La vita istruzioni per l'uso - article - Natale in bianco e nero

il blog di ubu

Natale in bianco e nero

Fuori non fa abbastanza freddo ma io rabbrividisco lo stesso. Il fiato mi forma intorno nuvole impalpabili mentre percorro il marciapiede e sembra ci sia più silenzio del solito. E’ un grigissimo lunedì mattina milanese, a dicembre. Salgo in fretta i gradini dell’ingresso ed entro al lavoro: è presto, sono le sette e mezzo e sono venuto a quest’ora assurda —quando chiunque qui dentro non si fa vedere prima delle nove e mezza— perché ho molto da fare e non voglio uscire alle dieci.
Passo per i corridoi e accendo le luci, mi sbottono il cappotto mentre i neon mi accompagnano sfarfallando. Supero l’improvvisato albero di Natale che i colleghi hanno deciso di sistemare nel corridoio e addobbarlo ognuno con qualcosa di personale. (Dai prodotti di un cliente alle mutande, dai pupazzetti alle foto. C’è chi ha appeso a casaccio dei post-it gialli.) Accendo le stampanti e il primo familiare ronzio delle macchine sembra scaldare un po’ l’ambiente. E sì che io odio i ronzii.
Poi svolto nel mio ufficio e lo spavento mi paralizza. Un silenzioso tuffo al cuore. E’ lì, come se mi aspettasse da tempo. Magari da anni.
— Nonna…
— Ciao ninìn.
E’ un po’ emozionata, però vorrebbe non darlo a vedere. Dissimula sistemando alla bell’e meglio le cose di Salvatore, il mio dirimpettaio. Passa anche col gomito sul suo monitor gonfio di polvere.
— Ma non ci mettete mai a posto, qui?

Poi si ferma, mette le braccia sul tavolo e si prende una mano con l’altra, composta come una scolaretta, e mi guarda. Merda. Non ora, ora non sono dell’umore giusto. Non ho voglia di essere gentile, di fare scene. Io non voglio sapere niente; dopo quel che è successo ieri ce l’ho su con lei. Lo sento, mi sta pigliando il nervoso. Mi sbottono il cappotto, lo butto sul davanzale mi siedo e accendo il mac. C’è poco da parlare. Ho un sacco di lavoro da fare: l’ho già detto, no? Tiro fuori il bloc-notes, comincio a controllare le mail, faccio finta di avere un’idea e mi appunto qualcosa. Lei lì, in attesa.
La mia gamba destra comincia a battere un tempo velocissimo sotto la scrivania, un 12/8 sincopato allegro con brio, minimo. Mollo il mouse. La nonna mi guarda da sotto in su, come per non disturbarmi, come se io stessi facendo un lavoro importante. E il fatto che io so benissimo di fare un lavoro del cazzo totalmente inutile e superfluo mi fa incazzare ancora di più. La sua stima e la mia autostima cozzano insieme e reagiscono come il fluoro con l’acqua, mi brucia dentro un’irritazione di cui lei non ha nessunissima colpa, e questo me la rende ancora più insopportabile. Cristo.
— Quindi, allora? Cosa ci fai qui? Lo vedi, no, che qui non c’entri niente? Sei incongrua, scusa se te lo dico. Sei pure morta da sette anni, adesso ti trovo qui nel mio ufficio come se fosse la cosa più naturale del mondo… almeno parla, di’ qualcosa! E poi che ti credi non sono mica più quello che conoscevi tu. Cosa pensi che abbia in comune la persona che sono diventato con il nipote che ero? Niente, ecco cosa. Spingo lontano il mouse e fisso il monitor.

Lei zitta. Guarda fisso il tavolo e si stringe le mani. Allora mi volto e la guardo. E’ un’anziana donna spaesata, una che negli ultimi anni si è guardata nello specchio senza riconoscersi, senza riconoscersi nemmeno nella descrizione corrente che si dava di lei: una donna dura e cocciuta. Come se il ruolo che s’era inventata o che la vita si era inventata per lei non si adattasse più a un corpo invecchiato e diventato più morbido. Vedo una che non sa bene chi è. Ma sa benissimo di essere morta e sepolta.
— Ninìn… niente, così. — Mi guarda imbarazzata. — Son venuta un po’ a trovarti. Sei sempre di corsa e non è che parli molto. E poi è Natale…
— Oddio nonna, no, dai la storia del natale no, per favore. Non mi venire a dire le solite minchiate che è natale e che siamo buoni, per favore, non tu. Non me lo venire a dire tu, che buona lo sei stata forse solo quando ti faceva comodo.

