sotto le alte volte della cattedrale gotica, è a un tempo esplicita lode e invocazione a dio e segreta, quasi inconscia professione di fede: dio, il tuo mondo ha un senso che resta oscuro, ma ce l’ha, ne sono certo, così come so che le armonie perfette che creo in questo istante sono il frutto di una struttura razionale, conoscibile e quindi rassicurante.
A ogni Messe de Nostre Dame riaffermiamo la fiducia dell’uomo medievale in un mondo che gli appariva forse incomprensibile ed estraneo, ma che credeva fermamente retto da una razionalità superiore alle umane facoltà di intenderla.