In bagno vengono strani pensieri.
Questo in particolare parte da lontano e approda a un elogio della tranquilla, utile, modesta piastrella da bagno. Ma fatemi raccontare dall’inizio.
Dovete sapere che quando con il quartetto entriamo in un teatro, una chiesa o una sala dove dovremo dare un concerto la prima cosa che facciamo è canticchiare, saggiare subito con la voce l’acustica del luogo. Spesso facciamo le facce lunghe, scuotiamo la testa. Allora l’organizzatore o il responsabile locale si affretta a dire: “Ah, sembra secca, eh? Ma qui si sente benissimo: anche stando seduti in ultima fila non si perde una nota, anzi si figuri che l’altra volta c’era un duo di chitarre e si sentiva perfettamente!”
Hanno ragione, dal loro punto di vista.
Il fatto è che un conto è uno strumento, un altro conto è cantare. Chi ci organizza il concerto di solito parla di acustica intendendo quella qualità della sala che permette al suono di arrivare a chi lo ascolta. Ma c’è anche l’acustica che permette al suono di uscire da chi lo produce, che è tutta un’altra cosa soprattutto se a produrre il suono è la voce. Solo chi canta sa di cosa parlo.
O meglio: lo sanno tutti.
Ciò che vi riassumo in due parole fa la sostanza degli insegnamenti di Alfred Tomatis, che è stato un otorinolaringoiatra francese dalla personalità fortissima e dalle altrettanto inflessibili idiosincrasie (“cantare con il microfono non è cantare”).
Cosa dice Tomatis? Che si canta con l’orecchio. Ovvero, citando i principi-guida dal sito su linkato:
- La voce contiene esclusivamente ciò che l’orecchio è in grado di sentire.
- Se si modifica la capacità uditiva, la voce ne è inconsciamente e immediatamente modificata.
- E’ possibile trasformare permanentemente la fonazione attraverso una stimolazione uditiva applicata per un dato periodo (legge della ‘rimanenza’)
Perché Caruso aveva una voce così particolare? Perché aveva un difetto uditivo. Non poteva sentire certe frequenze, quindi la sua voce usava tutte le altre.
Perché nelle sale da concerto che assorbono tutte le frequenze acute facciamo così fatica a cantare? Perché non potendo sentirle, non sappiamo come emetterle. E’ come cercare di ricostruire la propria calligrafia scrivendo bendati. Rendo l’idea? E’ semplice.
Allora il pensiero stupido che ho avuto oggi in bagno è stato: ecco perché le persone cantano, sotto la doccia. Non è solo la spensieratezza piacevole del momento. E’ che la stanza da bagno, in genere più spoglia delle altre, in cui ci muoviamo da soli, quindi senza il timore del giudizio, piena di superfici acusticamente riflettenti, permette alla voce di uscire libera, senza sforzo. Fate la prova: provate a emettere delle note acute, poi medie, poi gravi sopra a un tappeto, in una stanza ingombra. E poi provateci subito dopo in bagno, o in un altro ambiente acusticamente ricco.
E così ho avuto un moto di affetto un po’ naïf per la piastrella, utile oggetto, che se ne sta lì buona, rassegnata ogni giorno a vederci al peggio di noi stessi, impassibile allo spettacolo crudele che le imponiamo quotidianamente.
L’umile piastrella che non assorbe lo sporco, riflette la voce e invita al canto.
[Comunque cercate su google Alfred Tomatis e scoprite quante cose può fare il suo metodo.]
a parte tutto ciò a questo punto non mi resta che chiedere “perchè io NON avevo un appuntamento con macubu ieri?”