Dovete sapere che mia madre non è precisamente una persona con i piedi per terra, affidabile e alla mano. No, non proprio. Non ha niente della persona pratica, spiccia, che risolve i problemi in un attimo. Non ispira simpatia alla prima occhiata. Anzi litiga con tutti, ferocemente, in modo incontrollabile.
Credo, ma è proprio una grossa sintesi per un argomento che non mi sento di affrontare qui, che si possa definire una persona difficile. Difficile per sé stessa, e difficile per chi le sta intorno, e non precisamente portata per i rapporti sociali amichevoli.
Nonostante sia stata sempre una persona molto brillante, negli ultimi dieci anni si è lentamente trasformata in una signora molto casalinga, che pensa allo shopping, si sente molto sola in casa e non ha una gran vita sociale. Piena di dubbi e di paure, di incertezze, di malesseri per lo più psichici, di ansie improvvise e improvvisi scoppi d’ira, a volte tira fuori da me e soprattutto da mio padre che le sta a fianco e la sopporta, davvero il peggio di noi.
Mi accorgo che fra me e me l’ho data un po’ per spacciata. Non per quel che riguarda l’aspettativa di vita, intendiamoci, ma per quel che concerne un’appagante, consapevole, ricca vita di relazione. Negli ultimi anni mi sono concentrato sul rapporto difficile che ci lega e ho cercato di mettere molta distanza fra lei e me, di differenziarmi, di sottrarmi alla sua invadenza e alla sua inconscia, fortissima richiesta di rassicurazione e protezione. Ne andava e ne va della mia salute, della mia sanità mentale, della mia consapevolezza. Della mia esistenza, insomma.
E quindi in quest’opera lunga una vita di sottile e difficile dipanamento dei fili dell’amore e dell’odio, della richiesta e del rifiuto, fili ingarbugliati nella matassa indigesta che mi blocca così spesso lo stomaco e il cuore, ho finito per considerarla egocentricamente solo come l’altra parte del mio rapporto con lei. Allontanandola, ho dato per scontato che non le restasse altro che invecchiare, fissa nell’immagine che me ne sono fatto.
Ma le persone stupiscono. Da qualche tempo mia madre si è messa a studiare.
Quando nacqui io, nell’aprile del ‘70, mia madre aveva 24 anni. Suo padre, il nonno, si era ammalato di un tumore al cervello che lo avrebbe privato nel giro di due o tre anni dell’autonomia, della facoltà di intendere e di volere, e infine della vita. Offrendo a mia madre l’immagine lacerante di un’agonia tremenda, lasciandola con una madre, mia nonna, piuttosto rigida, dura, dispotica, dalla quale non si sentiva apprezzata. Nel corso degli anni nei racconti di mia madre il nonno si sarebbe trasformato lentamente in una figura mitica, origine d’ogni bene, mentre la nonna diventava quella che non “l’aveva mai amata”, che le dava solo dispiaceri.
Oltre alla mia nascita, diverse vicende l’avevano costretta a interrompere gli studi all’università di lingue. Dopo di me ci furono altri due parti dall’esito sfortunato e terribile, da cui credo mia madre non si riprese mai.
Questo abbandono dello studio mia madre non se lo è mai perdonato, non ha mai cessato di pensarci come a una tragedia penosamente sofferta. Non deve esserle stato facile vedere tutte le amiche che continuavano gli studi come niente fosse e la lasciavano indietro.
Qualche sera fa sono in cucina, ceno da solo alle undici di sera, dopo le prove col quartetto. Mia madre entra, si siede, mi racconta un po’ di queste lezioni. E poi si stringe la pancia e guarda lontano dalla finestra e le sfugge una frase: tanti anni fa, non ce l’ho fatta. Ho proprio dovuto smettere… poi l’esaurimento…
Quale esaurimento? chiedo io. Io non ne ho mai sentito parlare. Lei si confonde un po’, cambia discorso, mette mano alle pentole. E’ qualcosa di doloroso, lo vedo.
Ma da qualche mese i libri di lingua e di letterature straniere sono tornati a riempire tutti i tavoli della casa dei miei. Mia madre frequenta le lezioni, si scambia gli appunti con le compagne, si fa sgridare dalle prof. Me la vedo, con gli enormi occhiali da sole, alla Sandra Mondaini, in fondo all’aula, piena di vergogna per essere “una vecchia babbiona” fra le ragazzine, mentre si stringe addosso il blocco degli appunti, riempiendolo della sua grafia illeggibile.
Ho seguito questo suo improvviso nuovo hobby con il solito disincanto e un po’ di cinismo. Finirà come sempre, pensavo. Un po’ lo penso ancora.
Eppure, a quanto pare, mia madre ha appena dato tre o quattro esami, o prove d’esame. Nel primo ha preso 30. “Di incoraggiamento”, come dice lei, però intanto… Un altro lo ha passato con 18: “Ma come lo hai accettato?!” la sgrido al telefono. “Non me ne frega niente!” risponde lei tutta contenta. E altri pare siano andati nella media. Insomma mia madre mi ha stupito. E ho riscoperto il piacere di dirle “brava mamma!”
E soprattutto mi scopro a guardarla con un occhio nuovo, scevro di tutto quel che so di lei, e di quanto sia difficile essere madre e figlio e mi sembra una persona fragile, un po’ persa nel mondo, a volte carnefice a volte vittima, vulnerabile ma capace di riconoscere un bisogno, e di far qualcosa per soddisfarlo, di cercare di prendersi una rivincita, un piccolo riscatto personale, di inseguire ancora un sogno: la voglia di sapere, di far funzionare il cervello, di sentirsi viva e utile, di dimostrare a sé stessa di ‘essere ancora in grado di’.
E mi sembra bello e importante, e mi sorprendo ad ammirarla, a esserne fiero. A fare il tifo per lei.
;)