Gira. Mi appoggio alla parete di acciaio zigrinato dell’ascensore e per un attimo ho paura di perdere l’equilibrio. Mi sento debole, stanco.
E nel tragitto dal primo al settimo realizzo che questa è un’immagine perfetta, il key-frame di questo periodo: sono da solo in un ascensore e la testa mi gira.
Per tutto il resto della giornata mi sento addosso una sottile vertigine, come se stessi cadendo lentamente. Non so cosa sia, non mi era mai successo. Smetterà, spero.
Sono stufo di stare da solo. Sono stufo di essere stanco. Sono stufo di essere stufo.
E se quello era il key-frame della mia vita, mi vien da dire, ma allora dov’è il nice touch? Il nice-touch in pubblicità è il codino finale divertente, quello dove ti strappano il sorrisino quando non son riusciti a farlo negli altri 28 secondi. La battutina, il bambino che sorride, la gag microscopica che arriva comunque troppo tardi. Però ecco, se non altro arriva. Se devo essere uno spot intellettuale, vabbè, farò buon viso a cattivo gioco, ma cazzo, ci sarà prima o poi lo spazio per un nice-touch, no? Sennò poi sembra che facciamo sul serio, che ci crediamo davvero e il consumatore si spaventa. E poi io non voglio essere una pubblicità impegnata, una campagna sociale! Voglio essere uno spot scemo, per un prodotto di consumo, una Fruttella alla fragola, una bibita gasata. Voglio anche far ridere, ogni tanto. Per favore.