Spalanca la bocca, stupefatta. Mi tocca fare marcia indietro e mettere i puntini sulle i:
— Ok, ok va bene, con me sei stata sempre buona, concesso.
Ora s’è intristita e guarda di nuovo fisso sul tavolo davanti a sé.

— Però scusa eri anche più anziana, essere buoni da vecchi è più facile. E poi fra nonni e nipoti c’è un rapporto diverso. Ma mica sei stata sempre così, non credere che io non lo sappia o che non l’abbia capito. E sai una cosa? Ieri ho parlato con mia madre e per la prima volta da anni son venuti fuori dei discorsi… S’è messa a piangere mentre mi parlava di te. Mia madre, una donna che ha più di sessant’anni. Non sei mica senza colpe. Non fare finta di non capire che lo sai benissimo di cosa sto parlando. Il nonno s’è ammalato di tumore che mia madre aveva 14 anni e c’era da curare lui e c’era da curare sua sorella che stava male anche lei e l’altro fratello era grande e se ne stava fuori dalle balle e tu piazzavi mia madre dai suoi nonni o in giro. Così per anni interi. E mia madre, 50 anni dopo, s’è messa a piangere a ripensarci e singhiozzava “e per me non c’era mai tempo…!” E diosanto se penso a tutto quello che ne è venuto fuori dopo! Io mi chiedo quel mare di incomprensioni e di silenzi e rancori e sensi di colpa e quell’oceano di sofferenza che ho toccato con mano, che ancora un po’ ci annego dentro pure io, io che ho avuto un’infanzia a posto, da dove pensi che sia venuto? tutto questo non puoi fare finta che non ci sia stato! Da dove credi che sia venuto? Dal tuo orgoglio! Dalla tua testardaggine! NON FARE L’INNOCENTE! NON FARE QUELLA BUONA, CON ME!

Sbatto gli occhi: sono in piedi nella stanza con l’indice accusatore puntato e le mie ultime parole gridano ancora per i corridoi deserti. La nonna ha i lucciconi e le trema il mento e allora lo sento che mi tocca star zitto ed è come se una grande ruota fosse girata e toccasse a me adesso sentirne il peso. Crollo sulla sedia e la nonna parla a bassa voce, lentamente. Improvvisamente affiora l’accento piemontese che usava solo coi suoi parenti e senza che abbia ancora capito cosa stia dicendo, al solo suono di questo accento gli occhi mi riempiono di lacrime, cazzo. Stringo i denti e mi rassegno a star zitto, gli addominali contratti.
— Io… figlia di contadini piemontesi. Prima della guerra. Non avevamo niente. Ma io da bambina ero la prima della classe, ero furba! Ero sveglia!… Che ne sai tu. Parla di cose che sai. Che ne sai tu di cosa vuol dire sposare il figlio di una famiglia ricchissima, che tua bisnonna aveva i servi e l’autista e il maggiordomo, e quando tuo nonno mi ha sposato ce li siamo trovati tutti contro. Poi la guerra… non farmi ridere. Tu hai paura in una strada buia se il telefonino non prende. Io ho passato le notti nelle gallerie a trattenere il fiato mentre cadevano le bombe, col figlio grande in braccio, e ho visto i tedeschi che sparavano alla gente. E una bomba è caduta sulla casa di famiglia e non ne è rimasto niente e io nemmeno sapevo dov’era tuo nonno, che l’avevano preso in grecia e portato al concentramento. Poi la guerra è finita. Lui è tornato sano e salvo ma dopo pochi anni s’è ammalato. E avevamo i figli piccoli e mi son trovata sola. Cosa ne sai tu della paura? La paura di vedersi un marito andar via lentamente, l’agonia di anni di tumore al cervello, le parole perdute una a una. Lo so io, i sacrifici che ho fatto. Perché sono anche orgogliosa, sì. E allora? Io non ho mai chiesto niente a nessuno e intanto tua madre stava bene e non l’è mai mancato qualcosa. Ma lei niente! Non le bastava mai. Io ho fatto la sarta per gli altri, mi ingegnavo! Andavo in giro a fare le punture e mi conoscevano tutti. Mi sono spezzata la schiena, io, anche per tua madre. Che ne sai tu di quanto ho pianto? Ma che nei sai dei vent’anni che ho vissuto da sola, sola come un cane aspettando le tue visite alla domenica come un evento? Che ne sai di quanto ti ho voluto bene? Non puoi neanche immaginarlo, non hai vissuto abbastanza. E poi ninìn… sono cambiata anch’io sai, in tutti questi anni. Da morta ho fatto un sacco di esperienze. Non sono più la stessa nemmeno io, ora parlo anche diverso, ho letto anche dei libri, sono diventata più saggia. E le cose che ora ti dico non sembrano più nemmeno mie. Non pensare di fregarmi, stellìn, che ti conosco bene.

