Piccole cose fastidiose, piccole seccature dai risvolti anche un po’ inquietanti.
Qualcuno nel mio nuovo palazzo ha staccato l’etichettina col mio nome dal citofono. L’avevo appicicata sopra i rimasugli di altre etichette tutte smangiate, generazioni di inquilini precedenti. E pensare che sotto ci sarebbe la plastica trasparente e lo spazio “ufficiale” per mettere il nome.
Comunque ora non c’è più: qualcuno l’ha tolta.
E così nella testa si scatenano mille ipotesi differenti. Magari è un bambino, che arriva solo alle etichette più in basso (come la mia) e si diverte a staccarle ovunque le vede. Magari è la vicina del primo piano a destra, irritata dal mio trasloco a ore impossibili.
Oppure potrebbe essere l’altro vicino di sotto che non mi ha perdonato una centrifuga alle undici di sera.
Ma quando la mente comincia a macinare, non c’è verso di fermarla: se fosse un avvertimento? “Sappiamo che ci sei, che sei arrivato, che sei nuovo, diverso, non ti conosciamo, non vogliamo che tu viva qui.” Il nome strappato metafora di un riconoscere che non verrà mai?
E così salgo e scendo le scale e so che qualcuno, nel cortile, dietro le porte, oltre le tendine dei vetri mi spia, forse, sa chi sono. Non mi vuole.
Basta un piccolo dettaglio così e la mente parte a razzo, fantastica, immagina in questo piccolo cosmo che è un caseggiato tutto un mondo di possibili relazioni che rivela poi, se ci penso un attimo, l’intero spettro delle mie paure.