La sveglia alle sei la considero una cattiveria. Proprio una di quelle cose che non perdoni, di quelle che dopo anni, nel mezzo di una lite feroce su tutti altri argomenti, la tiri fuori e la rinfacci: “Stronzo! Perché quella volta che mi hai tirato giù dal letto alle sei, eh, te la sei dimenticata?!” e poi godersi la faccia colpevole e incapace di ribattere dell’accusato.
Solo che qui di accusati, nemmeno l’ombra. E’ tutta colpa mia, che ieri son sceso a Genova per un impegno di quartetto e mi son pure un po’ rotto i coglioni. Vabbè.
Poi sul treno, la solita speranza che lo scompartimento si popoli di qualche bello studente entusiasta dal sorriso smagliante e invece ti trovi davanti la solita accozzaglia di gente rassegnata, spettinata, con le occhiaie. Sembrano tutti comparse di un reality show molto crudele, oppure il mio ritratto nello specchio di stamattina. Uno spettacolo infelice, insomma.
E la convivenza fatta di microspostamenti, di attenzione a non schiacciare il piede di chi ti sta di fronte, di imbarazzi per la testa che ciondola e di mezze frasi smozzicate, diventa ancora più difficile se nei rari momenti di lucidità ti metti a leggere un libro che fa ridere. E’ il caso di Me talk pretty one day di Sedaris che qua e là mi costringe a soffocare il volto nelle pagine singhiozzando. Non precisamente il tipo di espressione di sé che infonde fiducia nei compagni di viaggio.
Poi scendi alla Stazione Centrale, trascinandoti dietro la borsa, il corpo sfatto, la stanchezza, la prospettiva pesantissima di una giornata che avrà come apice di felicità un caffè magari non proprio vomitevole alla macchinetta, e in quel momento alzi gli occhi e davanti a te, splendidi e irraggiungibili, tre belloni di Armani ti mostrano il pacco, i pettorali e gli addominali scolpiti come se fosse la cosa più naturale del mondo ed è come se ti dicessero: guardati, povero rottame, non sarai mai perfetto come noi, non sarai mai alla nostra portata. Oh, e nemmeno alla portata di questa città, povero coglione. Dopodiché tornano a fissare nel vuoto e a titillarsi il capezzolo mostrando appena un’impercettibile flessione nei loro muscoli di marmo.
E tu deglutisci e riconosci che sì, è vero, non sarai mai alla loro portata e ti rifugi giù nel sottosuolo, l’unico posto che senti tuo a quest’ora del mattino, e speri solo che la metro arrivi presto e ti ingoi, e ti porti via con sé.