L’effetto principale che ha avuto il romanzo Educazione Siberiana, di Nicolai Lilin su di me (che nulla sapevo del grande hype che lo circonda –interviste, Saviani, Darie Bignardi–) è stato quello di farmi sentire ancora più coccodemamma di quanto già non sia.
Non so se sia un bel libro nel senso della qualità della scrittura. Messa così, è una questione mal posta: è una storia interessantissima, ben raccontata. E già ci sarebbe da baciarsi i gomiti.
E non sto a raccontarvela, questa storia, ché tanto la trovate su tutti i siti, e ci sono pure le interviste all’autore.
Io ho sempre quel viziaccio di fare lo sciocco paragone fra gli altri e me e finisco per chiedermi: “e io?” Domanda farlocca e da divano, libresca e quattrocchiuta quanto mai.
Ma tant‘è: vedo Nicolai a 13 anni mentre vendica le offese a coltellate, recidendo i legamenti dietro il ginocchio degli avversari in risse dove il sangue schizza a fiumi e qualcuno non si rialza, e penso a me che a 13 anni vado col papi a vedere le prime dell’opera al teatro Margherita di Genova. E già con gli occhiali, segno evidente di inferiorità fisica.
Un po’ mi accuso: ‘non sarò mai così uomo’.
Un po’ mi assolvo: ‘non sarò mai così bestia.’
Comunque sia, leggetelo, e fate sapere le impressioni.
Ora mi piacerebbe che Lilin raccontasse del suo arrivo in Italia, dell’inserimento nella nostra società, di come ha fatto a integrarsi (se si è integrato) e insomma dello choc culturale, se mai choc c‘è stato.
Prima o poi lo scriverà, lo so.