Si affaccia alla porta dell’ufficio: – Ciao ragazzi, volevo salutarvi.
Lo guardiamo in silenzio. Lui allarga le mani: – Eh, m’han dato la lettera oggi pomeriggio. Vabbè, dai, buone feste, eh?
E’ un altro dei licenziati. Tutti i dirigenti son stati fatti fuori, tutti i contratti a tempo scadono oggi. Questa settimana è stata uno stillicidio di saluti, gente che piange o che trattiene le lacrime, abbracci, valige e scatoloni pieni di cose che vengono infilati negli ascensori per sparire per sempre. I due uffici vicino al mio sono vuoti, i computer spenti al loro posto, le scrivanie pulite come non fossero mai state usate.
C’è chi ha trovato un posto migliore, chi semplicemente è stato messo fuori, chi, come la mia dirimpettaia, sta per dire di sì a una proposta accettabile, anche se a Roma. Io per ora ho raccolto solo un po’ di promesse.
Il bello è che qui mi vorrebbero, vengono pure a dirti: adesso rilanciamo, vedrai, ora è il periodo migliore. Ma come si fa a voler restar qui, con queste orrende vibrazioni negative che emanano da tutti i muri?
Oggi sono davvero triste. Ma proprio triste. Le e-mail di saluti si susseguono, tutti che ringraziano i colleghi, il tono è spigliato, ma si sente la depressione.
Dicono che il dottor Jung quando uno dei suoi pazienti perdeva il lavoro festeggiava con lo Champagne: è un momento di crisi positiva. Sarà, ma prova tu a dirlo a un collega di 45 anni, che magari ha appena fatto un figlio e che ora deve trovarsi un nuovo lavoro in questo periodo dove nessuno ha una lira.
Mah. Ora anch’io prendo il mio zaino ed esco, parto e scendo a Genova.
Il corridoio che devo attraversare è sempre più vuoto e mi costringe a pensare alla vecchia magia, alla bella atmosfera che c’era qui, con i miei colleghi, i miei amici, e che s’è persa per sempre.
E’ l’ultimo giorno di lavoro del 2003. E non finisce bene.