Sono fermo sulla sedia, in silenzio. Strano che sia la nonna ad aver fatto sorridere me, è come se le parti si fossero invertite. Sono sempre stato io quello che stemperava la tensione facendo le battute. La nonna si alza, sembra aggiustarsi un po’ il cappotto. Improvvisamente la vedo diversa, più giovane, più spensierata. L’energia della stanza è cambiata. Mi guarda con un po’ di tristezza:
— Potrei parlarti io, di mia madre, e di quanto mi abbia fatto soffrire. E lei chiamerebbe qui sua madre e le direbbe di tutto e poi si sentirebbe dire di tutto a sua volta e così al’infinito. E con tuo padre potresti fare lo stesso, che anche lì ce n’è da dirsene.

Mi passa la mano sui capelli, mentre sento il boinng del mac dell’ufficio a fianco che viene acceso. Stanno arrivando gli altri e non ho fatto niente. Mi volto di lato. La poltrona vuota di Salvatore ruota ancora leggermente su sé stessa, si ferma.
Il bloc notes davanti a me è bianco, c’è solo un punto interrogativo al centro: li disegno sempre, come un tic. Devo smettere di distrarmi quando ho dei lavori da consegnare: mi perdo a fantasticare, a cercare risposte quando c’è la vita vera che chiama.

Quest’anno a Natale la mia famiglia si riunirà come tutti gli anni. Mia zia sta rischiando di morire di tumore. Mia madre, sua sorella, si rifiuta di parlarle e non le parla da anni. Eppure ancora una volta ci sederemo intorno a un tavolo imbandito di ogni ben di dio e ci ingozzeremo di tutto e faremo finta, per l’ennesimo anno, che il vento del tempo non ci stia soffiando contro, che quello che sognavamo di essere non è quello che stiamo diventando. Resteranno briciole sparse e macchie di cera sulle tovaglie. Una metafora calzante un po’ per tutto, di questi tempi, e di questi umori.

Esco dalla stanza per andare al boccione dell’acqua rassegnandomi alla giornata di lavoro. Uscendo, il maglione mi si incastra nella maniglia della porta e voltandomi a tirarlo via vedo fuori dalla finestra il sole che vuol far capolino fra le nuvole. Allora sento allentarsi la tensione delle spalle e mormoro sorridendo una risposta alla nonna: lo so che c’è anche quella parte lì, lo so che posso vedere tutto anche sotto un’altra luce, nonna. Grazie per
ricordarmelo. Ma ora non me la sento, oggi va così.

Qualcuno ha acceso le luci intermittenti –comprate dai cinesi– su questo nostro impresentabile albero di Natale. Le fisso soprappensiero mentre l’acqua si versa nel bicchiere. Non mi comunicano nulla.
Intorno, le stanze si riempiono di voci. Oggi va così.

Macubu -   - 20 dicembre 2007, 13:35
  1. eri tu allora ad andar via col pacco bassetti!

    :)

    21/12/2007 12:47
     

  2. gli addominali contratti? tu?

    mi piace tanto come scrivi ubu. io comunque non abbandonerei l’idea dell’analisi. magari cambierei qualche elemento, per rinnovarla. tipo non so, proverei con un setting bianco anestetico, morbido al tatto.

    ti vojo bene a modo mio.
    alfio

    alfio
    22/12/2007 20:33
     

  3. come l’altro giorno in centro a genova neppure ora ti riconosco…. forse saranno i lucciconi agli occhi ?
    Ciao

    Carter
    04/01/2008 17:15