Zitti, per favore. Fate silenzio. Almeno per un momento, il tempo che i pensieri si posino. Lasciate decantare le idee. Giusto il tempo di un respiro.
Non ne posso più: ho bisogno di silenzio.
Il fatto di abitare in una casa rumorosa sta portando al minimo la mia soglia di tolleranza dei rumori. Già cominciano a prendermi in giro. Entro nell’ufficio del capo e gli chiedo se durante la riunione può mettere in stop il computer. Mi guarda perplesso. Perché? “Perché fischia, no?” Si guardano tutti. Loro non lo sentono, non gli dà fastidio.
Non lo sentono. Non dà fastidio.
E’ grave, penso io, così come è grave che chiudiamo gli occhi di fronte agli alberi malati che stanno morendo nella strada dove lavoro, come è grave che non ci scandalizziamo più per lo smog che ogni giorno respiriamo in questa città che si avvelena giorno per giorno. Come è grave ogni concessione che facciamo per abitudine a una qualità di vita sempre più inumana.
Non sono io quello strano, nonostante le apparenze. Il fatto è semmai che la soglia di tolleranza dei rumori si è alzata enormemente. Siamo bombardati dai rumori, siamo sommersi, siamo annegati dai rumori. Moriamo rassegnati di intollerabile inquinamento acustico. Io non ne posso più, mi fa impazzire.
Ascolta. La senti la ventola del computer? E il fischio del monitor o della tv? E la radio lì vicino? E i motori per la strada? E le voci dei colleghi, degli amici, della gente per la via? E i rumori nelle stanze a fianco? Allarga la sfera dell’udito, cerca i livelli nascosti, i suoni a cui non fai più caso. Il compressore del frigo, il sibilo dei neon, la pompa della caldaia. E in generale, fa’ attenzione: lo senti il rombo della città? E’ così costante che non ci facciamo più caso. Ma è fortissimo, è assordante, avvolge tutto proprio come la grigia cappa di smog che pesa su di noi. A volte provo l’impulso di premermi le mani sulle orecchie.
Il silenzio sta diventando il lusso numero uno della mia lista personale. Per questo torno volentieri nella mia casa fra gli ulivi, là dove le auto non arrivano, dove la notte quando mi addormento il suono più forte è il mio respiro, o il battito del cuore che rimbomba nelle orecchie. E’ incredibile come il silenzio mi rilassi immediatamente, mi faccia stare meglio in tutti i sensi, non solo nel sonno. Mi mette di buon umore, mi dà fiducia, mi fa sentire paradossalmente meno solo, più essere umano, dotato di valore proprio.
Non siamo molti ad amare il silenzio. Sempre tutti a dire: “accendi l’autoradio”, “alza la tele”, “che disco metto su?” Ma perché ci vuole sempre un disco? Io ce li ho i dischi, sono un ascoltatore furioso, io. Ma ogni tanto stacco. Che ci voglia il silenzio per fare la musica è un concetto banale, mille volte espresso: le note sono possibili perché ci sono delle pause in mezzo. Lo sapevamo.
Ma a me colpisce il significato psicologico che molti sembrano dare al silenzio: sono nel silenzio = sono da solo. Silenzio come abbandono?
Resto per un attimo da solo in auto? Parlo al cellulare. Non c’è automobilista da solo in centro che non abbia nelle orecchie un auricolare. Devo andare al lavoro a piedi? Metto le cuffiette: ricreo un ambiente sonoro che conosco e mi fa sentire bene invece del panorama originale della città che mi circonda. Un po’ non posso dargli torto, un po’ scuoto la testa, rassegnato.
E’ che nessuno è più abituato a star da solo. Da solo in silenzio con i propri pensieri. “Cheppalle!” dicono. Ma anche qui: come dargli torto? Sono così noiosi che non ce la fanno a sopportarsi per più di qualche minuto. Hanno bisogno di una distrazione, di un sottofondo musicale, di riempire il silenzio. Restando sempre soli come prima, ovviamente.
La musica irregimenta, mescola, unisce: nella massa ondeggiante della discoteca lascio che il ritmo mi attraversi, mi muova, letteralmente. E’ bello. Ma poi finisce e torno a casa e sto sui miei due piedi, e non voglio un altro sottofondo che mi accompagni. Voglio il silenzio, che invece individua il dettaglio.
La musica crea la massa, il silenzio permette l’affermazione del singolo. Forse è per questo che molti sembrano averne paura.
Detesto le persone che non sanno mai star da sole, che hanno sempre bisogno di uno stuolo di accompagnatori, che non sanno di cosa parlare quando ti ci trovi a tu per tu. Mi fanno paura perché non sono trasparenti. Non sai cosa pensare di loro, perché nemmeno loro lo sanno. Gente così deve sempre avere una radio accesa a fianco, perché a tu per tu con sé stessi hanno paura a starci.
Fate caso al silenzio. Io assillo ogni giorno il mio collega perché non metta su la musica al lavoro. Lui ogni tanto mi accontenta, ogni tanto lo accontento io. Poi però se c’è la musica per parlarmi deve alzare, magari impercettibilmente, la voce. E’ nel quanto siamo disposti a tollerare quell’impercettibile che sta il segreto di una qualità della vita che smetta di peggiorare.
Pensateci, poi datemi anche del matto, se volete. Tanto avrò i tappi nelle orecchie.