It was a slow day
And the sun was beating
On the soldiers by the side of the road
There was a bright light
A shattering of shop windows
The bomb in the baby carriage
Was wired to the radio
Come se fossi alla finestra, come se ci fosse il solito vetro divisorio fra me e la realtà. Ecco come mi sento, e non è certo una sensazione nuova. Quante volte avrò già appesantito queste pagine di noia parlandone? Eppure questa strana forza negativa mi spinge a cercarle un’uscita, un’espressione. Come se scrivessi non per dar sfogo alla voglia di vivere e parlare, ma a quella, più oscura e contrapposta, di annichilirmi. Nelle parole mi nascondo, di parole mi maschero, con le parole mi cancello.
These are the days of miracle and wonder
This is the long distance call
The way the camera follows us in slo-mo
The way we look to us all
The way we look to a distant constellation
That’s dying in a corner of the sky
These are the days of miracle and wonder
And don’t cry baby, don’t cry
Don’t cry
Ed è la stessa improvvisa voglia scura che mi spinge a rifugiarmi in questo disco, che ho amato tanti anni fa, che so a memoria, consigliatomi da quello che fu il mio primo amico in Germania. Quando ancora non parlavo bene la lingua, quando ancora avevo nostalgia, quando ancora la sera mi chinavo sul mio diario, nella stanza scura, nella casa con le porte tutte chiuse e piangevo perché la solitudine era tremenda. Ma sapevo che non volevo mollare.
It was a dry wind
And it swept across the desert
And it curled into the circle of birth
And the dead sand
Falling on the children
The mothers and the fathers
And the automatic earth
E lui mi aveva fatto una cassetta. Era il 1987. Paul Simon, Graceland. E io un po’ mi innamorai di lui, e lui forse se ne accorse. Laser nella giungla, da qualche parte.
These are the days of miracle and wonder
This is the long distance call
The way the camera follows us in slo-mo
The way we look to us all
The way we look to a distant constellation
That’s dying in a corner of the sky
These are the days of miracle and wonder
And don’t cry baby, don’t cry
Don’t cry
E poi da quella bolla in cui stavo allora, quella dell’ignoranza della lingua, quella dell’isolamento forzato, sono uscito lentamente, faticosamente, eppure quasi senza accorgermene. E il grosso pesante diario, scritto fitto fitto giorno per giorno è stato lentamente messo da parte e poi dimenticato. E allora mi guardavo intorno e dicevo: com’ero diverso allora.
It’s a turn-around jump shot
It’s everybody jump start
It’s every generation throws a hero up the pop charts
Medicine is magical and magical is art, think of
The Boy in the Bubble
And the baby with the baboon heart
E poi però nella stessa bolla ancora oggi mi capita di finirci. Quando non capisco come sto, quando non capisco come parlano gli altri, quello che mi dicono, quello che vogliono. Anzi, quando non ho nemmeno voglia di capirlo e mi danno solo fastidio e tutto mi irrita e mi stanca. Allora ancora oggi se mi guardo indietro posso dirlo: come sono diverso da allora. Però poi aggiungo, e quanto sono sempre lo stesso. Mi è servito cambiare? Cos’è cambiato di me? Ho perso un po’ di timidezza e di paura, ma questo mi ha portato via anche la gioia di vivere, l’innocenza inconsapevole di sé? Guarda come mi sento oggi, ancora in quella bolla, ancora, per certi versi, in quella camera senza sole. Come mai credo di essere cambiato se poi mi sento proprio allo stesso modo?
And I believe
These are the days of lasers in the jungle
Lasers in the jungle somewhere
Staccato signals of constant information
A loose affiliation of millionaires
And billionaires and baby
E lo so che in realtà oggi è tutto diverso, che non ho più le stesse paure, che non ho più la stessa facilità a cadere giù, lo so bene. E’ che oggi come allora ho sempre forte l’impressione di capire poco di me, e di accorgermi delle cose solo quando sono già passate. Come diceva qualcun: cado nel tempo della mia vita di schiena, con la faccia rivolta all’indietro. E riconosco le cose che mi stanno a fianco solo quando mi sfiorano abbandonandomi.
These are the days of miracle and wonder
This is the long distance call
The way the camera follows us in slo-mo
The way we look to us all
The way we look to a distant constellation
That’s dying in a corner of the sky
These are the days of miracle and wonder
And don’t cry baby, don’t cry
Don’t cry
E alla fine del ritornello quello che conta è sempre la stessa cosa: non dimenticarsi mai che abbiamo un cuore caldo.
Non piangere, bimbo. Non piangere.