Musica come terapia. Anche quando si traduce in tour de force assurdi, in sbattimenti devastanti. Come il mio passato weekend, tutto di corsa fra Bergamo e Genova.
Però alla fine resta il piacere di aver dato il tempo per qualcosa che riempie, che dà senso, che fa felici. La stanchezza piacevole, quella produttiva.
Bello passare la giornata in teatro, che sia la Sala Piatti o il Carlo Felice: sembravo quasi vero.
Al ritorno a casa finalmente una bella sorpresa: stanno smontando le impalcature e la mia finestra domattina rivedrà la luce. Ancora non ci credo. Sono comunque giorni di overdose da musica e mi manca il lusso di poter dormire ogni tanto fino a tardi, almeno alla domenica.
Per il prossimo weekend si prevede un semplice problemino: dato un programma anche interessante di musiche rinascimentali genovesi mai registrate, calcolare il tempo necessario a preparare i pezzi e a saperli tanto da poterli incidere per un futuro, si spera non vomitevole, CD. Calcolare inoltre il tempo necessario alla registrazione.
Ora prendete il risultato e buttatelo nel gabinetto. Dobbiamo fare tutto questa domenica. E io quella musica l’ho vista una volta sola. Questo non è ottimismo, è suicidio.