Di quelle cose che le vedi e pensi di aver sbagliato tutto, e pensi che hai davanti agli occhi la prova di come in fondo si dovrebbe vivere, o di come si dovrebbe finire di vivere.
Son stato tutto il giorno in un paesino sperduto della Valpolcevera, in fondo a una strada piena di tornanti, arroccato su una montagna, appeso a nuvole grigie, scure e dense, cariche di pioggerellina fine che non ha mai smesso di cadere. Una giornata fredda, ventosa.
Lassù c’è una chiesetta con un’ottima acustica, perfetta per registrare un CD. Non ci sono quasi macchine, in giro non c’è anima viva, il silenzio è totale. Arriviamo alle dieci e mezzo di mattina e incontriamo un signore che dice: Il parroco è di là, alla Società.
‘Di là’ è una vecchia casona. Si entra bussando appena, dalla stanza a fianco si sporge una testa di capelli d’argento. “Venga, venga!”
Intorno alla stufa di ghisa, con davanti il resto di un pranzo e del vino, stanno quattro o cinque vecchietti rubizzi, divertiti, ben disposti. Ci danno subito il benvenuto e poi attaccano tutti insieme a parlare di loro, della Società, che ha un nome che lì per lì non afferro, di come si ritrovino qui tutte le domeniche dopo la messa a far bisboccia insieme, rimpinzandosi e giocando a carte, chiacchierando. C’è davvero una bella atmosfera, e soprattutto fa caldo. In chiesa tutto è gelido e umidissimo, i fogli sui leggii si raggrinziscono, sembrano bagnati al tatto. I vecchietti ci dicono che se vogliamo pranzare lì possiamo farlo: lasceranno aperto per noi.
Noi perdiamo tutta la mattinata a sistemare per bene i microfoni, facciamo un bel po’ di tentativi e alla fine è già l’una, e siamo congelati.
Quando torniamo ‘di là’, non c’è più nessuno, ma la stanza è bella calda: la stufa di ghisa è piena di legna che scoppietta. Sul tavolo ci sono due vassoi di tartine, due bottiglie d’acqua e una di vino bianco, bicchieri, tovaglioli. C’è un cartello che dice: PRENDETE I CROSTINI. Infatti sulla stufa, al caldo su una pentola piena d’acqua, c’è una teglia di bruschette all’olio e origano.
Poi ci sono delle fotocopie di una vecchia foto del paesino con su scritto Prendetele se volete, e un delizioso disegno che sembra fatto da bambini: una sorta di fregio con scritto: GLI AMIXI DE CANCARIBBA coi pennarelli colorati, e sotto: ‘Vi diamo il benvenuto!’
E per chi non sapesse cos’è la Cancaribba, c’era pronta un’altra fotocopia:
Dizionario Genovese/Italiano, edizione anastatica dall’originale del 1876
Cancaribba s.f. Allegria, Tempone, e nel volg. fiorentino Conia: Tutto ciò che è spasso, sollazzo e anche un po’ di crapula e di stravizio; onde: Ommo de cancaribba; Buontempone, Uomo d’allegria e fior. Uomo di Conia, dicesi di chi di buona voglia prende parte a’ giuochi e sollazzi, del quale anche dicesi Che sta alla conia.
E’ stata una bella giornata.