In questo dannato appartamento d’angolo c‘è così freddo che scrivo con la coperta sulle gambe, e il riscaldamento a tutta forza.
È tutto elettrico, qui dentro e, una volta accese, le resistenze mandano un odore di piastra da ferro da stiro e l’aria diventa così secca che sembra che ti sfrizzino i capelli, da tanta elettricità statica accumuli.
Da qui le mie finestre danno sull’incrocio di Franklin con Clay e quando la nebbia lo permette si vedono spiragli della baia. Forse addirittura un angolino di Alcatraz Island ma non sono sicuro, potrebbe essere un’altra cosa qualunque. Sicché decido che è Alcatraz.
Appena esci da San Francisco, c‘è il sole. Ma qui in città da qualche giorno tutto è grigio e freddo, il vento non cessa mai ma dico mai di soffiarti addosso ed entrarti nelle ossa e improvvisamente tutta questa gente agitata e sbandata che parla da sola e impreca ai muri delle case a ogni angolo di strada sembra avere una buona ragione per farlo. Il vento dà alla testa. Chissà se è un’altra delle ragioni, dopo il clima solitamente mite, per cui gli homeless di ogni tipo ed età sembrano amare questo posto.
Se ne vedono tantissimi. E francamente in uno stato di tale povertà, con degli stracci e delle facce talmente a pezzi e disperate che sembrano quasi grotteschi. A me, che ho lontani ricordi di un anno di servizio civile in un centro d’ascolto della Caritas, sembrano messi molto, ma molto peggio dei nostri barboni. Urlano o parlano fra sé spingendo come indemoniati i loro carrelli del supermercato grondanti stracci e cartoni, coperte, cuscini strappati. Moltissime sono donne, ancora una cosa piuttosto rara da noi (credo.)
Li trovi raggomitolati nelle coperte ovunque, davanti alle porte dei negozi quando sono chiusi, sotto gli alberi di un’aiuola a fianco alla stazione di servizio, dentro le pensiline degli autobus. Ma non c‘è posto dove il vento dia davvero tregua.
Fanno impressione: è un’umanità numerosissima e davvero disperata, l’altra faccia di un paese dove se hai la determinazione giusta puoi fare qualunque cosa, compresa diventare il primo Presidente nero, e sarà stato tutto merito tuo, senza l’aiuto di famiglie o amici o conoscenze.
E se invece non ce la fai, sarà solo demerito tuo, e nessuno ti darà una mano, non la famiglia, non gli amici o le conoscenze. E resterai lì solo tu a darti la colpa dei tuoi fallimenti e a gridare in faccia ai turisti, o al tuo riflesso nelle vetrine. L’incontro con i senza dimora è un’altra delle esperienze che segnano chi visita la città, come la vista del Golden Gate quando le torri si perdono nella nebbia.
Ma non è stato sempre così freddo. Il primo sabato mi son trovato coinvolto in quella gigantesca follia organizzata (anche detta lo Straight Pride) che si chiama Bay to breakers.
Una gara di corsa dalla Baia all’Oceano che appena passati i corridori professionisti si trasforma in una gigantesca parata di cazzari mezzo ubriachi, vestiti o svestiti nei modi più impensati, che si snoda attraverso tutta la città, accompagnata da musica dal vivo o DJ set a tutto volume appostati lungo il percorso. Centinaia di migliaia di persone che camminano sotto un sole cocente e che sembrano non avere niente in testa se non fare casino e divertirsi.
Per ore ho seguito la carnevalata fino dentro al Golden Gate Park, praticamente fino all’Oceano, e ne ho viste di ogni. Con il sole a picco e l’aria rovente tutta questa gente caciarona, fondamentalmente di buonumore e divertita, ironica, sbevazzona e pronta a pigliarsi per il culo m‘è sembrata avere un che delle tribù di indiani che abitavano la penisola prima dell’arrivo degli spagnoli. Se non ho capito male, gli indiani di qui non avevano niente dell’aggressività degli indiani delle pianure. Avevano a disposizione una natura potente e generosa e invece di cacciare si limitavano a raccogliere i frutti che trovavano. Là in mezzo all’enorme prato del Golden Gate Park fra gente che ballava vestita da pirati somali o maiali con la febbre (c‘è un premio per il miglior costume a tema attuale) o nuda del tutto, ho pensato che ci dev’essere qualcosa nell’aria di qui che ti spinge a non pensare a niente e goderti la vita.
Salvo naturalmente l’arrivo di un weekend di vento e nebbia che ti fa cambiare idea.
Insomma non so, questa città, che pure è un reticolo di nastri perfettamente in bolla che intersecano a 90° in su e giù le sue colline, riesce sempre a disorientarmi, a farmi perdere il filo, a sembrarmi tutto e il suo contrario. Così comincio un discorso per dire una cosa e finisco subito per raccontarne un’altra.
[maggio 2009, San Francisco.]